Bambini del sottosuolo
La piccola città di Temirtau, che si trova al centro del Kazakhstan, nacque come progetto strategico sovietico e fu costruita in mezzo alla steppa ai tempi della seconda guerra mondiale. Il suo nome, in kazako, significa “montagna di ferro”. Quando la base metallurgica sovietica in Ucraina fu occupata dai nazisti, Stalin decise di costruirne una nel Kazakhstan, famoso per le ricchezze minerarie del sottosuolo. Nacque così, sessant’anni fa, la città in cui sorse una delle più grandi fabbriche di produzione d’acciaio dell’Urss.
Record di drogati
Quindici anni fa, agli inizi del crollo del regime sovietico, a Temirtau vivevano circa 300mila persone. Adesso gli abitanti sono circa la metà: buona parte dei cittadini è stata costretta ad emigrare a causa delle condizioni sociali ed economiche troppo dure. Infatti quasi tutte le fabbriche sono state chiuse, i lavoratori non sono stati pagati per anni, i prezzi degli alimentari e dei servizi sono vertiginosamente aumentati, la maggior parte degli abitanti si è ritrovata disoccupata e la città è piombata nella morsa della criminalità e del narcotraffico. Unica ancora di salvezza l’impianto metallurgico “Ispat-Karmet” che è stato acquistato da imprenditori indiani e che attualmente occupa più di 30mila persone. Nonostante ciò il degrado di Temirtau sembra inarrestabile. Al punto che la città è diventata famosa in tutto il Kazakhstan per il suo record di drogati e di ammalati di Aids. I figli dei disoccupati hanno smesso di andare a scuola, le famiglie ridotte in miseria non possono neanche più curarsi (l’assistenza medica durante il regime sovietico era gratuita) e il livello di mortalità è cresciuto sia tra i ragazzi che tra gli anziani. I pensionati ricevono sussidi statali tra i 23 e i 50 dollari al mese, ma non bastano a pagare né i servizi comunali, né l’assistenza medica. Nessuno si scandalizza neanche più del fatto che un numero sempre maggiore di persone non ha soldi neppure per seppellire i propri morti e che sia lo Stato a provvedere al loro interramento in fosse comuni scavate fuori dalla città. In inverno il termometro raggiunge i –30°, ma le abitazioni di moltissime famiglie non sono allacciate al riscaldamento centrale né all’elettricità.
Bambini di strada
Così, a causa della miseria, del disfacimento sociale e del freddo insopportabili, da almeno sette anni Temirtau conosce questo triste fenomeno di bambini e ragazzi tra i 6 e i 14 anni che si radunano in piccole bande e vivono di espedienti, furti, mendicando sulla strada e sui mezzi pubblici. Inizialmente l’amministrazione della città e alcuni giornalisti si occuparono del problema. Ma siccome non ci sono strumenti per affrontare la già pesante e penosa situazione generale della città, tutti sembrano essersi arresi a considerare i “bambini di strada” – molti dei quali usciti dagli orfanotrofi o figli di tossicodipendenti, alcolizzati, persone senza fissa dimora, detenuti o ex-detenuti – come parte del paesaggio di Temirtau. O a non vederli, come capita in queste notti di inverno, perché le “case” di questi ragazzi sono nel sottosuolo della città, ricavate in rifugi sistemati nella rete dei condotti termici, dove si entra solo infilandosi nei boccaporti di canalizzazione. In questi sotterranei c’è il mondo, l’altro mondo dove adolescenti inselvatichiti vivono protetti dal gelo invernale e dagli adulti che li minacciano. Tra fango, scarafaggi e topi, esposti al costante rischio di contrarre le peggiori malattie infettive, i ragazzi di Temirtau vivono nella loro città del sottosuolo e secondo le loro leggi. Camminando per le strade spesso si vedono i boccaporti di canalizzazione dietro i quali occhieggiano questi poveretti. Accorgendosi dell’avvicinarsi di qualcuno gli abitanti del sottosuolo spariscono subito. I cittadini li chiamano ciukhomory, il nome dispregiativo usato per i tossicodipendenti. E quasi tutti questi ragazzi lo sono.
Il ciukhomory stringe nella mano un pezzettino di tessuto e una bottiglia con liquido trasparente, è il toluolo, un prodotto chimico che i ragazzi di Temirtau rubano nottetempo nell’unica grande fabbrica della città. Ogni tanto bagnano il tessuto con il toluolo e lo annusano. «Così, noi guardiamo i cartoni animati», dicono. Entrare nella fabbrica “Ispat-Karmet” è un giochetto per questi abitanti del sottosuolo. Ci arrivano per i soliti condotti termici e sembra non importi loro granché rischiare ogni volta la pelle o finire pestati dai guardiani dello stabilimento quando vengono presi in flagrante, mentre vanno a “pesca” dice il gergo del ciukhomory, cioè mentre rubano il toluolo arrampicandosi sulle scale e calando giù nelle grandi botti bottiglie attaccate come lenze a una corda. A volte la polizia fa delle incursioni in fabbrica e riporta a casa o negli orfanotrofi gli adolescenti catturati. Ma loro non ci restano a lungo. Dopo qualche giorno tornano di nuovo nei loro sotterranei. Né l’amministrazione della città, né la polizia sanno di preciso quanti siano questi ragazzi. Ma i medici locali lanciano un allarme: «questo uso del toluolo e la vita che conducono questi ragazzi rischiano di produrre una generazione di dementi e di minorati», dicono. Per adesso, però, i loro appelli sono rimasti lettera morta.
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