Bilancio gestione Prodi

Di Tempi
28 Ottobre 2004
Due punti di vista diametralmente opposti a confronto sul quinquennio dell’ex presidente del Consiglio italiano in Europa

Il 31 ottobre prossimo il mandato del presidente Prodi alla testa della Commissione europea arriva al suo termine. Sono passati più di cinque anni e mezzo da quel Consiglio europeo di Berlino in cui, nel marzo 1999, i leader europei all’unanimità conferirono a Romano Prodi l’incarico forse più difficile in Europa: la presidenza della Commissione europea.
In quel momento, la credibilità della Commissione era a pezzi, il morale delle truppe bassissimo in seguito agli scandali che avevano portato alle dimissioni della Commissione Santer. Non vi erano più assi privilegiati tra i governi: il motore franco-tedesco stentava a ripartire e le reticenze delle varie capitali ad avanzare nel cammino europeo non erano mai state così forti. Il muro di Berlino era crollato da 10 anni, ma non vi era ancora una strategia chiara su come realizzare la prima unificazione pacifica del continente europeo, attraverso il processo di allargamento. Era fondamentale rilanciare il ruolo della Commissione e proporre all’Unione obiettivi strategici che rispondessero alle esigenze storiche e alle preoccupazioni degli europei.
Tali obiettivi sono stati perseguiti con coerenza, nonostante le difficoltà legate ad un contesto politico e istituzionale, in Europa e nel mondo, in grande evoluzione: dalla crisi in Kosovo alla tragedia dell’Ossezia, passando attraverso l’11 settembre di New York, l’intervento in Afghanistan, la guerra in Irak e l’11 marzo di Madrid.
L’unificazione continentale innanzitutto. Prodi ha saputo indicare un percorso chiaro e credibile all’Unione e ai paesi dell’Europa centrale e orientale candidati all’adesione. Nel 1999, infatti, erano forti le incertezze sia su quando realizzare l’allargamento dell’Unione che sul numero dei paesi coinvolti. Si pensava ad un processo limitato al massimo a 6 paesi e non vi era un orizzonte temporale definito né regole certe. Erano poi forti i timori della stampa e dell’opinione pubblica sull’emigrazione, sulla criminalità e sulla sostenibilità del processo. Neppure le prospettive ai Balcani erano sufficientemente chiare, mentre erano molto forti i rischi che la situazione balcanica faceva pesare sul continente.
Oggi invece l’Unione a 25 è una realtà, destinata ad espandersi ad altri paesi con i quali sta negoziando l’adesione, anche nei Balcani è stata finalmente data una chiara e credibile prospettiva d’integrazione e attraverso la cosiddetta “politica di vicinato” è stata presentata la prima dottrina sulle frontiere dell’Unione allargata.
Sull’euro la decisione era stata presa, ma nel 1999 era completamente da attuare. Anche su questo fronte, fortissimi erano i timori, i dubbi, lo scetticismo sulla reale possibilità di condurre in porto quest’operazione.
Oggi l’euro è una realtà che si sta già affermando sulla scena internazionale. Nel 1999, poi, nessuno parlava di Costituzione né di un processo di riforma istituzionale ampio, ma unicamente dei cosiddetti left-overs di Amsterdam, cioè di un’agenda molto limitata e non certo all’altezza delle nuove sfide che l’Unione aveva innanzi. Oggi, grazie anche e soprattutto alla spinta della Commissione e del Parlamento europeo, i cittadini e i parlamenti di 25 paesi si dovranno esprimere sul primo progetto di Costituzione europea. Dagli anni Sessanta, poi, non era mai stata intrapresa un riforma seria e profonda della struttura amministrativa della Commissione, nonostante le indicazioni di vari rapporti che erano stati elaborati nel corso degli anni. Oggi la Commissione è stata completamente riformata, sia nella struttura che nella gestione del personale.
A ciò si aggiungono i numerosi risultati positivi raggiunti in vari settori: dal sistema satellitare Galileo all’Agenzia alimentare, dalla riforma della politica della concorrenza al protocollo di Kyoto…
Certamente, Prodi ha dovuto adattare la sua agenda alla nuove esigenze apparse nel corso del mandato, tra le quali, innanzitutto, quella relativa alla sicurezza.
E ha dovuto fare i conti con l’ostilità di vari governi a progredire sulla via dell’integrazione: l’euro ha ancora bisogno di un vero governo economico, anche se le recenti proposte della Commissione mirano a rendere il Patto di stabilità e di crescita decisamente più “intelligente”; la strategia di Lisbona, quella che vuole fare dell’Europa l’economia della conoscenza più competitiva al mondo va a rilento. Certo, se anche sui brevetti comunitari i governi si intestardiscono a volere la traduzione in 20 lingue, andremo poco lontano: mantenere il voto all’unanimità, riconoscere in capo ai governi il potere di veto, significa semplicemente negare all’Europa il diritto di esistere.
Ma laddove esisteva, l’Europa in questi anni ha fatto grandi passi in avanti: rispetto al 1999, c’è molta più “Unione” in Europa!

Sandro Gozi, membro del gabinetto del presidente Prodi.

