BEBè DI RICAMBIO SPAGNOLI E UNA TEFILLà PER DON GIUS

Pare che per curare i ‘bambini colpiti da talassemia, da anemia Fanconi o alcuni tipi di leucemia’ il Governo socialista spagnolo di Zapatero sia intenzionato ad approvare una legge che, con la selezione degli embrioni, consentirà la nascita di ‘bebè terapeutici’ da utilizzare come donatori di midollo osseo e cellule staminali per i fratellini colpiti da malattie genetiche. A me pare una mostruosa aberrazione. Come quella descritta da Jodi Picoult nel suo ultimo romanzo La custode di mia sorella, che racconta la storia vera di una bambina malata e della sua sorellina di ricambio la quale, creata da un embrione in laboratorio per il desiderio dei genitori di guarire la primogenita dalla leucemia, ad un certo punto decide di riprendersi la propria vita e fa causa ai genitori. Anna, la protagonista del romanzo, non riuscendo più a vedersi se non per quella che è, cioè «un donatore per Kate, sempre, senza soluzione di continuità», andando dall’avvocato vuole che i suoi genitori capiscano che i suoi bisogni non coincidono con i loro. Il romanzo della Picoult ha il merito di chiarire che i problemi, per quanto gravi possano essere, non si affrontano in modo ideologico o emozionale. Il rischio che si corre è condannare all’infelicità numerosi bambini che saranno costretti a vivere la propria vita come botteghe di ricambi umani. Almeno fino a quando non decideranno, come Anna, di riprendersela.
Nicola Currò, Modena

Non sono mai stato ciellino e non lo sono, formalmente, tuttora. Anzi, al liceo – mentre oscillavo fieramente becero tra gli opposti estremismi – provavo un senso di fastidio verso quel senso di comunità che contraddistingueva i ragazzi di Gs: quella condivisione, quel senso di insieme che recepivo e declinavo in tempi e modi di ‘setta’ sorda alle grida di un mondo che andava ribaltato e ricostruito era l’antitesi esatta dal mio sentire le cose. Serviva una spinta di rottura, non un approccio all’unione e alla condivisione, servivano le bombe non il ‘raggio’, serviva la rabbia non la testimonianza. Poi il tempo passa, si cresce e si comincia a valutare le persone e le situazioni non dalle sigle ma dalle parole, dalle opinioni, dalle facce: mantenendo nell’anima quel fuoco che brucia e che si riesce a trattenere dal divampare solo con la lucidità del realismo, ma si cresce. E si accetta l’incontro, oltre che lo scontro. Io don Giuss non l’ho ma incontrato e purtroppo non potrò più farlo, non l’ho letto e forse lo farò, ma quel poco o tanto di lui che ho scoperto mi sono bastati per capire che certamente il Cristo di cui lui parlava non è poi tanto lontano e differente dalle piccole cose ‘laiche’ che danno un senso al cammino quotidiano di un uomo: forse quel suo Cristo lo si può incontrare ogni mattina sotto forma del ‘buongiorno’ che si dà agli altri e a sé stessi prima di cominciare ‘a fare’. Senza saperlo, forse senza volerlo ma se solo un tarlo si annida allora significa che qualcosa è passato. Non è fede, forse è solo dubbio: ma negarlo è come negare se stessi e la profondità stessa di un’esistenza che senza domanda e senza dubbi sarebbe barbarie. Forse è così: certamente fa riflettere e già porsi questa domanda, per chi cerca e non trova, non è cosa da poco. Trovare la risposta richiede molto, molto di più. Ciao Giuss.
Mauro Bottarelli
Don Gius era entrato nelle nostre berahot (benedizioni) come tutti coloro che ci amano e ci rispettano come ebrei e come persone. La sera prima che salisse in cielo, ho aggiunto allo Shemà (la nostra preghiera per eccellenza) unaTefillà per quello che riteniamo uno dei 36 giusti che popolano, per grazia di D-O, la terra. Forse il suo compito era concluso qui, sta adesso a voi portare avanti i suoi principi. Vi abbraccio e, così dice il nostro Shemà, li insegnerete ai vostri figli!
Fiorella e Angelo Calò, Tel Aviv

Avevo appreso la notizia della morte di don Giussani dal telegiornale. Poi il giorno del funerale mi hanno trasferito in un ospedale per degli accertamenti clinici. Ho visto, guardando attraverso i vetri del furgoncino della traduzione, le strade bagnate di Milano, reduci di una pioggerella mista a neve. Ho sentito una straordinaria coincidenza, una diffusa pulizia ‘catartica’ di manzoniana memoria. Ho visto una Milano compassata, sobria, silenziosa. Mi è piaciuto pensare che Milano avesse voluto tributare al Gius il suo estremo saluto, onorando la sua memoria per il contributo che lui ha dato nella sua ininterrotta azione di universalità al prestigio della Lombardia. Avevo raccolto l’invito di Cl, avevo pregato la Madonna di proteggerlo. Lei, invece, l’ha voluto con sé. A te, amico caro, a voi tutti dell’Invincibile Compagnia, il mio partecipato dolore per colui che ci mancherà.
Bruno Turci, dal carcere di Opera (Mi)

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