Buco Turco
Secondo lei «è un traguardo importante che garantirà ai cittadini una più oculata gestione delle risorse e un sistema sanitario migliore. è un accordo che dedico alle donne e ai bambini». Secondo lui «si mettono le mani nelle tasche dei cittadini. Il governo aveva detto che chi rompeva doveva pagare, ma qui siamo di fronte a una situazione per cui chi rompe non paga e se la gode pure». Lui e lei sono il governatore della Regione Lombardia Roberto Formigoni e il ministro della Salute Livia Turco. Come ogni coppia che scoppia andranno a vedersela in tribunale. Materia del contendere è il cosiddetto decreto salvadeficit, norma con cui l’esecutivo Prodi è andato in soccorso di cinque Regioni con debiti in materia di sanità. Secondo lei questo permetterà, nel giro di tre anni, di rilanciarle, di ammodernarle, di creare circoli virtuosi che le faranno rientrare in equi parametri. Secondo lui ciò che ha fatto il governo è anticostituzionale e, con il governatore veneto Giancarlo Galan, è ricorso alla Consulta.
Si parla di milioni di euro. Si parla della più importante voce di bilancio per una amministrazione regionale (in Lombardia la sanità copre l’80 per cento del bilancio). E si parla del decreto legge 23/07 che ha previsto 3 miliardi di euro per ripianare i disavanzi sanitari dal 2001 al 2005 di Lazio, Campania, Abruzzo, Liguria, Molise (cui va aggiunta la Sicilia, regione coi bilanci in rosso che, al momento in cui scriviamo, non ha ancora incontrato i rappresentanti del governo). Per Formigoni così «si premiano le Regioni non virtuose e si penalizzano le altre. Si verifica quel che vediamo accadere tra i cittadini e le banche: si tartassano i piccoli debitori, si stendono tappeti rossi ai grandi». Formigoni e Galan si sentono presi in giro. «Il governo ci aveva detto di avere a disposizione solo 97 miliardi per la sanità a fronte di un fabbisogno di 100. Ne mancavano 3 che sono saltati fuori nelle pieghe della Finanziaria, clandestinamente accantonati a favore delle Regioni indebitate. Il Lazio ne riceverà 2,3, in aggiunta al piano speciale di salvataggio con cui il governo tapperà l’enorme buco di quasi 10 miliardi accumulato da questa Regione, accollandosi debiti e interessi sul debito». Almeno a parole, almeno nelle occasioni ufficiali, i due governatori non se la prendono coi loro pari grado delle altre amministrazioni. «Il nostro – affermano – è un ricorso contro il governo, non contro le Regioni». Tuttavia un po’ di risentimento traspare, almeno a sentire i commenti dei corridoi regionali lombardi dove si fa notare che «quando lo Stato impose alle Regioni il pareggio del bilancio in materia sanitaria, tutti, salvo le “splendide” sei, ci rivolgemmo ai cittadini e introducemmo i ticket. Ora che quelle sei hanno accumulato i debiti lo Stato che cosa fa? Glieli ripiana. Insomma, si capisce l’incazzatura?». Si capisce. «E uno come Raffaele Fitto, l’ex governatore della Puglia, si mangia le mani. Ha fatto i salti mortali per raggiungere il pareggio. S’è andato a prendere i pomodori ai cortei durante la campagna elettorale per aver chiuso il 60 per cento dei presidi ospedalieri, per cosa?». E adesso Fitto si accorge di non aver più la poltrona, ma in compenso ha la giacca macchiata di rosso.
Adesso, soprattutto, Formigoni e Galan si accorgono di dover condurre una battaglia indispensabile, ma politicamente difficile. Ad alzare la voce si ritrovano soli: la maggior parte delle amministrazioni regionali sono simpatetiche al governo Prodi. In più, due delle Regioni “non virtuose” (Molise e Sicilia) sono di centrodestra. Se poi si aggiunge che il debito del Lazio è cresciuto a dismisura sotto la gestione dell’aennino Francesco Storace («dei dieci miliardi, cinque sono “merito” suo – rivela una fonte -, anche se c’è da notare che in un solo anno l’ulivista Piero Marrazzo ha aumentato il buco di 1,7 miliardi») si capisce perché le rimostranze di Formigoni e Galan finiscano «sulle pagine della cronaca locale dei grandi quotidiani». Tuttavia, Formigoni non demorde e promette battaglia: «Gli articoli della Costituzione che il decreto vìola sono il 3 (principio di uguaglianza), il 32 (diritto alla salute), il 97 (principio del buon andamento), il 117 (competenze regionali), il 119 (responsabilità finanziaria)». A questi, un Formigoni sibillino aggiunge la domanda diretta al premier Romano Prodi: «Perché non applica le leggi contro gli enti con i debiti? Secondo la legge tali amministrazioni devono sospendere tutte le attività discrezionali come la promozione e la convegnistica. Di più, dovrebbero licenziare immediatamente tutti i direttori generali responsabili».
