Bella Torino, che se ne va…

Di Respinti Marco
31 Maggio 2001
FIAT voluntas sua. Nella Torino dell’archeologia industriale, Forza Italia resta il primo partito. Ma perde Rosso e vince la corsa a sindaco un pilota in seconda della macchina ulivista. Quattro passi in una città dolente…

Anche sotto la Mole ha vinto il Migliore. Roberto Rosso, candidato della Casa della Libertà, ha combattuto fino all’ultimo voto, cercando di esprimere una reazione vivace a una città in decomposizione. Ma, a dimostrazione che a Torino il personaggio politico è figura intercambiabile, produzione cinematografica del continuismo di poteri antichi e radicati, Rosso ha perso contro il pilota in seconda (il neo sindaco Sergio Chiamparino) della Ferrari di Domenico Carpanini, generoso e storico dirigente della sinistra torinese, deceduto proprio in abbrivio della campagna elettorale.

Squatter e ristrutturazioni edilizie

Così, all’indomani della tormentata elezione del nuovo sindaco (Ulivo più Rifondazione Comunista), un’ideale perlustrazione della città potrebbe iniziare all’argine del Po, che sviluppa spazi sotterranei detti “i murazzi”. Regno storico di tossici e spacciatori, il sindaco uscente Valentino Castellani ha pensato bene di bonificarli (onore al merito) rilasciando licenze per locali trendy. Solo che, alla luce del giorno, una volta smorzate quelle artificiali dei bar, i giovani border line tornano, come vampiri al contrario, a ripopolare gli scantinati per vendere la “neve”. E la “Sinistra sociale” accarezza le ristrutturazioni edilizie. La zona della storica parrocchia di santa Giulia (che, nell’oggi omonima piazza di Borgo Vanchiglia, volle erigere, fra 1863 e 1866, la marchesa Giulia Colbert Falletti di Barolo in onore della propria patrona, martire cartaginese del secolo V) potrebbe poi essere la seconda tappa. Lì sorge infatti la domus dei famosi squatter. In realtà sono quattro gatti, ma alla bisogna scatenano quello che a Milano si chiama un bel rebellótt di stampa e tivù. Il grande palazzo (e l’ampio parco) che abusivamente occupano fu costruito dall’Opera Pia Reineri (prima dell’autoevirazione del cattolicesimo sociale torinese), ma in anni recenti lo ha rilevato la giunta Castellani. Per costruirci un asilo, che però non è mai arrivato. Prima di Pasqua, in otto giorni il quartiere e la parrocchia hanno raccolto 3000 firme di cittadini esasperati che lì vorrebbero magari un centro per anziani. Ma tutto tace, nessuno osa sloggiare gli squatter e la “Sinistra sociale” accarezza le ristrutturazioni edilizie. Infine Porta Palazzo, l’ex zona dei “santi sociali” oggi capitale italiana dell’Africa con tanto di moschea. Nel cuore di Torino, è abitata esclusivamente da immigrati di colore che gestiscono floridi esercizi commerciali. Esclusivi. Ci sono infatti solo quelli, con vetrine, annunci e prezzi scritti nelle lingue dei proprietari e degli avventori. Che, ovvio, non sono quei pallidi torinesi favellanti come Erminio Macario. E la “Sinistra sociale” accarezza le ristrutturazioni edilizie.

A lezione (con firma di presenza) da don Caselli

Torino, però, è davvero curiosa. L’insoddisfazione è palpabile e la gente la racconta aspirando al cambiamento. Poi, però, nel segreto dell’urna si fa cogliere da quell’irrefrenabile automatismo che la porta a votare i soliti noti. A un livello più elitario, comunque, il verbo predicato dai Vattimo e dai Galante Garrone conta, anche se attrae solo le noie e le ubbie dei radical-chic senza scuotere l’apatia degli studenti. E che i giovani non si filino certa gente, lo testimonia Palazzo Nuovo (sede delle facoltà umanistiche dell’antichissima, e un tempo gloriosa, Università di Torino). Le loro conferenze vengono organizzate di sorpresa, complice un prof compiacente che dichiara procrastinata la tal lezione per cedere lo scranno al guru. Uno che questa tecnica l’applica in maniera scientifica è il pm Giancarlo Caselli. Puntuale come un treno svizzero, almeno una volta l’anno arringa gl’iscritti a Giurisprudenza, in aule affollatissime. Anche in quelle occasioni, infatti, si raccolgono le firme di presenza come per regolare lezione. D’altronde sono due i corni del potere socio-culturale dominante. La borghesia radicale (con in testa Enrico Salza, ex presidente della locale Camera di commercio) già fiancheggiatrice di Castellani e la storica sinistra di evoluzione Pci-Pds-Ds. In questo “secondo potere” della Torino postoperaista (poco distinto e poco distante dal primo), oggi gli animi si agitano per il controllo delle trasformazioni edilizie in vista delle Olimpiadi invernali del 2006, ma anche delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia (2011). E siccome le trasformazioni interessano aree e beni oggi in gran parte proprietà Fiat, l’idillio (bello, si sa, anche quando litigarello) tra le famiglie Agnelli, Togliatti e Gobetti può continuare. Nel torinese, del resto, le aree fabbricabili costano mediamente un terzo rispetto a Milano e quando l’alta velocità ferroviaria sarà una realtà, il valore specifico della zona salirà alle stelle. La sinistra ingolosita lo sa e l’irrisolta “questione sociale” cittadina lo dimostra.

