Big Fish

Di Simone Fortunato
04 Marzo 2004
Un figlio ripercorre la storia di suo padre, Edward Bloom

E’ il capolavoro dell’anno, “Big Fish” di Tim Burton.
Dal regista di Batman ci aspettavamo grandi cose, soprattutto dopo quel mezzo passo falso di “Planet of The Apes”, remake de “Il pianeta delle scimmie”: e così è stato.
Andando a colpire quelle che sono le caratteristiche storiche del cinema puro (quello lunare di Méliès), Burton costruisce un grande film sulle storie di cui è intessuta la vita di un padre di famiglia, Edward Bloom. Storia vuole dire mito, nel senso etimologico di mythos, cioè di racconto di popolo che trasfiguri il reale: così Burton, con una maestria rara nella costruzione della scena, immerge lo spettatore in quelle che sono le storie del padre. Racconti che (come del resto anche il mito antico), pur sfuggendo alla logica razionalista, risultano più veri della realtà stessa (come indica lo struggente finale). Il fascino del racconto come il fascino del cinema delle origini: la fantasia del cinema delle stelle di Méliès contro il cinema di terra, di fabbriche e di treni dei fratelli Lumière. Burton, anche attraverso citazioni classiche, da Chaplin a Fellini, ci indica la via per un cinema diverso dal solito baraccone: cinema come arte e intuizione poetica. Cinema del Vero.

di T. Burton con E. McGregor, A. Finney

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