Benvenut a Nanniwood
La serietà al cinema è oggi tanto necessaria quanto è doverosa la censura di atteggiamenti o prese di posizione ambigue che attentano alla vita democratica del paese. E qui il pensiero è da riferirsi inevitabilmente alle opinioni di questo settimanale che, nel disprezzo delle basilari regole democratiche di convivenza civile, si esibisce in recensioni retrograde e atteggiamenti intolleranti, bollando con fare inquisitorio pellicole che invece sono autentici capolavori di dignità e impegno civile. Noi non ci stiamo.
Siamo per un cinema libero e giusto, dove non ci possano essere più guerre. Siamo a favore di film come “I segreti di Brokeback Mountain” di Ang Lee, trattato come la peste in queste colonne, ma vincitore di premi in tutto il mondo. Come dice Natalia Aspesi su Repubblica, “Brokeback” è «una grande storia d’amore, di quelle gioiose e dolenti, una di quelle che per dare soddisfazione devono raccontare passioni impossibili, fatte di magici incontri che illuminano vite doverosamente banali». Un film necessario, giusto, su una diversità possibile: «Un film dal respiro epico e alto tasso di romanticismo», racconta il critico di Liberazione. Che chiosa: «Era dai tempi de “I ponti di Madison County” che non vedevamo una storia così tormentata e trascinante. E che a farcela vivere sia stata una coppia omosessuale non fa che dare forza e freschezza». È una storia, quella dei cowboy gay nel capanno, che rimane dentro, rattrista ma fa anche riflettere sull’amore e sulla vita. Delle Brokeback Mountain è pieno il nostro cuore: sono un luogo alla cui ricerca andiamo tutti, forse uno stato mentale, dove tutti, bianchi, neri, gialli, omo, etero, trans, cercano la pace. Un luogo dello spirito in cui, liberi da ogni inibizione, si può trovare l’amore, quello vero, che può riempire una vita intera, se si è fortunati.
Difendiamo gli autori italiani
Noi siamo per l’emozione e non per le sentenze. Noi, cresciuti nel territorio del dialogo, non siamo capaci di condannare nessuno, fatta eccezione per le opinioni antidemocratiche di certuni. Siamo per la comprensione. E così, non abbiamo potuto che subire con rammarico il giudizio espresso da Tempi su uno dei film più impegnati e civili degli ultimi anni, “Il caimano” di Nanni Moretti, un grande film che parla di un piccolo uomo. Sottoscriviamo il giudizio di Lietta Tornabuoni, veterana e imparziale critica della Stampa: «Il caimano è un bel film, divertente, ardito, politicamente di parte e molto intelligente». Un film orwelliano, non di semplice propaganda, che rappresenta uno spaccato della società quando era sul punto di finire per sempre nel baratro nero del Potere Privato. Un film umanissimo, che parla di noi, che accetta l’incompiutezza formale come metafora dell’imperfezione di una vita priva di senso.
Questo Appello è perché il cinema non diventi una televendita. Perciò, per impedire una civiltà di macerie, bisogna ricostruire un cinema serio attraverso gli Autori che per fortuna non mancano al nostro Paese. Dobbiamo difenderli, i nostri Autori: artisti come Nanni Moretti, Cristina Comencini, Sabina Guzzanti e Marco Bellocchio. Del film di quest’ultimo vorremmo dire la nostra: “Il regista di matrimoni” è un film originale, ironico, innovativo. Forse anche più di quel capolavoro di sobrietà laica che era stato “L’ora di religione”. Per usare le asciutte parole di Aldo Fittante di Film Tv, «è un film di uno sperimentalismo che imbriglia chi guarda, lasciandolo solo con i suoi occhi, disperato e allegro nel trovarsi di fronte a un brogliaccio d’autore che si compie nell’istante del suo disfacimento». Disperato e inutile. Proprio come la vita.
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