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Di Tempi
29 Marzo 2001
Sono passati sei anni dal giorno in cui Tempi è comparso in edicola, anzi, al Meeting

Sono passati sei anni dal giorno in cui Tempi è comparso in edicola, anzi, al Meeting. Era l’agosto del ’95 e Luigi Amicone s’era messo in testa che cattolici e liberali avessero qualcosa in comune e soprattutto qualcosa da dirsi. La casa editrice fondata per dar vita al settimanale venne battezzata Tempi Duri e basta questo per riassumere il clima del momento. Dopo l’entusiasmo dovuto alla vittoria, il governo Berlusconi, il primo di centrodestra nella storia della Repubblica (se si esclude la parentesi Tambroni, finita anche quella con le sfilate in piazza) era stato costretto ad alzare bandiera bianca grazie a una manovra da manuale militare: attacco frontale delle Procure con successivo accerchiamento alle spalle e divisione delle truppe moderate da quelle leghiste. Risultato: una resa in pochi mesi. Prima di deporre le armi le truppe berlusconiane si erano fatte garantire un corridoio per raggiungere le elezioni, ma come spesso accade – grazie anche ai giochi del garante di quelle intese, un tale che passerà alla storia per non esserci stato – gli accordi pattuiti al momento di cedere le armi diventarono carta straccia il giorno dopo. Tempi più duri di quelli dunque è difficile immaginarli. A Roma, nelle file del centrodestra, tirava aria di sbandamento e di lì a una manciata di mesi, subito dopo la sconfitta elettorale del ’96, si rischiò addirittura il rompete le righe. Tra i colonnelli e i professori del Polo c’era chi ipotizzava scenari da disfatta. Berlusconi in stato d’arresto, Forza Italia in stato di avanzata decomposizione, An in stato di rapida emarginazione. Agli alti ufficiali del Polo la soluzione appariva obbligata: un abbraccio estremo tra Berlusconi e D’Alema, un’operazione di raffinato kamasutra politico, che fermasse l’avanzata delle Procure e avviasse la stagione delle riforme, naturalmente quelle gradite alla sinistra comunista. Insomma, si trattava di mettere la parola fine a tutte le speranze di cambiamento, infilando le mani nei ceppi per avere salva la vita. Come sapete, l’apocalittico scenario è stato mandato a gambe all’aria da un signore che il patto con D’Alema non lo ha stretto, ma anzi gli ha sottratto pure il piedestallo bicamerale dal quale lo statista di Gallipoli sperava di innalzarsi verso i vertici della Repubblica. Da lì in poi sono cominciati i tempi duri del centrosinistra (D’Alema rimasto senza sgabello lo ha scippato a Prodi e questi invece di porgere l’altra guancia gli ha porto una serie di trappole, in puro stile democristiano) e sono iniziati quelli un po’ meno duri del centrodestra. Che, guarda caso, ha cominciato a far dialogare al proprio interno i cattolici e i liberali, scoprendo che su certi temi – la scuola, la giustizia, la famiglia, la bioetica – i punti d’intesa erano più di quelli di lite. Il Polo, che all’inizio si era forse presentato un po’ come il campione del liberismo duro e puro, in realtà era in grado di far convivere al proprio interno la teoria liberale e la dottrina cattolica. Idee e proposte di queste due anime hanno spesso trovato riflesso nelle pagine di Tempi. E spesso sono anche state argomento di discussione sulle pagine de il Giornale, al punto che in più di una occasione Tempi e il Giornale sono stati alleati in una comune battaglia. Perciò, per dare una voce più forte alle ragioni del dialogo tra cattolici e liberali, da oggi Tempi esce allegato a il Giornale. Un settimanale di approfondimento che si rivolgerà a tutti quei lettori che non si fermano alla superficie delle cose. E che non hanno tempi stretti.
Maurizio Belpietro, direttore de il Giornale

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