Barbara regina del Darfur
Nyala. L’aria carica di tanfo animale e di sangue infetto ferma il respiro nell’ombra della capanna. Il lamento di Rebecca è una nota che graffia l’anima, che si alza e si abbassa mentre suor Piera e suor Jeanne puliscono le piaghe profonde fino all’osso e sistemano un pannolino fra le gambe rigide e sottili. Fuori, il maresciallo Virdichizzi, Mohamed e Andrea Mazzantini, tre uomini della missione italiana in Darfur, si affannano attorno alla sedia a sdraio ortopedica con modesti risultati: la regolazione dello schienale non funziona, e Barbara Contini comincia a sbuffare: «Non è possibile! Quando l’ho tirata giù dall’aereo si regolava alla perfezione!». La tensione sta crescendo anche per un altro motivo: la Contini, rappresentante speciale del governo italiano nel Darfur, è l’ospite d’onore di una manifestazione che si svolge presso il campo per sfollati di Idreja, e il ritardo sta per sfiorare l’ora. Ma il programma della giornata non si cambia: finché la ragazza non potrà sedersi sulla sdraio, di qui non si muoverà nessuno.
Il mondo visto da una stuoia
Rebecca, 17enne spastica dalla nascita, padre semiparalizzato, madre malata e due sorelle più piccole che vanno a scuola, è la stella più piccola e lontana della costellazione di rapporti e relazioni a tutti i livelli che Barbara ha creato nei nove mesi della sua presenza quaggiù. Ma è importante come tutti gli altri. Anche se vive nella capanna più miserabile del recinto più trascurato del quartiere, senza neppure l’embrione di orto in cui sempre gli africani cercano conforto. Anche se ha trascorso tutta la vita semisdraiata su una stuoia dentro a una capanna puzzolente, il mondo intero sopra, mai sotto il suo sguardo. Le suore della Carità di santa Giovanna Antida hanno appreso della sua esistenza il giorno che il padre, un sud-sudanese con una croce bianca di metallo al collo e più capelli grigi di quelli che l’età vorrebbe, si è trascinato zoppicando alla Messa nell’unica chiesa cattolica di Nyala, quella retta da tre padri comboniani africani e intitolata a san Giuseppe. Una chiesa a metà strada fra il capannone e la grotta, che oggi – notizia rara come quella della neve ad agosto – è in corso di totale ristrutturazione grazie ad un progetto del fondo aiuti affidato alla Contini per gli interventi nel Darfur. La quale sta facendo convergere qui anche aiuti privati o di enti locali di tutta Italia grazie alle doti di persuasione che dispiega durante i suoi soggiorni in Italia, preceduti da flussi di e-mail, lettere e telefonate.
Musulmani in delirio per san Giovanni Bosco
Finalmente la sedia è assestata. Finalmente Rebecca, il corpo senza peso nudo sotto una grande coperta gialla, adagiato sulla morbidità del materassino, trova il mondo alla stessa altezza dei suoi occhi. Quelli di suor Piera, suor Jeanne, Barbara, mamma e papà sono poco più su. E allora ecco una risata che non finisce più, una bocca grande come tutta Rebecca, spalancata a mostrare una chiostra di denti candidi alla perfezione. I fuoristrada della cooperazione italiana possono ripartire nella canonica nuvola di sabbia, destinazione campo di Idreja.