La Commissione Prodi, salvo improbabili sorprese dell’ultima ora, termina il suo mandato il 31 ottobre. Un sollievo per molti in Europa, poiché Prodi non sta certo lasciando un buon ricordo.
Eppure, la legislatura era iniziata sotto i migliori auspici per lui. Il Parlamento aveva dato a Prodi un amplissimo sostegno. Anche i suoi avversari politici in Italia gli avevano dato fiducia in nome dei superiori interessi dell’Unione Europea e del nostro paese. Un conto è infatti la polemica nazionale, un altro la presenza dell’Italia in Europa.
Come ricorda proprio in questi giorni il Financial Times, Prodi ha invece mancato di visione, di efficacia, non ha saputo dare una reale dimensione al suo ruolo di presidente, nonostante il trattato di Nizza abbia definitivamente attribuito al presidente un ruolo di guida politica della Commissione. Prodi ha impresso alla Commissione una linea politica erratica. Impossibile capire dove volesse andare a parare; ciascun commissario era libero di fare ciò che voleva con tanti saluti alla collegialità delle decisioni.
Come ha affermato Françoise Grossetête, deputata francese, vicepresidente del gruppo Ppe-De, Prodi è mancato anche nei rapporti con il Parlamento europeo, che specialmente nell’ultimo anno ha sistematicamente ignorato.
Quanto ai suoi successi essi sono presunti o incompleti. Prodi ha portato a termine l’allargamento: grande risultato, si dice. Peccato che l’Unione non fosse ancora pronta a questo allargamento così massiccio e tutto d’un colpo. Le difficoltà esistono già, ma esse sorgeranno in tutta la loro grandezza solo nei prossimi mesi, quando scopriremo che il processo decisionale comunitario diventerà molto più lungo e complesso per mancanza delle traduzioni dei documenti o per la difficoltà oggettiva di raggiungere un consenso tra venticinque paesi non ancora pienamente integrati.
In materia di governance economica, Prodi è stato schizofrenico: dopo aver detto che il Patto di stabilità è stupido (ci credeva o era solo una captatio benevolentiae nei confronti di Chirac che di lì a qualche ora doveva incontrare?), nulla ha fatto per cambiarlo, se non in questi ultimi mesi quando era troppo tardi, e nel frattempo ha attaccato il Consiglio Ue, che cercava di renderlo meno stupido e un po’ più flessibile, portandolo davanti alla Corte di giustizia. Quanto alla nuova Costituzione europea, certo Prodi non ha giocato un ruolo positivo: nel mezzo del dibattito ha fatto uscire una proposta di Costituzione alternativa a quella della Commissione, chiamata “Penelope”, che aveva come scopo principale di blindare la Commissione europea rendendola di fatto irresponsabile nei confronti del Parlamento europeo: bel progresso per l’Europa.
In politica estera, Prodi ha fatto di tutto per mettere l’Europa contro gli Stati Uniti, quando invece è noto che l’equilibrio mondiale si regge su una leale collaborazione tra Europa e Stati Uniti, che condividono valori di libertà e giustizia, nonché la tutela dei diritti fondamentali. Il dialogo fra Europa ed Usa deve essere certo senza complessi, ma la lealtà non deve mai venir meno.
Prodi, invece, col suo antiamericanismo, è arrivato al punto di dire che seppure taluni governi erano a favore della presenza militare in Irak, i popoli erano contro. Bel modo di rapportarsi con i governi nazionali, come se essi non fossero i legittimi rappresentanti dei loro popoli.
L’introduzione dell’euro è stata sì un traguardo importante. Tuttavia la Commissione Prodi poco o nulla ha fatto per prevenire l’aumento dei prezzi e aiutare le imprese costrette a fare i conti con un euro troppo forte.
Quanto alla competitività del sistema economico europeo, è vero che la strategia di Lisbona è stata ideata sotto la presidenza Prodi, ma la Commissione non ha certo spinto per realizzare effettivi progressi in questo senso. Il rapporto Kok sull’attuazione della strategia di Lisbona, in corso di pubblicazione in questi giorni, lo evidenzia chiaramente. Tra l’altro, la Commissione Prodi si è opposta ad ogni iniziativa in materia di aumento dell’età pensionabile, che invece rappresenta per l’Unione uno degli interventi più urgenti se l’Europa vuole recuperare competitività. Ma anche altri obiettivi sono stati disattesi da Prodi: c’è stata una carenza di attività propositive e di pianificazione nella politica industriale; per quanto riguarda l’attività legislativa, i programmi annuali non hanno mai superato il 50 per cento; per quanto riguarda la riforma della Commissione, troppe sono state le scelte paracadutate dall’alto nelle nomine; Prodi poi non ha nemmeno difeso le produzioni italiane: assente su temi importanti come la riforma del mercato del tabacco proposta dalla Commissione (se non fosse stato per il governo italiano e i nostri parlamentari europei, la tabacchicoltura sarebbe sparita in Italia); assente sulla salvaguardia dei comparti tessile e meccanico particolarmente esposti alla concorrenza delle economie emergenti dell’Estremo Oriente.
Infine Prodi ha distrutto la credibilità della Commissione: egli ha preferito utilizzare la presidenza della Commissione per svolgere attività politica in Italia contro il governo e per prendere la guida dell’opposizione, quando invece egli doveva rimanere indipendente, super partes perché così vogliono i trattati europei.
Speriamo che gli italiani non si dimentichino di tutto questo alle prossime elezioni politiche.

Antonio Preto, consigliere giuridico del gruppo Ppe-De del Parlamento europeo

(Le opinioni espresse e le tesi sostenute vanno intese a titolo personale).

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