Br vecchie e nuove; Marzo 1978, marzo 2003, cos’è cambiato?

Di Tempi
13 Marzo 2003
«Salviamo Moro senza compromettere la giustizia» si legge su alcuni giornali

«Salviamo Moro senza compromettere la giustizia» si legge su alcuni giornali. «È la giustizia proletaria» si sente mormorare dopo l’eccidio del maresciallo Di Cataldo. «È giusto avergli rotto il cranio, era fascista». Quante sono le giustizie? Quanti morti e che storia dovremo ancora avere per essere tutti giusti? Perché la storia non è giusta e duemila anni sono passati invano? Mi chiedo cosa ognuno di voi pensi della giustizia, dove ve la sentite, quando avete creduto di averla vissuta, se pensate che sia possibile. La nostra esperienza ci ha già fatto conoscere alcune “giustizie”. La più forte, quella che la nostra società usa di più è la giustizia dell’ideologia. I cattivi sono tutti da una parte, i buoni dall’altra, il giudizio universale è già sulla terra ma è ancora più facile superare la prova, basta dire che si fa per il popolo, per la razza, per l’eguaglianza, per gli emarginati, per i giovani, per chi soffre, basta la bandiera poi i crimini sono gesta eroiche, spaccare la testa ad un ragazzo di diciassette anni è un’azione democratica, i lager in fondo salvano i popoli dai pazzi. Questa giustizia ha un supporto inevitabile, l’opinione, la giustizia dell’informazione. L’informazione, la controinformazione, le Tv e le radio libere gestiscono a larghe mani la verità. Basta non dire e non è avvenuto, basta dire e c’è sotto qualcosa di losco, basta insinuare e c’è la giustificazione a ogni gesto proditorio. È la giustizia dei servi, è quell’orda di schiavi che si dice intellettuale, che spiega tutto ma per fortuna non è capita. E poi c’è la “nostra” giustizia, la nostra opinione, la “mia” ragione, l’inequivocabilità dei dati, la certezza dell’assassino. Per la stessa ragione lo scambio Brigate Rosse – Moro è giusto e sbagliato, valido e controproducente, intelligente e stupido. E se si fa fatica a trovare il motivo, se la ragione sembra lontana, se la risposta è dolorosa, se la strada è lunga, se la verità la dicono gli altri, se i più piccoli ci insegnano, il problema non esiste, l’indifferenza giudica, la giustizia diviene indifferente. La giustizia è una posizione umana. La giustizia è guardare sé (e di conseguenza gli altri) in un certo modo. È in primo luogo riconoscere la mia e la tua miseria, il mio e il tuo dolore, il mio e il tuo destino. Non ci potrà mai essere giustizia se non nel rispetto dell’altro come parte viva di una storia che è anche la mia, la storia dell’uomo. Questo non eliminerà la violenza, le guerre, l’oppressione e la repressione, ma darà la possibilità di comprendere. E il dolore e gioia dell’altro, silenziosamente o pubblicamente, sarà un contributo inestimabile per la mia capacità di vivere da uomo. È questa possibilità che vorremmo verificare. La giustizia non può vivere di compromessi: è un giudizio; la vita non può rimanere per 80 anni tiepida.
Antonio Simone, Kakkomatto, marzo 1978

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