Budapest, la città dimenticata
Victor Sebestyen è nato a Budapest appena prima dei tragici fatti dell’ottobre 1956. È stato corrispondente dalla Bosnia del Times ed editorialista dell’Evening Standard. Racconta le giornate che hanno insanguinato la sua città con una cronaca mozzafiato, col il ritmo e l’obiettività del giornalista anglosassone. Emergono impressionanti dalle sue pagine «la tirannia e la povertà, il conformismo imposto dall’alto e l’ottusità del totalitarismo comunista». Ma non fanno una gran figura neppure gli americani. Che per anni avevano inondato i paesi dell’Est dalle frequenze di Radio Free Europe degli slogan di Ike Eisenhower e del suo segretario di Stato John Foster Dulles, «ricacciare indietro il comunismo» e «liberare i popoli oppressi»; ma che al momento buono si sono invece attenuti al machiavellico criterio esposto da Richard Nixon in una riunione riservata del National Security Council: «Dal punto di vista dei nostri interessi, sarebbe assai vantaggioso se il pugno di ferro dei russi tornasse a colpire duramente il blocco sovietico». Gli ungheresi si aspettavano il sostegno dell’Occidente; vennero invece sacrificati sull’altare della Realpolitik. Il loro sacrificio avrebbe dato frutto trent’anni più tardi.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!