Meno società e più Stato (anche privato)

Profeticamente detto dal quotidiano unico La Stampa, a Torino regna un Avvocato, Gianni Agnelli, circondato da una folta schiera di “collaboratori” alloggiati in quei cosiddetti “villaggi Fiat” che (co)stringono l’area metropolitana. Dei circa 950.000 abitanti che la città conta, un terzo sono anziani (molti pensionati) e il resto (in gran parte) lavoratori dipendenti. Essere di casa Fiat è qui una consuetudine inveterata e l’onnipresenza dell’azienda-famiglia rende superflua qualsiasi critica antistatalista. Stato dentro lo Stato, il suo orientamento esclusivamente old economy è soprattutto una mentalità, una cultura, e così la nuova dinamicità del mercato del lavoro, Torino la respinge come un mostro: ovvero, il mito del “posto fisso” e della pensione “sicura” restano dogmi. Di suo, la Fiat sta (come, su scala ridotta, Enzo Biagi) ovviamente là dove c’è potere. Se la politica nazionale ha il baricentro a centrodestra, gioco-forza sceglie la Casa delle Libertà (non solo con le dichiarazioni dell’Avvocato, ma con il presidente di Fondazione Agnelli candidato in Forza Italia). Al contempo, non può però smettere di curare il giardino di casa e questo spiega perché, nella corsa per la poltrona di primo cittadino, abbia appoggiato la Sinistra; ovvero, il suo tradizionale partner locale. Ma alla Fiat oggi mancano gli eredi. Così, aspettando che gli statunitensi della General Motors la digeriscano per benino, l’opzione Chiamparino è il dispositivo tecnico che, come in passato il Pci, serve all’Avvocato per gestire quel conflitto sociale che inevitabilmente verrà qualora si verificasse, come già si vocifera, la chiusura di stabilimenti importantissimi, diciamo Mirafiori.

V’attimo fuggente e la chiesa locale (non a rischio di colesterolo alto)

Se però, industrialmente, Agnelli si ridimensiona, non così succede alla cappa di piombo che aleggia sulla città. A far tabula rasa della cultura torinese sono cattedratici estremisti come Gianni Vattimo (eurodeputato DS) e “miti giacobini” come Alessandro Galante Garrone (un po’ meno, oggi, il nume tutelare Norberto Bobbio). Eppure questi maestri, profeti e numi, sembrano quei set cinematografici puntellati alla bell’e meglio, ma dietro il nulla. Uno si aspetterebbe che, a fronte del debolistico Vattimo-pensiero pro droghe ed eutanasia, almeno la Chiesa cattolica locale reagisse e invece la curia torinese staziona gregariamente in una sorta di storica sudditanza culturale. Gran parte del cattolicesimo torinese s’impegna nel sociale, ma alla sussidiarietà preferisce la subordinazione e così interviene solo là dove lo Stato non è ancora arrivato; pronto a ritrarsi, scappellandosi, quando questo bussa. È il regno, insomma, dei don Luigi Ciotti e il milieu che permetteva all’“ex” Diego Novelli, comunista, di fare l’habitué nelle parrocchie (mentre sui berlusconiani pende l’anatema). A parte qualche movimento (e, sulla scuola, i salesiani), i cattolici non votano Silvio Berlusconi «perché è ricco»… Per ripiegare – come è accaduto al Cottolengo – su candidati pro eutanasia. Intanto, il neo-sindaco Chiamparino si è subito affrettato a dichiarare che la sua prima delibera riguarderà le Olimpiadi del 2006… «È la somma che fa il totale», diceva Totò.

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