BASTA ALIBI
Fiat ha portato a casa un miliardo e mezzo di euro (due miliardi di dollari) per “liberare” General Motors dall’obbligo di acquistare il 100 per cento dell’industria automobilistica torinese. Bella mossa? Lasciamo che sia il mercato a parlare. E cosa dice il mercato? Dice che l’accordo tra Fiat e General Motors non cambia le valutazioni delle agenzie di rating, il che significa che per General Motors il giudizio rimane più che buono, mentre sulla Fiat rimangono dei dubbi, più che sull’operazione, soprattutto sulle possibilità effettive di risanamento del gruppo. Standard & Poor’s ha confermato il rating (BBB-/Stable/A-3) di General Motors. Quanto all’outlook, si legge in una nota dell’agenzia americana, resta stabile. Il rating è stato confermato anche alla controllata General Motors Acceptance e «a tutte le attività correlate». Mentre per la Fiat l’operazione risulta neutra. Infatti, argomenta S&P in una nota, se l’incasso di 1,5 miliardi a fronte della cancellazione del Put rappresenta una notevole e benvenuta iniezione di liquidità, dall’altro Fiat resta alle prese con la sistemazione dell’auto che ha generato forti perdite negli ultimi quattro anni e per la quale il pareggio è atteso non prima dell’anno prossimo. Il risultato, conclude la nota, è che l’operazione è neutra ai fini dell’impatto sul rating. Anche Moody’s conferma il rating BAA2 di GM e il rating BA3 di Fiat, ma mantiene fermo anche l’outlook negativo sul Lingotto.
L’agenzia di rating valuta infatti favorevolmente l’iniezione di fondi garantita dall’intesa che giunge a sostegno delle scadenze dei prossimi 12 mesi, ma ritiene che le preoccupazioni circa il risanamento del gruppo permangano. Disfattisti al soldo del capitalismo yankee? Non proprio. Al di là dell’aspetto meramente economico, infatti, di lati positivi nell’accordo conclusivo raggiunto da Torino ce ne sono davvero pochi. La scelta di Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, è stata da un lato obbligata e dall’altro frutto di un’antica convinzione, espressa chiaramente ai manager non appena preso il timone del Lingotto: bisogna sciogliere il matrimonio con Detroit, primo per fare cassa e secondo per ritrovare libertà operativa. Così è stato: e adesso? Quale sarà il futuro di Fiat auto, visto che lo scioglimento dell’accordo con GM apre di fatto la sfida ben più impegnativa del risanamento e del rilancio industriale? E quale ruolo avrà lo Stato, da più parti invocato come parte in causa, in questa transizione? Lo abbiamo chiesto a Maurizio Sacconi, sottosegretario al Welfare, che al riguardo sembra avere le idee molto, molto chiare.
«Quello concluso – risponde – è un accordo positivo perché pone fine a una lunga fase di incertezza, che è l’elemento più negativo per Fiat e per il suo futuro. Tanto più che era chiara a tutti e da tempo l’intenzione di GM di non continuare nella collaborazione industriale. Quell’impasse con Detroit, nei fatti, teneva il gruppo in condizione di stand-by, mentre ora si apre una situazione molto impegnativa nella ricerca di nuove collaborazioni, sinergie e soprattutto di un credibile piano industriale per il rilancio. In questa fase lo Stato riveste un ruolo importante, ma non certo a livello di partecipazione nel capitale come invoca qualcuno – anche perché sarebbe un intervento che lede la priorità di azionisti e management – ma di accompagnamento verso le possibili alleanze, un ruolo di “tutor”, di osservatore attento, direi obbligatorio, vista la grande rilevanza d questo gruppo industriale e dell’intero settore in cui opera. Questo è il ruolo post-moderno di uno Stato, non quello di sostituire la funzione imprenditoriale ma quello di accompagnare un proprio gruppo rilevante in un mercato globale con forti elementi di politicità».
Quindi si apre la nuova fase della ricerca di sinergie?
Certo, e le sinergie penso che saranno decisamente migliori e più fruttuose se non avverranno con aziende europee poiché in quel caso si determinerebbe una sovrapposizione conflittuale di interessi, quindi con il pericolo di ridurre le nostre capacità produttive e l’occupazione: a Fiat servono operatori complementari. Per quanto riguarda le politiche generali di risanamento e rilancio, invece, di fronte a noi abbiamo due strade possibili: o assistenziale, che rinvierebbe la soluzione del problema con l’aggravante che un rinvio determinerebbe certamente maggiori difficoltà oppure una soluzione che nel breve termine determinerà dei problemi, ma nel medio può definire un futuro sostenibile e certo per l’automobile italiana. Per fare questo però e per farlo seriamente, a nessuno deve essere consentito di fuggire dalle proprie responsabilità, prima di tutto agli azionisti e al management dell’azienda: non scappino e non facciano ciò che altri – nella loro posizione – in passato hanno fatto con tanta facilità, ovvero scaricare sullo Stato le loro difficoltà. Inoltre sarebbe un bel paradosso quello rappresentato dal presidente di una Confindustria che invoca ogni giorno privatizzazioni e che si contraddice in un caso così eclatante, non le pare?
Anche politicamente la sfida è epocale.
Indubbiamente, questa nuova stagione rappresenta un banco di prova per la maggioranza e per far sua una cultura modernamente liberale. Il che non significa dover per forza lasciare a se stessa l’industria automobilistica ma accompagnarla nei modi giusti, utili e strategicamente sostenibili. Inoltre sarà un banco di prova anche per l’opposizione, visto che al congresso di Roma Piero Fassino ha detto di non volere più né il panettone né l’automobile di Stato: eh sì, questa sarà una vicenda emblematica per capire vizi e virtù della borghesia e della politica italiana.
Certo che a sinistra…
A sinistra esiste un fattore culturale al riguardo, ovvero la speranza che il simbolo del capitalismo italiano possa diventare pubblico, un fattore che se accadesse rappresenterebbe una comprensibile soddisfazione per la sinistra statalista. Per quanto riguarda la Casa delle Libertà, a parte una questione di coerenza con le regole imposteci in materia dall’Ue, il problema non è quello di un a priori ideologico bensì la convinzione, che deve essere di tutti, che l’unica soluzione sostenibile, duratura e solida dal punto di vista industriale non possa che poggiarsi sugli attori del mercato. Oggi come oggi la presenza dello Stato rappresenterebbe solamente e inevitabilmente un tampone assistenziale. Tutto, invece, deve essere affrontato con una rigorosa logica industriale di lungo periodo: è strada lunga, faticosa – me ne rendo conto e lo fa anche il governo – ma non ci sono alternative.
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