Benvenuti nel (tragico) Mondo Nuovo

Di Newbury Richard
20 Settembre 2001
Londra ha un lunga tradizione imperiale che invece manca completamente a Washington. Per questo il mondo britannico può ancora insegnare qualcosa agli Stati Uniti. Per esempio, il rispetto del nemico. Che pure bisogna combattere e abbattere. di Richard Newbury

«Noi creiamo deserti, non montagne». Colin Powell, l’allora Capo di Stato maggiore degli Stati Uniti d’America disse all’allora presidente Bill Clinton, opponendosi a un’invasione del Kossovo con truppe di terra. Oggi, gli americani, che hanno il medesimo Colin Powell ora come Segretario di Stato, stanno progettando una campagna militare nella regione più montuosa del mondo, l’Afghanistan, mentre — come ha commentato un generale dell’Aviazione militare statunitense — «Non è bene riportarli all’Età della pietra a suon di bombardamenti. All’Età della pietra ci sono già».

“Intercettare i segnali” o captare le radio, i telefoni e i messaggi di posta elettronica dei nemici può, come quando i britannici riuscirono a decrittare il codice tedesco Enigma, far vincere le guerre, anche se Osama Bin Laden opera soprattutto attraverso scambi di messaggi personali, senza utilizzare telefoni o radio e senza inviare e-mail dai suoi Internet Cafè in Pakistan. C’è insomma bisogno di veri agenti sul campo e di fatto gli Stati Uniti, grazie alla grande mescolanza di etnie di cui vive la loro popolazione, potrebbero riuscire molto più facilmente a infiltrarsi attraverso ardite operazioni di doppiogioco piuttosto che con l’uso di sofisticata tecnologia.

Che aiuto può offrire Londra a Washington?

Quando, proprio a ridosso dello schianto degli arei sulle torri del World Trade Center, ha pronunciato il proprio discorso, Tony Blair ha promesso che la Gran Bretagna si schiererà «spalla a spalla» a fianco degli Stati Uniti e, attraverso il Segretario generale della Nato Lord Robertson, ha immediatamente esercitato pressione diplomatica affinché venissero attuate le provvisioni contenute nell’Articolo V del Trattato costitutivo della Nato, in base al quale un attacco nei confronti anche di uno solo degli Stati membri costituisce un attacco a tutta l’Alleanza.

Quale potrebbero essere però il contributo britannico? Nel 1991, quando Saddam Hussein attaccò il Kuwait, un Paese membro del Commonwealth, Margaret Thatcher si trovava ad Aspen in Colorado e la Lady di Ferro persuase il presidente Bush — il cui ambasciatore aveva già accettato il fatto compiuto — a resistere. «Non vacillare, George» era la sua esortazione costante. Trasmessi dalle radio statunitensi, i discorsi di supporto di Blair hanno impressionato il pubblico nordamericano più delle esitazioni di Bush e le speranze così suscitate danno al premier britannico l’autorità morale per dire: «Non cedere all’ira, George» nello stesso modo in cui convinse Clinton a fornire copertura aerea alle 55.000 unità britanniche impegnate nell’imminente assalto al Kossovo minacciando, qualora la mancanza di tale difesa avesse comportato forti perdite da parte britannica, di ricorrere alla televisione statunitense accusando il grande pubblico americano.

Le truppe britanniche subiranno comunque delle perdite, non solo perché le nostre Forze Speciali, su cui si basano quelle statunitensi, saranno direttamente coinvolte, ma anche perché capita che la Gran Bretagna schieri già 21.000 effettivi e che un’ampia struttura per il trasporto di truppe, dotata di appoggio aereo, si stia preparando in un altro Paese del Commonwealth, l’Oman nel Golfo Persico, per quella che è la più vasta esercitazione militare britannica dalla fine della Guerra Fredda. Ora, questa simulazione si trasformerà in realtà.

Ma il fattore più importante di tutti è che la Gran Bretagna può fornire utili consigli a chi si trovi oggi a esercitare un ruolo di tipo imperiale, soprattutto per quanto ne riguarda il necessario atteggiamento mentale in un contesto in cui il premoderno incontra il postmoderno. Come l’impero romano, quello britannico ha inglobato in sé molte fedi religiose diverse e fino al 1947 è di fatto stato il più vasto impero musulmano mondiale laddove oggi la Gran Bretagna conta tre milioni di cittadini di religione islamica incluso un numero sproporzionatamente grande di medici, avvocati e miliardari. La proposta avanzata dal principe Carlo perché vengano costituiti reggimenti musulmani, sikh e indù delle Guardie della regina così come ne esistono di scozzesi, gallesi e irlandesi, conta oggi su un vastissimo consenso popolare. Né si dovrebbe scordare che l’VIII armata dell’esercito britannico che combattè in Africa Settentrionale e in Italia era un’armata composta da elementi indiani a cui si aggiungevano degli effettivi sudafricani, australiani e neozelandesi. Per questo il populista The Sun, che vende ogni girono quattro milioni di copie, così xenofobo nei confronti dell’“Europa”, ha potuto scrivere, correndo su due pagine: «L’islam non è una religione malvagia. Accusarlo degli orrori a cui il mondo ha assistito martedì è come accusare il cristianesimo per l’odio che divide i protestanti e i cattolici a Belfast. I musulmani di Gran Bretagna “sono” britannici». È stata di fatto l’Ira a sviluppare per prima la strategia terroristica degli attacchi “spettacolari” con l’uso delle bombe lanciate sulla City, sui primi ministri Thatcher a Brighton e Major a Downing Street, e sulla famiglia reale. Lanci che, nel caso di Lord Mountbatten, hanno avuto successo.

