BRUTTA SENZ’ANIMA
All’Europa la sinistra italiana è arrivata tardi. Ancora nel 1979 Enrico Berlinguer aveva votato contro lo Sme, il sistema monetario europeo, perché segno ed effetto di un’Europa capitalista e filo-atlantica. Dopo la morte di Enrico Berlinguer, Giorgio Napolitano e i suoi avviarono un cauto avvicinamento alla socialdemocrazia europea, approfittando dell’avvento di Gorbaciov e della generosa mediazione di Bettino Craxi in direzione dell’Internazionale socialista. Dopo il fatale 1989 incominciò così a delinearsi l’Europa della sinistra: terza forza pacifica e neutrale, tutta intesa a costruire il proprio benessere economico e la propria moneta unica e a difendere il modello di welfare dai venti violenti della globalizzazione, dai conflitti balcanici e medio-orientali, dall’ascesa di nuove potenze economiche quali la Cina, l’India, il Brasile. Mitterrand e Kohl, prima, Chirac e Schroeder fino ad oggi, hanno mantenuto questa piattaforma, Prodi l’ha gestita fino a ieri e la ripropone per il futuro. La sinistra vi ha aderito toto corde. Ma la cesura dell’11 settembre 2001 e tutto quanto è seguito, Irak in testa, ne hanno mostrato tutta l’insostenibile leggerezza.
L’esito del referendum francese annuncia il cedimento strutturale dell’asse franco-tedesco. Ed è esattamente su questo asse che si era disposta la sinistra, combinando pacifismo assoluto, euro-atlantismo debole, anti-americanismo variegato, malcelato disprezzo per il blairismo, diffidenza per i Paesi post-comunisti. Ora, le macerie dell’asse franco-tedesco sono anche le macerie della sinistra europea e italiana in tema di Europa e di politica internazionale. Essa si trova di fronte a tre questioni logicamente e storicamente concatenate. La prima: le radici cristiane. è stato e rimane un sofisma sostenere che poiché le radici cristiane sono – va da sé – la principale base storica dell’Europa, non sarebbe necessario nominarle nel testo della Costituzione per non urtare altre culture. Il fatto è che se non sono esplicitate nei testi fondamentali che esprimono la coscienza dei popoli europei, non costituiscono impegno vivo e presente neppure per il dialogo creativo con le altre culture. Nel nome della laicità critica e scevra da ogni pregiudizio sarebbe necessario che a fondamento della statualità europea ci fosse questo riconoscimento, non obnubilato da un revival di deismo giacobino in salsa neo-gollista. La seconda: la missione. L’Europa non è palesemente in grado di muoversi come soggetto efficace sulla scena mondiale, perché non riconosce le proprie radici e perciò non dispone del senso della propria presenza storica e del proprio futuro nel mondo. Il patrimonio genetico cristiano dell’Europa parla dell’uomo come fine e delle sue libertà fondamentali quali assi attorno a cui costruire la civilizzazione umana. Eppure l’Europa rifiuta di scendere nell’agone mondiale nel quale si combatte una battaglia sanguinosa contro ogni fondamentalismo religioso o tecno-scientista, nell’illusione che i suoi valori non siano una posta in gioco globale, ma un criterio regolativo relativo a questa sola parte del mondo. Terza: la democrazia europea. Difficile costruirla da Bruxelles, senza rendere protagonisti i 452 milioni di abitanti d’Europa.
Ma questo è impossibile senza una tavola di valori completa e senza una missione chiara. Come scrisse Rainer Maria Rilke: «Nessun vento è favorevole a chi non sa dove andare». Questa è, a quanto pare, la condizione spirituale e politica dell’Europa e, per la parte che le tocca, della sinistra europea. Se l’Europa non ha un’anima, non gliela può dare chi a sua volta non ce l’ha.
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