Benedetto allargamento
Alla faccia della calorosa accoglienza. Gerhard Schroeder non aveva ancora finito di mostarsi contrariato, nel corso di varie interviste, per il benvenuto a suo dire poco caloroso che l’Europa dei 15 stava riservando ai 10 nuovi paesi membri dell’Unione, che già li ricattava e li minacciava di rappresaglie davanti al parlamento tedesco. Motivo del comportamento schizofrenico del cancelliere: il presunto “dumping fiscale” che gran parte dei paesi dell’allargamento starebbe attuando, con grave danno per le industrie tedesche, azzoppate da una concorrenza sleale. Il coro populista europeo che, come quelli delle tragedie greche, annuncia sciagure in termini di crescita della disoccupazione, erosione dello Stato sociale, precarizzazione del lavoro a causa dell’ingresso nella Ue dei paesi ex comunisti divenuti ultraliberisti, pare dunque aver trovato un direttore di assoluto prestigio. Eppure il suo monito è miope, ingeneroso e motivato da interessi elettoralistici più che da una seria considerazione della realtà. Non che una sciagura, l’allargamento costituisce per la Ue una grande opportunità per recuperare competitività nel mercato globale e per attuare riforme sempre evocate ma alla fine sempre rimandate. L’ingresso nella Ue di paesi più liberisti dei membri di vecchia data è forse l’ultima occasione per una vera ripresa economica europea, con tassi di crescita paragonabili a quelli delle altre aree economiche mondiali. Vediamo perché.
La “querelle” della tassa sui profitti
Tedeschi, francesi e altri ancora accusano i nuovi membri della Ue provenienti da Est di concorrenza sleale per la loro corsa al ribasso in materia di tassazione dei profitti delle imprese: nell’anno appena trascorso, la Repubblica Ceca ha ridotto la tassa sui profitti dal 31 al 28%, l’Ungheria dal 18 al 16%, la Lettonia dal 19 al 15%, la Slovacchia dal 25 al 19%, che è anche il tasso applicato in Polonia. In media, l’aliquota applicata nei dieci paesi dell’allargamento è dieci punti più bassa di quella dei Quindici: 21,3% contro 31,3%; in Germania, nonostante la riforma fiscale del 2001, l’effetto combinato di tasse federali e regionali fa sì che il tasso resti uno dei più alti in Europa: 38,3%. Di fronte a questo scenario tedeschi, francesi e parecchi italiani protestano che la Ue deve puntare all’armonizzazione fiscale, e non alla concorrenza fra i paesi che ne sono membri. Senza armonizzazione, si ripete, non può esserci veramente mercato unico. Giustissimo: il mercato unico è uno degli obiettivi istituzionali dell’Unione; ma sarebbe folle crearlo sulla base di una tassa sui profitti molto alta: l’unico risultato sarebbe di deprimere tutte le economie dell’Unione, appesantite da costi fiscali che ne diminuirebbero la competitività.
