Benvenuta concorrenza

Di Bottarelli Mauro
01 Febbraio 2007
Il direttore del pensatoio più riformista del Regno spiega perché liberalizzare l'istruzione vuole dire educare meglio (e magari imparare un mestiere)

Basso profilo e lavoro duro sono virtù necessarie nella società britannica, dogmi più che regole per il successo. Per questo Reform, autorevole think-tank d’Oltremanica, utilizza i pareri degli altri per descrivere la propria influenza sul dibattito politico nazionale. Da Martin Wolf del Financial Times a Melanie Phillips del Daily Mail, da Andrew Stuttaford del National Review a Simon Carr dell’Independent, da Stephen Pollard del Times a Janet Daley del Telegraph tutti concordano su una cosa: Reform è e resta il centro studi migliore per la sua capacità non solo di cogliere i mutamenti della società ma soprattutto per anticiparli e incanalarli verso una prospettiva riformista. Per questo, per capire il rivoluzionario progetto di liberalizzazione del sistema educativo in atto nel Regno Unito, Tempi ha raggiunto Andrew Haldenby, giovane e brillante direttore di Reform, nel suo ufficio al 45 di Great Peter Street. «Le city acadamies sono un esperimento positivo perché offrono una possibilità per migliorare gli standard educativi nelle città, nelle aree metropolitane inglesi, soprattutto della parte centrale del paese, quella in cui si registrano i peggiori livelli educativi e i risultati peggiori agli esami. La cosa fondamentale, poi, è che in base a questo schema di riforma le nuove scuole saranno indipendenti dal governo e dalla politica, i manager che le gestiranno potranno prendere decisioni assolutamente autonome pagando, se sarà il caso, le conseguenze per errori e negligenze gestionali, budget compreso. Al posto dello Stato e degli enti di controllo ci saranno i privati, soprattutto a livello locale, le comunità e le charities, il mondo del volontariato. Soggetti che concorreranno per migliorare gli standard educativi e quindi anche quelli di vita».
I sindacati però sono sul piede di guerra. Non teme difficoltà politiche per il governo?
I sindacati sono sempre forze negative nei confronti dei processi di cambiamento e di riforma. E quelli della scuola in particolare sono una peste assoluta che negli ultimi trent’anni ha paralizzato qualsiasi ipotesi di ammodernamento di un sistema educativo che cadeva a pezzi. Sono in malafede, parlano la lingua del diritto allo studio, che secondo loro deve essere difeso dalle grinfie del mondo del business, ma sanno benissimo che con le loro lotte assurde possono soltanto tutelare il diritto a studiare male e a non essere preparati. Inoltre a loro non va giù il fatto che una stretta collaborazione tra city academies e mondo degli affari locale possa aprire la strada anche a un futuro lavorativo, insegnare ai bambini che nella vita bisogna lavorare: attività che per molti di loro è troppo faticosa, se non addirittura sconosciuta. Ma insegnare un lavoro non è una bestemmia.
Sia il New Labour sia i Conservatori sono favorevoli a questa riforma ed entrambi pongono l’accento sulla necessità di offrire alla famiglia un ruolo più centrale nel processo educativo. È d’accordo?
Assolutamente sì, bisogna garantire grande scelta alle famiglie, offrire alternative. Il grande problema di questo paese è che ci sono poche scuole in generale e ancora meno di livello medio: aprire un nuovo istituto appare un incubo e riuscire a migliorare le performance di quelli già attivi una pia illusione. Questa riforma garantirà da un lato il miglioramento degli standard e dall’altro l’apertura di molti altri istituti – 200 entro il 2010 – che garantiranno ai genitori la possibilità di scegliere dove mandare i propri ragazzi. La risposta è la scelta.

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