Bell’Italia federale
Il professor Luca Antonini è una delle menti più giovani e brillanti in materia di federalismo. A quarant’anni è già docente ordinario nelle prestigiose cattedre di diritto costituzionale e diritto costituzionale tributario all’università di Padova, ed è membro dell’Alta commissione incaricata di studiare l’impatto del federalismo fiscale sul sistema Italia.
Professore, la modifica costituzionale, approvata giovedì scorso in Senato, è un passo per ridare slancio al sistema Italia o, come ha titolato un quotidiano dell’opposizione, rappresenta «un colpo al cuore della Repubblica»?
Lasciamo perdere la demagogia. La riforma approvata in Senato su premierato, Senato federale, bicameralismo asimmetrico, Corte costituzionale, riduzione del numero dei parlamentari, bicameralismo perfetto (che già nel 1947 rappresentava una certa anomalia italiana) e rafforzamento dei poteri del Primo ministro, rappresenta nel suo insieme un passo avanti, utile a fronteggiare le sfide dei tempi. Soprattutto la previsione di un Senato federale costituisce un completamento indispensabile per la riforma votata dalla precedente legislatura (quella sul titolo V della Costituzione, approvata unilateralmente dalla maggioranza di centrosinistra, ndr). è stato un errore approvare quella riforma senza un adeguato strumento di raccordo politico: il modello si è mostrato ingestibile ed è esploso uno spaventoso contenzioso di fronte alla Corte costituzionale.
Ma l’abbandono del bicameralismo perfetto non rischia di minare lo spirito della Costituzione?
Il modello del 1947 sacrificava la capacità decisionale all’esigenza di garantire la massima democraticità ad un paese che usciva da un’esperienza di totalitarismo. Oggi le esigenze sono diverse: ci troviamo a fronteggiare un’evoluzione che richiede rapidità dei processi decisionali, difficile da garantire con circa mille parlamentari per deliberare una legge. Occorreva un nuovo punto d’equilibrio e il testo approvato contiene l’evoluzione positiva auspicata. è chiaro che il rafforzamento dei poteri del premier dovrà essere bilanciato da un recupero di democrazia sostanziale.
In che modo?
Ad esempio introducendo le elezioni primarie nei partiti. Questo non lo dice nessuno, ma è la vera questione: in un sistema che deve neccessariamente semplificare i suoi meccanismi per essere al passo coi tempi, occorre anche ridare protagonismo alla sovranità popolare (e direi “personale”). E questo lo si ottiene restituendo ai cittadini una reale possibilità di scegliere i candidati. Mentre oggi vengono loro imposti dall’alto, dalle segreterie o comunque dai vertici dei partiti.
Il federalismo non è più una prerogativa della sola Lega Nord, ma una richiesta degli stessi governatori delle Regioni del sud. Lo ha dimostrato la compattezza del voto della maggioranza. Lei si augura che questa riforma concluda il suo iter senza troppi emendamenti?
Il federalismo era una prerogativa anche di don Sturzo, meridionale e non “leghista”, che già agli inizi del Novecento diceva basta alla “tutela interessata del Nord” e chiedeva il federalismo fiscale. Il modello di Senato federale che è stato approvato non è il Bundesrat (la Camera territoriale tedesca), ma sicuramente permette un passo in avanti rispetto alla situazione attuale. è poi importante la previsione sulla sussidiarietà orizzontale: il testo precedente affermava una “larva” di sussidiarietà; adesso la sussidiarietà è rafforzata perché il testo approvato afferma che il potere pubblico “riconosce e valorizza” l’autonoma iniziativa dei cittadini, delle formazioni sociali, il ruolo delle autonomie funzionali.
Eppure anche nella sinistra riformista c’è chi, come Franco Bassanini, sostiene che questa riforma è «la premessa per fare a pezzi l’Italia», poiché il conferimento della competenza esclusiva alle Regioni in materia di servizi come la sanità, la scuola e la sicurezza pubblica rischia di «suddividere i cittadini tra cittadini di serie A e di serie B».
Senta, vista nel concreto dei poteri assegnati alle Regioni, la Devolution non ha davvero quell’effetto disgregante che si vorrebbe ad essa attribuire. Altri paesi hanno adottato soluzioni analoghe, come ad esempio la Spagna, e ne è derivato un circolo virtuoso. Al contrario in Italia ci sono stati trent’anni di regionalismo dell’uniformità e le disuguaglianze tra Nord e Sud non sono state colmate, anzi…
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