Bandiera rossa la s’ammainerà
Sventola lo spauracchio della crisi di governo, Rifondazione comunista, quasi in solitaria: tanto che dopo le dichiarazioni infuocate d’agosto del suo segretario, nel partito concedono ora lievi accenni solo su insistente curiosità giornalistica. Ma almeno per una semplice questione di calendari il panettone lo si dovrebbe mangiare nella capitale. Un autunno caldo in previsione di una primavera tiepida. A settembre si ricomincia con la Finanziaria e dentro ci dovrebbe essere tutto il tema spinoso di lavoro e pensioni a cui si è affiancata la non meno agitata questione sulla tassazione dei Bot: ma la modifica della legge 30 (Biagi) e la rettifica dell’accordo di luglio sul welfare rimangono al centro del braccio di ferro tra le due ali del centrosinistra.
Il 2 settembre Rifondazione, assieme al resto della sinistra radicale, sarà ospite a Orvieto al seminario della Sinistra democratica (Sd). Si parlerà del futuro dell’alternativa al Partito democratico, ma anche della manifestazione del 20 ottobre. Lanciata a inizio agosto da Manifesto e Liberazione, la chiamata in piazza ha raccolto il consenso immediato di Rc e Pdci. Anche se la macchina organizzativa non è ancora partita e c’è chi teme un bagno di sangue che sarebbe ancora più doloroso sei giorni dopo le primarie del Pd. Sd non ha ancora una posizione ufficiale: i suoi parlamentari europei hanno già annunciato che ci saranno in toto, quelli romani, invece, a spizzichi e bocconi. Scricchiolii sinistri nella sinistra alternativa? Nell’entourage di Franco Giordano, segretario del Prc, si fanno scappare un «cosa vuoi, sono nati divisi in tre.».
Una battuta en glissant, anche perché l’obiettivo vero di quella data è «contare il nostro popolo»: cioè chiamare in piazza sui temi distintivi, dal lavoro ai diritti civili all’immigrazione, sui quali «le varie anime della sinistra legheranno un soggetto politico culturale alternativo al Pd, ma non contro il Pd». Cosa rossa, Unione a sinistra, ma «senza aggettivi», precisano. Anche sulla forma non c’è un’idea ben precisa. L’unica certezza, assicura un braccio destro di Giordano, è che il leader onorario, il leader insomma, sarà Fausto Bertinotti. Di massima si tratterà di una realtà in cui i partiti confluiranno «così come sono, per quello che sono». Tutti particolari che per ora sembrano non interessare: se non ai giornalisti, che ad esempio si chiedono se ci sarà un giornale unico di partito e quale sarà tra quelli già esistenti. O i dipendenti delle varie strutture territoriali: che fine faranno? Né più né meno, solo un poco più in piccolo di quanto sta accadendo di là, nel Pd. Ma dai primi giorni di settembre Rc si concentrerà sul rilanciare e riempire la manifestazione del 20 ottobre: di persone e contributi.
Intanto alla Camera e al Senato si comincerà il confronto politico interno alla maggioranza sui temi cari alla sinistra alternativa, in primis la cancellazione o il superamento della Biagi che per gli eredi di Bertinotti «non esaurisce affatto il problema del precariato ma ne costituisce un tassello essenziale». Parole di Giovanni Russo Spena, capogruppo del Prc al Senato che come tutti i suoi si aspetta dal ministro del Lavoro, Cesare Damiano, un passo indietro a settembre su atti e parole che hanno infuocato l’estate: «Pensare che il protocollo Damiano, che non è quasi nulla, sia una soluzione al problema del precariato è addirittura ridicolo, grottesco. Non voglio alzare i toni della polemica ma anche lui lo sa, basta camminare per strada, non dico andare nelle fabbriche: non c’è una sola persona che lo percepisca come un atto di un governo di centrosinistra. Perché non lo è: il ministro sta organizzando una specie di propaganda attorno a un provvedimento inesistente, come dimostreremo nella pratica parlamentare». Cioè quanto l’accordo di luglio – strappato dall’esecutivo ai sindacati dopo giorni e notti di trattative, tra tanti se e ma – verrà tradotto in testo di legge che passerà al vaglio del Parlamento. Parole dure di un partito che si candida a unico rappresentante dei lavoratori, ancor più della Triplice. «Certo, se continuassero a prevalere forze centriste e confindustriali è chiaro che il Governo rischierebbe seriamente la sopravvivenza», precisa Russo Spena che però lascia tempo per un aggiustamento fino alla prossima primavera. Tempo che il partito userebbe per costruire quello che per ora si definisce con un lungo inevitabile giro di parole: soggetto unitario e plurale della sinistra. Che punta al 12-13 per cento dei consensi e che non si propone né come “partito di governo” né come “partito di opposizione”. Dipende, semplicemente, dalle circostanze. Dipende, ovviamente, da come si posiziona il centro, cioè il Partito democratico. Senza un programma potrebbe essere ancora più difficile di oggi, quando almeno uno cui appellarsi c’è. «I voti si prendono solo se si fanno le battaglie sulle questioni che interessano gli elettori – avverte Filippo Maraffi, da 9 anni consigliere di zona 1 a Milano eletto come indipendente nella lista di Rc – bisogna tornare ad ascoltare e parlare con i cittadini, portare i loro problemi nelle istituzioni. Il consenso c’era quando Bertinotti diceva no alla guerra in Iraq, non adesso che votiamo le missioni all’estero che avevamo escluso nel programma». È soprattutto in terra lombarda che il Prc sconta lo scollamento con la base: «Vieni nelle sedi di partito la sera e vedi sì e no un paio di persone: ci sono circoli che si spaccano, situazioni consolidate che saltano», conferma un giovane militante. Che fa notare crolli stratosferici, tipo dall’8 per cento al 2,6 per cento nei comuni della provincia senza che nessuno battesse ciglio. O il 4 per cento di Milano. E che racconta di una guerra intestina tra funzionari e dirigenti mentre si perde consenso, di una visione dei partiti ferma agli anni Settanta, anche tra chi arriva dai movimenti ma che pian piano ha assunto posizioni più “istituzionaliste”. A febbraio la segreteria regionale lombarda è stata commissariata e quest’anno, per la prima volta a Milano, niente mega festa al PalaMazda. Questione di budget: non c’erano neppure i 70 mila euro dell’anno scorso, quando ci si salvò grazie alle partite dei Mondiali mandate col maxischermo. Così a settembre ci sarà una quattro giorni al Castello Sforzesco, neanche nei paesini delle valli dura così poco: il clou, guarda caso, è previsto per il 9 settembre, quando ci sarà un confronto tra il ministro Damiano e il deputato Prc Maurizio Zipponi. Entrambi sindacalisti in aspettativa, prestati alla politica. Senza aggettivi.
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