L’impero (britannico) su cui non tramonta(va) il sole

«L’Occidente — ha proseguito il quotidiano tabloid — non è in guerra. È impeganto nella più grande indagine criminale della storia umana», laddove The Telegraph, il quotidiano conservato e di grande formato, ha citato Rudyard Kipling: «È mezzanotte/ non lasciamoci ingannare dalle stelle/ l’alba è molto lontana». Eppure è il Kim dello stesso Kipling a dare speranza. La storia narra di un orfano anglo-indiano che impara l’arte dello spionaggio da un commerciante di cavalli afgano musulmano, da un santone o lama buddista e da un accademico indù che lavorano tutti per il misterioso colonnello Creighton, il quale avverte il Comandante in capo di una rivolta afghana istigata dai russi che in questo modo viene sventata. Il libro ispirò la creazione del Servizio segreto indiano e quindi di quello britannico così come della Cia. Franklin Delano Roosevelt battezzò suo figlio Kim e il romanzo divenne una lettura obbligatoria per tutte le nuove reclute della Cia. Ovviamente, Kipling, che al tempo era un giornalista di ventidue anni, poteva permettersi di cavalcare tutte le mattine a fianco del Comandante in capo perché era personalmente implicato in quello che definì «Il grande gioco» contro l’espansione russa in Afghanistan dal momento che era l’unica persona lungo la frontiera nordoccidentale in grado di parlare russo.

Infiltrarsi fra le popolazioni autoctone e usarne le animosità fra tribù diverse era necessario per comprenedere la vita della frontiera. Il Comandante in capo di cui si è detto era ovviamente Lord Roberts di Kandahar, che nel 1878, durante la Seconda guerra afghana, fu l’unica persona capace d’invadere con successo l’Afghanistan e di prendere sia Kandahar, luogo dove oggi è ubicata la base di Bin Laden, sia Kabul, l’attuale capitale dei talebani. È interessante, ancorché casuale, che nei momenti di relax della sua ultima campagna elettorale Blair abbia letto Quarantun anni in India da sottoufficiale a Comandante in capo, del maresciallo di campo Lord Roberts di Kandahar, insignito della Croce della regina Vittoria. Ad affascinare le sue truppe musulmane, sikh, gurkha e britanniche non fu solo l’ardimentosa capacità di comando che Lord Roberts possedeva, ma pure la sua conoscenza antropologica dei costumi afghani e il rispetto che di essi egli aveva. Con il combattimento ravvicinato, gli statunitensi impareranno a rispettare i loro nemici; e a non lasciare mai indietro i feriti! Il rifiuto statunitense, valso fino a oggi, di rischiare perdite umane in battaglia ha negato questo “volto”, che in realtà è essenziale per un esercizio della potestaà di tipo imperiale fondato su una grande capacità di autolimitazione più che sulle reazioni affrettate ed esagerate.

L’affetto del soldato britannico per le proprie truppe afghane e il rispetto mostrato per il nemico afghano è ben illustrato nell’autobiografia di Franci Yates Brown The Bengal Lancer, da cui fu tratto anche un film — I lancieri del Bengala — che, pur bandito da Benito Mussolini, era il preferito di Adolf Hitler. Un Hitler che peraltro perse il proprio impero proprio perché incapace di rispettare le culture dei suoi nemici e d’imporre lo Stato di diritto.

Il mito nordamericano di fonda sul passaggio dei Padri pellegrini attraverso il “deserto” dell’Atlantico alla volta della Terra promessa. Nel discorso che ne conclude il mandato presidenziale, George Washington fa riferimento alla necessità che gli Stati Uniti mantengano la propria «condizione distaccata e distante». Causando in un colpo solo la scomparsa di più vite umane che non nel giorno dell’attacco giapponese a Pearl Harbour e durante il D-Day messi assieme, l’11 settembre la globalizzazione ha raggiunto l’America. Il Nuovo Mondo ha così agganciato necessariamente il Vecchio Mondo.

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