Qui la scena è completamente diversa. Centinaia di donne avvolte in scialli di vari colori e di bambini, disposti a semicerchio intorno a una tribuna che riunisce maschi in piedi e autorità inturbantate sedute in sedie bianche di plastica, accolgono con ululati di festa l’arrivo della delegazione italiana. Si celebra la consegna dei diplomi ai 65 ragazzi che hanno seguito corsi biennali di formazione professionale offerti loro dall’istituto salesiano di El Obeid, sede della diocesi cattolica a cui Nyala appartiene benchè la prima sia la capitale del Kordofan, la seconda quella del Sud Darfur. I ragazzi, quasi tutti residenti del campo profughi più qualche cristiano figlio di immigrati sudisti, sono schierati alla sinistra del palco e indossano tutti una maglietta bianca con impresso il volto di san Giovanni Bosco. Al microfono si alternano Pasquale, insegnante salesiano sudanese, e Adi Abdalla, l’avvocato del sultano dei dayo. Sono loro che presentano gli invitati e danno la parola per i discorsi di saluto ai vari sultani presenti. La scena diventa subito surreale: non è presente nessun sacerdote cattolico, ma pare di essere a un congressino missionario degli anni Sessanta. I sultani prendono il microfono uno dopo l’altro e tessono le lodi in lungo e in largo della Chiesa cattolica, Kanissa katolikiya, fucina di santi come Giovanni Bosco e suor Bakhita (la schiava sudanese fattasi religiosa canossiana in Italia e canonizzata da Giovanni Paolo II nel 2000, originaria di un villaggio non lontano da Nyala), benefica educatrice di giovani, amica dei musulmani del Darfur. Viene il momento della consegna dei diplomi, Barbara Contini si alza dal suo posto accompagnata da una guardia del corpo e fra le grida di tripudio dei presenti la celebrazione entra nel vivo. Quando anche l’ultimo ragazzo ha ricevuto il suo diploma, entra il corpo di danza ufficiale dei dayo: donne avvolte in uno scialle verde chiaro e brillante gessato di rosso, uomini in tunica blu con tamburi e uno strumento a corda che si chiama fowat. Entra anche un cantante albino con la voce sottile e sinuosa, che ricorda il Mory Kante di Yeke yeke. Se sopra la testa dei presenti ci fosse un fumetto, in quello degli italiani si leggerebbe: «Sì, decisamente questi musulmani sono diversi da quelli di Khartoum»; e in quello dei sudanesi, specie dopo che mezza delegazione italiana si unisce all’abugaza, una delle danze tribali, si leggerebbe: «Sì, questi italiani sono diversi dagli altri stranieri».
Che cosa fanno gli italiani
Attenzione, non ci stiamo aggrappando al clichè dell’«italiani, brava gente», non stiamo facendo l’apologia del calore umano degli italiani, più gradito del formalismo dei nord-europei e degli anglosassoni presso tutti i popoli del Sud del mondo. È che bisogna dare a Barbara quel che è di Barbara: se oggi gli italiani sono apprezzati dalla gente del Darfur degli ambienti più diversi fino all’entusiasmo, se la loro “diversità” è riconosciuta e stimata, il merito è del modus operandi dell’ex governatrice di Nassiriya. E visto che ogni moneta ha due facce, aggiungiamo subito che anche molte critiche e antipatie che la missione italiana si è attirata nel mondo delle Ong internazionali e di certi uffici delle Nazioni Unite dipendono ugualmente dalla caratteristica impronta che la Contini lascia dove passa. Stupisce che tanti inviati che sono scesi in Sudan e sono passati per Villa Italia, il fortino della cooperazione italiana in Darfur, non abbiano capito che l’azione di lady Barbara e dei suoi prodi era una delle notizie da dare. Potevano approvarla o criticarla, non è questo il punto, ma è grave che sia loro sfuggito l’essenziale: con la Contini la cooperazione allo sviluppo italiana è diventata, forse per la prima volta, azione politica sul terreno e non semplice sforzo umanitario. Questa è anche una delle ragioni delle incomprensioni e delle critiche da parte di altri soggetti presenti in loco, perché si tratta di un’impostazione poco diffusa e veramente originale.
Naturalmente la presenza italiana nel Darfur non coincide esclusivamente con la missione guidata da Barbara Contini. Ci sono sei Ong: Alisei ha un progetto sanitario a Ad Dein, Coopi uno di protezione dell’infanzia e della condizione femminile ad El Fasher, Cesvi si occupa di progetti idrici a Kass (riabilitazione dell’acquedotto cittadino) e dintorni (pozzi nei villaggi), InterSos gestisce molti aspetti del campo per sfollati di Garsila e allestisce servizi igienici a sud di Geneina, il Cosv ha allestito un centro chirurgico ginecologico e di protezione della donna a Kulbus, Emergency distribuisce farmaci agli ospedali di El Fasher e Mellit. A Nyala le attività del dispensario di suor Piera Santinon sono lievitate con l’esplosione della crisi: prima venivano serviti 12-15 mila utenti all’anno, con costi pari a 6,5 milioni di dinari sudanesi; adesso gli assistiti sono più di 35 mila (tutti quelli in più sono dei rifugiati) e la spesa è cresciuta a 15 milioni di dinari. Suor Jeanne, la consorella libanese di suor Piera che si occupa delle scuole elementari della parrocchia, sta avviando un centro di educazione domestica femminile per 80 ragazze non alfabetizzate fra i 14 e i 17 anni, prese in gran parte fra gli sfollati dei campi di Nyala.
