Benvenuti (anche alla Fao) nella nuova Roma
Fatica e orgoglio: sintetizzerei così il sentimento dominante nel bilancio di questo nostro primo anno di governo della Regione Lazio. In che modo abbiamo cercato di tener fede al nostro “patto con gli elettori”? Rilanciando anzitutto la “politica del fare”, contro il fumoso chiacchiericcio ideologico del centrosinistra che si era limitato a gestire l’esistente all’ombra dei principi ideologici. Lo abbiamo fatto nel campo della Sanità, aprendo nuovi ospedali, migliorando quelli esistenti, razionalizzando assistenza e spesa per dare servizi migliori ai cittadini, senza dover aumentare le tasse nonostante la vecchia giunta ci avesse lasciato una voragine di 7.400 miliardi nei conti e istituendo una commissione per la lotta al cancro. Lo abbiamo fatto nell’ambito dei servizi sociali garantendo un assegno mensile alle ragazze madri e stanziando 11 miliardi per la lotta alla droga, finanziando gli oratori per farli tornare ad essere punto di incontro e di crescita della gioventù in alternativa alla cultura deleteria e massificante dei centri sociali, mantenendo gli impegni sul diritto alla casa. E abbiamo pungolato il governo centrale affinché si impegni sui grandi interventi strutturali e infrastrutturali necessari all’economia regionale come il raddoppio della via Pontina, la terza corsia per tutto il Raccordo anulare, la costituzione di “poli industriali” che rispettino la vocazione delle province del Lazio.
A proposito di Lega e federalismo
Con la Lega siamo alleati, ma a parte l’accordo di fondo sul federalismo e la devolution, c’è ancora da confrontarsi su “come” portare a termine una riforma decisiva per il futuro del Paese. Come presidente di regione, chiedo di essere ascoltato per la mia parte. Se ci affidano Sanità, programmi scolastici e sicurezza locale, dobbiamo sapere anche quanta parte di risorse che oggi finiscono nelle casse dello Stato ci spettano per far fronte alle enormi, nuove incombenze del governo regionale. Al ministro Bossi ho chiesto di non avere fretta, di ascoltare tutte le parti interessate dalla riforma per non rischiare di creare un “monstrum” giuridico. Non si possono rinviare i discorsi sulla Camera delle regioni e sullo status della Capitale che io vedo come “Roma-Regione”. Ho detto anche: parliamo del referendum sulla legge costituzionale dell’Ulivo, troviamo una posizione comune senza dover giungere alla rinfusa alla scadenza referendaria, rischiando di creare caos politico-istituzionale.
Global e no-global
La globalizzazione è una realtà con la quale dobbiamo confrontarci e che va affrontato tentando di moderarne gli aspetti che meno rispettano l’uomo. È evidente che nessuna risposta può giungere dalla violenza di piazza ed è assolutamente impensabile che sinistra o destra possano fare di questo argomento una bandiera di parte. Ideologizzando le posizioni e radicalizzando lo scontro non si fa altro che lasciare il campo alle peggiori derivazioni sia del global, sia dell’antiglobal. Non mi sembra questa la strada giusta per restituire dignità umana ai popoli dei Paesi in via di sviluppo. Mi appare invece come un ottimo piano per strumentalizzare la povertà e ottenere risultati economici e politici sia per le multinazionali, sia per quello che alcuni definiscono “l’Ulivo mondiale”. Per quanto ci riguarda, non vogliamo e non possiamo permettere che vengano annullate le radici e le identità dei popoli.
G8 e forze dell’ordine
Penso che se le forze dell’ordine hanno commesso abusi a Genova, questi vadano stigmatizzati e puniti per quello che riguarda la responsabilità personale di chi li ha commessi. Però ai tempi delle manifestazioni contro la proliferazione nucleare non ho mai visto scendere in piazza i pacifisti bardati come giocatori di football americano. Se vai in giro con un bastone o una pistola è segno che sei disposto, se non determinato, ad usarli. Il giochetto di dare tutta la colpa della violenza ai black bloc e salvare anche i molti personaggi in jeans e maglietta bianca che, con il volto coperto, lanciavano molotov mi sembra datato. Il personaggio più drammaticamente vero ed equilibrato mi sembra il padre di Carlo Giuliani, il ragazzo morto negli scontri. Con i suoi silenzi e le sue reiterate richieste di compostezza alle manifestazioni in ricordo del figlio mi pare un grido rivolto ai giovani: non ci cascate un’altra volta, non fatevi usare come carne da cannone, usate la testa.
Verso un “autunno caldo”? E sui vertici Fao e Nato…
Al Paese servono anni di tranquillità, con un governo stabile che possa portare avanti riforme strutturali. È l’indicazione chiara che hanno dato gli elettori il 13 maggio scorso. La tentazione della piazza ribollente a sinistra è forte. Mi auguro che prevalga il buon senso rispetto a un’inconscienza che potrebbe produrre una nuova stagione di tragedie. In tema di democrazia e di rispetto delle scelte del popolo, gli esponenti dell’Ulivo sono davvero inaffidabili. Una volta mobilitavano le masse per il lavoro, oggi la Cgil, che è stata al guinzaglio per sei anni, sacrificando i lavoratori sull’altare dei governi Prodi, D’Alema e Amato, riscopre la voglia di scendere in piazza per bassi interessi di bottega. Quanto alla discussione sul tema dei vertici Fao e Nato a Roma e a Napoli, penso che siano appuntamenti importantissimi per i contenuti e una grande vetrina per il nostro Paese. Sta al ministro dell’Interno disinnescare quanto di strumentale e violento possono contenere le legittime manifestazioni e soprattutto, dopo Genova, smascherare politicamente certi leader che si sono autoeletti “capi dei buoni”.
* Presidente Regione Lazio (testo raccolto da Nicola Imberti)
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