Il “quasi” bilancio di Marrazzo
Invece? Invece, oltre al danno, la beffa. Quando è stato firmato l’accordo sul piano di rientro del deficit laziale, Padoa-Schioppa ha affermato: «è un progetto ambizioso, che punta a trasformare una delle Regioni in cui ci sono maggiori difficoltà in caso esemplare». Sarà, ma sta di fatto che il governo interverrà con due miliardi e 300 milioni attraverso il decreto legge e in più sbloccherà un altro miliardo e 400 milioni di fondi congelati per aiutare l’amministrazione ulivista. Se in più, facendo fede alle parole di Marrazzo, il pareggio avverrà al prezzo della riorganizzazione del personale, dei posti letto, dei presidi ospedalieri, di incremento dell’Irap e dell’Irpef, è più d’uno in Lombardia a mostrarsi scettico: «Ma l’avete letto il testo del “piano di rientro” del Lazio? Ci sono una ventina di cifre precedute da un “quasi”».
L’altra Regione con un profondo debito è la Campania. Capire a quanto ammonti non è scontato. Un comunicato emanato dalla Regione il 13 marzo – giorno della sigla del piano di rientro tra Bassolino, Turco e Padoa-Schioppa – recita: «Il debito nella sanità ammonta nel complesso a 4,6 miliardi». Per sanarlo, prosegue il comunicato, «la Regione ha stabilito un intervento che prevede fondi reperiti da un’operazione di cartolarizzazione (3 miliardi, mutuo trentennale) e una quota di riparto del fondo sanitario nazionale dovuta dallo Stato alla Campania (2 miliardi)». Tuttavia, secondo il quotidiano Italia Oggi, il debito campano è un altro. Dopo la sigla del patto, è iniziata a circolare la voce che l’ammanco complessivo non fosse di 4,6 ma di 6 miliardi. Italia Oggi l’ha rivisto ancora, al rialzo. Documenti inediti alla mano, il quotidiano diretto da Franco Bechis il 24 marzo scrive: «Rispetto ai dati diffusi il deficit accumulato a partire dal 2001 dalla Campania non è di 6 miliardi di euro a fine 2006 ma di 7,623 miliardi di euro a fine 2005». Quindi «la Regione governata da Bassolino accusa più di 1,6 miliardi di debiti rispetto alle cifre circolate nei giorni scorsi». Quali che siano i numeri, sta di fatto che l’agenzia di rating Moody’s in marzo ha valutato come «promettente, ma ambizioso» il piano campano, anche perché la Regione si è impegnata a mantenere gli incrementi di spesa nel limite del 2,5 per cento «mentre, storicamente – ha detto Simone Zampa, vicepresidente di Moody’s – le spese in Campania sono cresciute di circa il 6 per cento in media all’anno».
Il 20 marzo la Regione Abruzzo ha sottoscritto con il governo una cura da un miliardo di euro per il risanamento. Secondo quanto dichiarato, si punta ad azzerare il disavanzo entro il 2009 grazie a un maggior gettito derivante da Irap e addizionale Irpef. Alla Regione arriveranno 32 milioni dalle quote pregresse del fondo sanitario nazionale e 152 milioni dal cosiddetto “fondo di accompagnamento 2006-09”. La Regione ha messo a bilancio una doppia cartolarizzazione per recuperare 100 milioni di liquidità attraverso la cessione di immobili.
L’offensiva culturale ligure
In Molise Turco, Padoa-Schioppa e il presidente Michele Iorio hanno firmato un piano di rientro per il deficit ammontante a 388 milioni di euro al 31 dicembre 2005. I termini del patto prevedono che si sblocchino 200 milioni di euro da fondi bloccati del 2001-2005, più 75 milioni di euro, da spalmare nei prossimi tre anni, provenienti dal fondo straordinario previsto in Finanziaria, più altri interventi sulla spesa sanitaria. A tali risorse vanno aggiunti 550 milioni di euro provenienti dal Fondo sanitario nazionale che permetteranno alla Regione di chiudere in pareggio il 2006.