Il precedente dell’Irlanda
I paesi dell’allargamento rappresentano l’unica area ad alto tasso di crescita all’interno della Ue: mentre l’aumento medio del pil dei Quindici lo scorso anno è stato appena dello 0,8%, i tassi di crescita dei paesi ex comunisti vanno da un minimo di più 2,3% in Slovenia e più 2,9% in Ungheria e Repubblica Ceca ad un massimo di più 7,5% in Lettonia e 8,9% in Lituania. Questo miracolo economico è il frutto della combinazione fra basso costo del lavoro (fino a un decimo di quello tedesco o francese) e bassa tassazione sui profitti. Ora Schroeder vorrebbe che i paesi dell’allargamento rinunciassero alla seconda delle due armi in loro possesso in cambio dei fondi strutturali che la Ue mette a loro disposizione; di più, nel suo intervento al Bundestag formula un ricatto: o i fondi strutturali, o la riduzione fiscale, tutte e due le cose non ve le lasceremo avere. Tutto ciò non è carino, soprattutto in considerazione di un fatto: nonostante i forti tassi di crescita, i redditi dei cittadini dei paesi dell’allargamento sono ancora molto inferiori a quelli degli abitanti dei Quindici. Dei cinque allargamenti della storia dell’Unione, questo è quello in cui il reddito medio dei nuovi membri è più basso in raffronto alla media europea: appena 46,5%. L’ingresso dei 10 paesi aumenta la popolazione della Ue di quasi il 20%, ma il pil complessivo soltanto del 9%. Come si può pretendere di togliere loro proprio uno degli strumenti decisivi per uscire dal sottosviluppo? Soprattutto perché nei casi precedenti questo non è mai stato fatto, giustamente. Il boom economico dell’Irlanda, che al momento del suo ingresso nella Ue aveva un reddito pari al 62% della media europea e oggi invece la supera largamente arrivando al 120%, è esattamente il risultato della combinazione dei tre fattori sotto accusa: basso costo del lavoro, bassa tassazione sui profitti (ancora oggi solo 12,5%!), benefici dei fondi strutturali. Grazie a tutto questo, oggi l’Irlanda è diventata un “contributore netto” del bilancio Ue: i soldi che versa sono più di quelli che riceve.
Lezione estone per Schroeder
La verità è che tedeschi e francesi attaccano i paesi dell’allargamento per non dover modificare le proprie insostenibili politiche stataliste di welfare, funzionali non allo sviluppo, ma alla gestione del potere ed al controllo della società. Esemplare la reazione dell’ex primo ministro estone Mart Laar, precursore delle politiche liberiste nell’Est europeo: «Lo Stato sociale è considerato una componente integrante dell’identità europea nonostante il suo impatto negativo sulla competitività europea e la sua insostenibilità a lungo termine. Il primo ministro svedese Goran Persson ed il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder si sono lamentati che i ricchi non sono tassati abbastanza pesantemente nei nuovi stati membri e stanno cercando di estendere i poteri della Ue nell’area della tassazione… C’è pericolo che queste iniziative cristallizzino i problemi inerenti alle economie dei vecchi membri e li esportino al livello della intera Ue, interferendo negativamente con quelle economie che hanno accresciuto la loro competitività attraverso riforme radicali, riforme che sono state suggerite da ogni tavola rotonda e gruppo di esperti in sede Ue nel corso dell’ultimo decennio, ma che sono state respinte dai leader europei per ragioni politiche domestiche».
La verità, insomma, è che pur di conservare il ruolo paternalistico dello Stato nell’economia i leader statalisti fra i Quindici sono disposti a largheggiare nei fondi strutturali da erogare ad Est, ma non a permettere che quei paesi si sviluppino veramente e in modo autonomo. Sono disposti a trasformare i paesi dell’Est in regioni assistite, ma non a permettere che mettano in crisi il vecchio modello del capitalismo renano. Ma così l’Europa perde una grande occasione: l’allargamento potrebbe svolgere quel ruolo di stimolo al cambiamento che in passato ha svolto il progetto dell’euro. Come i dodici paesi dell’euro sono intervenuti sui loro deficit di bilancio e sull’inflazione per avere il diritto di passare alla nuova moneta, così oggi il dinamismo liberista dei paesi dell’allargamento potrebbe essere presentato agli elettori dei vecchi paesi membri come il vincolo ineludibile che costringe alle riforme delle pensioni, del welfare, del mercato del lavoro, ecc. L’allargamento è l’ultimo treno per ricostruire un sistema Europa competitiva e capace di crescita. Se lo perdiamo, il nostro destino sarà il “panorama 2004” delineato nelle previsioni del Fondo monetario internazionale (Fmi) e di altri osservatori economici: crescita del 5,4% nell’insieme dei paesi in via di sviluppo, del 4,7% negli Usa, del 9% in Cina, dell’1,6% nell’area dell’euro. Vogliamo continuare così?
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