Bipolarismo sovietico all’italiana

Di Cominelli Giovanni
26 Aprile 2007
Governabilità zero, rappresentatività ancor meno. L'unica cosa che l'attuale sistema elettorale garantisce ai cittadini è l'impossibilità di scegliere i candidati. E Chiti e Calderoli snobbano il problema. Se ne può parlare?

Con sdegno non rassegnato seguiamo la discussione in corso sulla legge elettorale. Le proposte di Vannino Chiti e di Roberto Calderoli convergono su un’opzione: che ai cittadini sia negata la facoltà di scegliere personalmente il candidato che li rappresenti in Parlamento. Possono, al più, votare una lista di partito: ma l’ordine e il nome degli eletti è già stato deciso dalle segreterie. È il sistema di voto toscano-sovietico, concordato tra maggioranza e opposizione, delle regionali toscane del 2005.
Non è ancora passato un anno dall’approvazione della “porcata” da parte del centrodestra e dai sacri furori del centrosinistra. Di quel gracidio degno di una batracomiomachia non è rimasto più nulla. Oggi siamo alla concordia bipartisan su liste blindate, sui cittadini tagliati fuori da ogni possibilità di partecipare alla costruzione della rappresentanza. Berlusconi ora dice che va bene, Prodi anche. Chiti al suo progetto di legge elettorale, che non è un oggetto costituzionale, ha appiccicato anche un po’ di riforma costituzionale, non si capisce bene se per insipienza o per troppa furbizia. Così, tanto per complicare la partita e tirare in lungo, probabilmente per non farsi approvare nulla e andare tutti insieme allegramente a votare con il vecchio “porcellum”, scaricando ciascuno sull’altro la colpa della mancata riforma. Pare che neppure i referendari, giustamente preoccupati di garantire la governabilità al paese, si stiano ponendo il problema.

Il cittadino non c’entra
Se l’esito probabile di questa discussione è incerto tra lo status quo e leggere modifiche, lasciando intatta l’esclusione dei cittadini dalla scelta del proprio rappresentante, stanno sotto gli occhi di tutti le conseguenze già in atto sulla posizione dei cittadini rispetto alla politica. Si annuncia infatti un ingente mutamento culturale e psicologico: dall’antipolitica, che è pur sempre l’altra faccia di un amore deluso, all’a-politica come indifferenza inerte.
La politica si presenta blindata, autistica, chiusa dentro gli interessi del ceto: i Tronti e i Cacciari che negli anni 80 teorizzarono “l’autonomia del politico”, sono stati presi in parola. Da quando la politica è nata dall’esperienza greca della “polis”, essa ha sempre ricompreso due funzioni: la rappresentanza e il governo. La differenza rispetto alla polis di Pericle è che oggi i cittadini non sono tutti (o quasi) presenti nell’agorà. Nei Parlamenti delle moderne democrazie liberali siedono solo i loro rappresentanti, scelti con vari meccanismi: proporzionale o uninominale, a uno o a due turni. Una volta scelta la rappresentanza, si deve fare il governo. Nei sistemi parlamentari, il governo è scelto dalla maggioranza del Parlamento. In quelli (semi-)presidenziali dal voto diretto dei cittadini. Il sistema americano costituisce il modello “puro”: il popolo sceglie in tempi e votazioni diverse la rappresentanza di Camera e Senato e l’esecutivo. Negli Stati Uniti il popolo sta all’origine di due distinti e paralleli canali di legittimazione. Nei regimi parlamentari, i due canali stanno in sequenza: i cittadini scelgono i rappresentanti, costoro scelgono il governo. In Italia, limitandoci alla storia del secondo dopoguerra fino al 1994, i cittadini sceglievano i rappresentanti in Parlamento, avvalendosi della facoltà di votare uno o più candidati all’interno di liste presentate dai partiti. Chi prendeva più voti veniva eletto, a prescindere dal posto occupato nella lista. A questo sistema elettorale venivano da tempo rivolte due critiche. La prima: generava una durata media dei governi pari a nove mesi. Dunque alta rappresentatività del Parlamento, governabilità quasi zero. Perciò riforme perennemente rinviate, crescita di altri poteri forti e corporativi nel paese, di cui la politica finiva per essere l’ancella. Politica ampiamente rappresentativa, ma leggera e precaria come una ragnatela nelle decisioni. La seconda critica: il proporzionale, in un regime in cui il Parlamento era fortemente sovradeterminato da partiti pervasivi e onnipotenti, dava luogo a degenerazioni clientelari, ben oltre i confini dell’etica pubblica. Per effetto convergente del leghismo, di Mani pulite, del referendismo e del “liberi tutti” a seguito della caduta del Muro di Berlino, la maggioranza del paese si orientò verso un sistema maggioritario uninominale.

Governi deboli e scontri mortali
Il complesso delle riforme si chiamò bipolarismo. “All’italiana”, naturalmente. Intanto perché la Costituzione non permetteva di passare a un presidenzialismo simile a quello americano o a quello francese. Perciò il capo del governo rimaneva in balìa di minoranze, questa volta interne alla coalizione vincitrice. Minoranze numerose, anche perché la soglia di sbarramento restava troppo bassa (4 per cento), ma agguerrite, perché il loro voto al governo era misurato con criteri ponderali, non proporzionali. Il proporzionale puro, sottratto ai cittadini, veniva cioè ripescato e aggravato a vantaggio dei partiti. Bipolarismo “all’italiana” soprattutto perché la contrapposizione frontale tra i due poli ha sovraccaricato quella che è solo una tecnologia elettorale di un significato ideologico ultimativo, quasi che la complessità culturale e sociale di un paese moderno si potesse ridurre “ad duo”. Con ciò una laica e liberale alternanza tra schieramenti, spesso con idee reciprocamente non molto distanti, è diventata il Giudizio universale di un’alternativa ideologica e persino antropologica tra sinistra e destra, bene e male, comunismo e democrazia, civiltà e barbarie, tra onesti e malandrini. Viceversa negli Stati Uniti e in Europa si utilizzano tecnologie elettorali (di cui nessuna perfetta) che conciliano i diritti del popolo e di ogni cittadino di scegliersi personalmente i rappresentanti e la governabilità delle società.
È giunto il momento che i soggetti sociali e culturali e i singoli cittadini facciano sentire la loro voce. Giacché la politica non è cosa dei partiti, è il popolo che la fa. Sennò, ciascuno per la sua strada: le persone, la società civile, i soggetti sociali, culturali ed economici a fare società, a creare sviluppo; la politica a creare ostacoli, a fare danni. La legge elettorale che si annuncia è un esempio drammatico di come i partiti possano generare anti-politica e a-politica in nome dell’onnipotenza e della nobiltà della politica. Che almeno ci siano risparmiati i tamburi partitici contro il qualunquismo. Sono tamburi di latta.

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