Per ripianare il buco ligure (circa 300 milioni di euro) si recupereranno 50 milioni dal decreto “Milleproroghe”, 119 dai fondi bloccati nella passata legislatura e altri 100 da tassazioni regionali. L’aspetto più curioso delle vicende liguri è che il governatore Claudio Burlando ha chiesto a Umberto Veronesi di fare da testimonial per un’iniziativa volta a dar vita «ad un’offensiva culturale sulla riorganizzazione della sanità in Liguria». La preoccupazione di Burlando si spiega col fatto che, come da lui stesso ammesso in altra occasione, occorre far digerire alla popolazione i tagli e la riorganizzazione della sanità: «Entro dieci anni i 27 ospedali oggi operanti in Liguria dovranno essere ridotti a non più di 10-12».
Il ricorso alla Consulta Formigoni lo motiva anche facendo riferimento alla questione ticket: «Ci opponiamo a quello stesso governo che non riesce a trovare 811 milioni di euro per eliminare il sovraticket di 10 euro». Inizialmente l’esecutivo Prodi lo aveva imposto alle Regioni, poi col decreto Milleproroghe ha ritirato l’obbligatorietà. «Ma il risultato non cambia», fanno notare in Lombardia, perché «è come se lo Stato dicesse: voi Regioni mi dovete dare 811 milioni che io non riesco a trovare. Non vi impongo un sovraticket, ma i soldi me li dovete versare lo stesso». Secondo quanto riportato dai quotidiani per il governatore lombardo questo è stato «un colpo di mano. Il governo si fa bello dicendo di aver tagliato le spese, quando il taglio più rilevante è nella carne delle Regioni. E per giunta, raddoppia la beffa: ci pagano con il ricavato di un ticket sanitario». Questa volta a protestare non è stato solo Formigoni. Del ticket si sono lamentati tutti. Tra i più accesi, la governatrice piementose Mercedes Bresso che in una lettera inviata a Prodi e Padoa-Schioppa ha scritto: «Ogni giorno arrivano alla segreteria della presidenza lettere per denunciare l’iniquità e l’insostenibilità di una misura che colpisce tutti e pesa in maniera particolarmente gravosa sui soggetti più deboli».
Anche Moody’s per il federalismo
Ma la vicenda ha assunto i contorni del paradosso quando il 14 marzo i tre rappresentanti dei sindacati italiani – Luigi Angeletti (Uil), Guglielmo Epifani (Cgil) e Raffaele Bonanni (Uil) – hanno inviato una missiva al presidente del Consiglio: «Riteniamo necessario un suo intervento per abolire la norma. Avevamo espresso sin dall’inizio la nostra contrarietà a questo ticket, sia per l’aggravio dei costi a carico dei cittadini, sia per gli effetti distorsivi sul costo di alcune prestazioni sanitarie». L’assurdo, non sfuggito ai sindacati, è che il ticket ha «effetti distorsivi che, purtroppo, si sono verificati, causando un fenomeno paradossale: i cittadini si rivolgono al privato e non al sistema sanitario nazionale, perché, per numerose prestazioni, conviene pagare per intero la tariffa piuttosto che il ticket fisso di 10 euro». I sindacati sono sbalorditi che un governo di sinistra spinga i cittadini verso il privato. Eppure, paradosso nel paradosso, i sindacati locali lombardi di Cgil, Cisl e Uil hanno raccolto più di 35 mila firme anti-ticket non contro il governo, bensì contro la Regione lombarda. Medesime proteste in Sicilia, dove, come Formigoni, anche il governatore Totò Cuffaro ha avuto gioco facile nel rimpallare le rimostranze dei sindacalisti locali verso Palazzo Chigi.
Formigoni dalla sua ha i numeri e la riconosciuta eccellenza della sua amministrazione. I Nas, che il ministro Turco aveva inviato in tutta Italia dopo lo scandalo del Policlinico Umberto I di Roma, hanno promosso a pieni voti gli ospedali lombardi. Si sono ritrovati sulle posizioni formigoniane anche altre categorie di cittadini come gli artigiani e i commercianti. Secondo uno studio della Cgia di Mestre a pagare il buco della sanità sarebbero soprattutto loro. «Le Regioni che sforano i bilanci in materia di sanità» sono obbligate «ad aumentare sino al valore massimo l’aliquota Irap (che nel 2006 in queste cinque regioni è stata portata al 5,25 per cento) e quella dell’addizionale regionale Irpef (che per tutte e cinque è stata elevata sino all’1,4 per cento)». Di recente Moody’s ha riconfermato il rating Aa1 alla Lombardia e questo solo perché non ha potuto assegnarle un più prestigioso Aaa, in quanto è Regione priva di autonomia impositiva. Solo per fare un paragone la stessa agenzia ha certificato un A3 per la Campania, mentre Standard&Poor’s ha assegnato un BBB al Lazio.
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