Va però precisato che tutti costoro, suore comprese, usufruiscono dei finanziamenti della cooperazione italiana e/o di enti Onu e Ue finanziati dall’Italia (con l’eccezione di Emergency, che fa tutto da sè).
Quest’anno l’Italia ha stanziato 10 milioni di euro per il Sudan: 2 milioni per azioni dirette e tramite Ong italiane nel Darfur; 7 milioni alle agenzie Onu che operano nel Darfur; 1 milione per un programma di riabilitazione della sanità nella regione di Kassala, nell’est del Sudan.
Il metodo Contini spiegato ai piccoli
I progetti a gestione diretta del ministero degli Esteri italiano, pensati e voluti da Barbara Contini, vanno dalla costruzione del presidio ospedaliero di primo soccorso “Avamposto 55” a Nyala (finanziato principalmente con aiuti raccolti attraverso il 55° Festival di Sanremo) alla ricostruzione delle scuole elementari e di un’infermeria a Kidingir; dalla riabilitazione del centro ricreativo arabo e africano di danza e canto e del teatro di Nyala al sostegno alle scuole elementari gestite dai musulmani della confraternita dei Tidjani nella zona di Gebel; dalla ristrutturazione della chiesa cattolica di Nyala alle forniture di alimenti e medicinali agli sfollati che si sono insediati nel quartiere di Intifada; da un progetto per la creazione di una radiotelevisione locale con l’assistenza della Rai italiana alla costruzione di pozzi in località alle porte di Nyala, eccetera. I puristi scrutano questa lista e storcono il naso: controparti non sempre chiare, accavallamenti con altre iniziative o presenze, fondi pubblici messi a disposizione di soggetti religiosi, e altro ancora. Se invece si cerca il parere di chi vive nel Sud Darfur, il sondaggio darà un risultato sorprendente: sfollati, residenti di Nyala, autorità locali, sultani, sceicchi delle confraternite musulmane, missionari cattolici, guerriglieri e persino ambienti janjaweed, tutti assolutamente approvano l’operato di Barbara Contini e lodano la cooperazione italiana ed il suo stile. Perché? Perché la Contini rappresenta l’eccellenza della cultura italiana dei rapporti, che non è solo una pratica di socialità e una modalità di organizzazione economica, ma una tipicità politica che si estende alla diplomazia. Stabilire relazioni con tutti gli attori di una crisi, legarli a sè con scambi reciprocamente vantaggiosi, creare una ragnatela di clientele che nessuno può azzardarsi a strappare senza suscitare l’esecrazione generale è sempre stata una specialità degli imprenditori, dei mercanti, dei signori, dei politici, degli ambasciatori italiani. è sempre stata la via italiana alla ricomposizione dei conflitti. L’originalità della Contini consiste nell’averla portata sul terreno che negli ultimi 35 anni era stato progressivamente delegato all’umanitario. L’umanitario è rinuncia programmatica alla politica: si occupa dei corpi umani sofferenti, non delle cause che li hanno prodotti; cura le vittime ed i carnefici con la stessa imparzialità; respinge la collaborazione con governi ed eserciti per non essere sospettato di essere parte in causa. Ma ciò non incide sull’andamento del conflitto. Invece il metodo Contini ribalta la visione: l’umanitario diventa uno strumento al servizio di un disegno politico che ha come obiettivo finale la pace attraverso la creazione di nuovi equilibri.
Naturalmente il metodo non può essere separato dalla persona che lo incarna: in Darfur la genialità italiana per l’intessitura di rapporti è Barbara Contini, nel senso che il punto di convergenza dei diversi interessi dei vari attori in gioco è costituito proprio dalla sua persona, o meglio dal personaggio pubblico che lei costantemente interpreta. Per un soggetto decisamente narciso come lei questo non è certo un sacrificio, ma è giusto ribadire che tale narcisismo non si esaurisce in se stesso, bensì gioca a favore della causa comune. Anche l’enfatizzazione dello spessore dei personaggi che entrano nel suo raggio di azione (la Contini vi dirà sempre che il sultano suo amico è il più importante sultano del Darfur, che il comandante guerrigliero con cui ha un contatto è il più importante comandante della regione, che il capo janjaweed… ecc.) alla fine crea un alone con effetti analoghi a quelli della “profezia che si autoavvera”. Perciò, tenetelo bene a mente: di questa Barbara Contini sentiremo ancora parlare parecchio nei prossimi anni, qua a casa nostra.
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