Bobbio&C. La fine di un mito
Giuliano Ferrara ha chiuso – come aveva aperto – da par suo la querelle durata alcune settimane sul “libro nero” dell’azionismo torinese, firmato dal di Bobbio scolaro Angelo d’Orsi (La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi). Sul Foglio rosa del 5 giugno l’Elefantino riconosce “l’aggressione monellesca” del suo giornale utile però a “rimettere a giorno un paio di questioncelle oscurate nella notte del conformismo ideologico”. L’Elefante ha messo in luce cosette parecchio importanti: “il compromesso di carriera della maggioranza degli intellettuali antifascisti con il fascismo” e “il cosiddetto fondamento etico della politica. Proprio così. Angelo d’Orsi, nell’ultima intervista alla Stampa, dice che la nostra battaglia è contro quel fondamento. Sì, è così. Infatti crediamo che la politica democratica abbia altri fondamenti, più empirici, e che debba provarsi sperimentalmente a correggere e migliorare l’essere degli uomini, non a imporgli il ‘dover essere’. Siamo contro lo Stato etico e i grandi utopismi di parata. Bastano due parole: siamo antifascisti”. Bravo Giuliano, buon sangue non mente.
Ora, poiché simili dibattiti raramente impegnano le colonne dei giornali italiani (questa settimana il top della discussione pubblica si è agitata intorno all’antifascismo sessuale del povero Pecoraro Ascanio), non sarà forse inutile l’umile computo degli interventi, in modo che il lettore curioso possa archiviare come si deve il monumento sepolcrale scolpito sulla mediocre (e dalla coda di paglia) intellighentia Fiat-torinese che passò alla storia per la Oxford-Jaguar italiana.
E alla Stampa di Torino si deve il lancio del prezioso volume di d’Orsi, presentato come “il saggio che incrina il mito degli intellettuali torinesi durante il Ventennio” (16 maggio). Il libro fa notizia “per quel che c’è scritto…” (Il Foglio, 27). E si rincorrono gli interventi. Il 17 maggio Valerio Castronovo, storico di Torino e biografo di Giovanni Agnelli, difende sulla Stampa: “Il fascismo non aveva radici a Torino” (con lui Bruno Bongiovanni il 19 maggio). Gad Lerner, da Repubblica (il 17 maggio e – non è curioso? – solo nella versione On Line del quotidiano scalfariano) riconosce legittimo il “ridimensionamento di un’immagine mitica dell’antifascismo torinese”. Sempre lo stesso giorno Il Foglio pubblica una sintesi del libro galeotto e un editoriale: “Si sono compromessi col fascismo… hanno abitato l’Italia alle vongole”. La (non)smentita di d’Orsi arriva su Repubblica il giorno seguente, il Foglio è accusato di “un modo rozzo di fare polemica culturale”; mentre sull’Unità Bruno Gravagnuolo si chiede “dov’è la dirompente novità storiografica del libro di d’Orsi”. Viene richiamato alle armi il generale azionista Galante Garrone, che sulla Stampa rimbrotta d’Orsi: “sbaglia, forse perché è giovane”. Il 20 maggio Indro Montanelli firma un memorabile editoriale sul Corriere della Sera, compiaciuto che la ramazza investa finalmente anche “quel sinedrio della cultura torinese, quasi tutta di radice azionista, che considerava se stessa il sacrario dell’antifascismo”. Dalle pagine del Foglio (20 maggio), Lucio Colletti riprovera a d’Orsi “il tributo che serve a placare i doberman torinesi accampati attorno alla casa di Bobbio”, a Bobbio i “garbati minuetti” con Palmiro Togliatti. Entra in scena lo storico del Partito d’Azione Giovanni De Luna (quello che ha spiegato al nostro collaboratore Massimo Tringali – cfr Tempi n.22 – che “lei non può svolgere uno studio sul Partito d’Azione perché si è formato sui libri di Del Noce”) che sulla Stampa (21 maggio) pubblica un’ analisi dell”accanimento polemico” di Giuliano Ferrara, risultato dice lui “di una pulsione autobiografica”. D’Orsi, sul ricomunista Liberazione, ricorda le brutture e le violenze del fascismo, l’azionista Massimo Salvadori (Stampa 23 maggio) attacca Montanelli, Colletti (“non c’è limite all’impudenza”) e il Foglio (“lo stile dei suoi interventi è da guerra civile condotta con metodi incivili”). Graziosa sortita di Tempi con nientemeno che Paolo Mieli ex direttore della Stampa e del Corriere della Sera, attuale direttore editoriale Rcs, con triplice conclusione da far arrossire i numi tutelari dell’antifascismo azionista: “I dati incontestabili? Molti di loro ebbero compromissioni; nessuno di loro parlò prima di essere pizzicato; ebbero difficoltà, qualche ritardo, usarono molti eufemismi per vedere i crimini commessi nell’altra metà del mondo”. La Stampa (26 maggio) con Giuseppe Berta propone una lettura “obliqua” per disinnescare d’Orsi: “Torino, la città limpida”. Il Foglio ospita Antonio Socci, “Signor direttore, Azionismo e fascismo sono gemelli”. E si arriva così alla lezione di Norberto Bobbio, grandiosa apertura della Stampa, 27 maggio: non è possibile confondere il valore delle opere intellettuali “col comportamento pratico”, esclude che sia mai esistita una “autentica e duratura cultura fascista”. Risponde alla “ramanzina paternalistica” del maestro l’editoriale del Foglio del 30 maggio: “Bobbio, maestro d’omertà… nominato senatore a vita dopo una lunga storia di contiguità con tutti i poteri italiani… che ha vissuto fascismo e antifascismo giocando pericolosamente coi concetti, sempre lontano dalla verità”. E pure il d’Orsi si incazza (31 maggio, La Stampa), si libera del complesso della cosidetta torinesità (ha scritto in una un po’ troppo ossequiosa introduzione al suo saggio: “che mi strappò al destino meridionale”) e picchia in testa al suo ex professore-padrone: “In Bobbio affiora una comprensibile autoassoluzione di categoria”.
Ps: Di altra natura gli articoli di Chiara Valentini sull’Espresso del 1 giugno, “Foglio e moschetto, fascista perfetto”, (con puntuale replica del Foglio il 27 maggio “Il rancore di Chiara Valentini contro il Foglio. Le prescrizioni di Debenedetti”) e il lungo (dissimulante) intervento di Adriano Sofri su Repubblica del 30 maggio.
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