BUGIE ACCADEMICHE PER RENDITE STATALI

Di Degli Occhi Alessandro
07 Luglio 2005
UNIVERSITà NELLA BUFERA. DAVVERO LA RIFORMA MORATTI AFFONDA LA RICERCA E CACCIA I RICERCATORI? O è SOLO DISINFORMAZIONE DEL PARTITO DELL'OPE LEGIS?

Sulla riforma della docenza universitaria – recentemente approvata alla Camera e tra breve in discussione al Senato – buona parte dei mass media fa a gara a chi la spara più grossa, piuttosto che informare: ‘Le università si ribellano’, ‘Cacciati i ricercatori’, ‘Il governo affonda l’università: i sindacati proclamano il massimo stato di agitazione’. Se ci fermassimo a queste frasi il quadro che ne trarremmo sarebbe quello del caos totale. Ma è proprio così vero che tutte le organizzazioni sindacali sono già sulle barricate per bloccare la riforma? «Le smentisco ad alta voce questa impostazione» dice a Tempi Antonino Liberatore, presidente dell’Uspur, una delle associazioni dei professori universitari di ruolo che conta a livello nazionale circa 3.500 iscritti. «Alcune delle sigle sindacali riportate dai giornali – continua Liberatore – non sono affatto rappresentative, prova ne è che molte di esse non vengono neanche citate nel Dpcm (Decreto Presidente del Consiglio dei Ministri) dell’11 novembre 1985 che indicava le associazioni sindacali maggiormente rappresentative. La nostra associazione, ma anche il Cipur (Coordinamento Intersedi Professori Universitari di Ruolo), vengono poco citate sulla stampa anche se, dati alla mano, sono ufficialmente riconosciute dal Dpcm tra quelle più rappresentative della categoria e hanno anche recentemente esposto una lunga serie di suggerimenti e di emendamenti al Disegno di legge. Buona parte dei quali hanno avuto favorevole riscontro dalla Commissione cultura del Senato, il 28 giugno scorso. Questi sono i fatti. E di questi bisognerebbe tenere conto.».

Ricercatori cercasi
Al di là della propaganda da ‘ottobre rosso’, la questione dello stato giuridico dei docenti resta complessa, soprattutto sul fronte dei ricercatori. è vero, come sostengono alcuni, che saranno cancellati? «Quando sento parlare di cancellazione dei ricercatori o di precarizzazione dell’università, mi ribolle il sangue» risponde il senatore Giuseppe Valditara, professore universitario, membro della commissione Cultura che sta esaminando il disegno di legge (Ddl) e responsabile di An per il dipartimento scuola e università. «Qui non si tratta di cancellare nessuno, ma di introdurre una nuova figura di ricercatore che è quella del ricercatore a contratto. Non avremo più, è vero, la figura del ricercatore a tempo indeterminato, ma nemmeno avremo limiti sul rinnovo del contratto. Un contratto potrà essere rinnovabile per un anno, tre anni, sette anni. Praticamente fino a quando si ritiene che la presenza di un ricercatore sia utile per l’università. In sostanza si potrebbe anche rimanere in università per un tempo indefinito, ma sempre a contratto. Non solo: la riforma prevede che un ricercatore debba essere pagato almeno il 70 per cento di quello che prende un professore associato a tempo pieno. Quindi, nei fatti, migliora il trattamento economico di tutti i ricercatori. Oggi, invece, il contratto da ricercatore è a tempo indeterminato, ma viene retribuito meno. Una delle conseguenze di questo trattamento a tempo indeterminato è che la ricerca langue. Le università sono piene di ricercatori che non essendo diventati professori associati, non hanno più stimoli, non pubblicano più. Bisogna invece introdurre maggiori stimoli a fare ricerca e a selezionare meglio i futuri professori e dando, nel contempo, maggiore flessibilità e autonomia alle singole università».
A chi vorrebbe trasformare ope legis gli attuali ricercatori in professori di terza fascia, «rispondo che è una strada sbagliata – dice Valditara – è vero, come si sostiene da più parti, che il 70 per cento dei ricercatori già insegna. Ma si tratta di incarichi annuali. Ma se segui la logica della Cgil e trasformi il 100 per cento dei ricercatori in professori, finisci per bloccare di fatto l’accesso di molti giovani alla carriera di docenti. E non basta: verrebbe penalizzata la qualità del corpo docente. Infatti con questo sistema si arriverebbe all’assurdo che senza valutare nel merito l’operato e la qualità di questi ricercatori li si promuoverebbe per legge professori di ruolo. Non funziona».

Autonomia e selezione
Un’altra ‘patata bollente’ di tutta la riforma sembra essere la questione dei cosiddetti ‘concorsi locali’ varati dal centrosinistra nella passata legislatura. «Con questa sistema – continua Valditara – si è creato un meccanismo sballato per cui un’alta percentuale dei professori che partecipavano al concorso erano candidati locali, cioè interni all’università stessa in cui si teneva il concorso. Ogni università in sostanza organizzava il suo concorso e in molti casi, come è stato da più parti rilevato, si procedeva secondo un sistema di cooptazione piuttosto che in base a logiche meritocratiche». La riforma propone di risolvere la questione eliminando i concorsi locali e istituendo una selezione a livello nazionale che dovrebbe garantire maggiore trasparenza nella valutazione.
Ma è sufficiente una mossa come questa per risolvere il problema? Secondo Franca Landucci – professore associato di Storia Greca, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano – è meglio non aspettarsi effetti miracolosi da questa ‘nazionalizzazione’. «Al di là di ogni ipocrisia credo che il sistema sia un sistema di cooptazione, lo sia sempre stato e continuerà ad esserlo. Il problema è che si coopti al meglio, nel senso che la bravura non può essere una variabile indipendente, come a volte è in Italia. Cioè: non è vero che tutti quelli che vincono sono bravi, come non è nemmeno vero che tutti quelli che vincono non sono bravi. Dipende dalla serietà di chi fa parte della commissione e non solo dalla legge. Un professore di gran nome, proprio in una discussione sull’abolizione dei concorsi locali mi diceva: ‘Sarà anche vero che nei concorsi locali spesso vince il ‘cretino’ locale, ma è anche vero che nei concorsi nazionali altrettanto spesso vince il ‘raccomandato’ nazionale’. Quindi ripeto: i problemi di clientela non sono semplicemente risolvibili per legge. Il guaio vero è che se uno mette in cattedra persone non meritevoli poi non ne ha alcun danno! Domandiamoci: perché normalmente un privato cerca di prendere una persona brava? Perché sa che se prende una persona non brava – anche se gli è fedele e amica – lo danneggerebbe sul piano economico e non potrebbe continuare il lavoro». Quindi? «Quindi, va bene l’eliminazione del membro interno scelto dalla facoltà e passi pure la scelta dei commissari a livello nazionale, purché però venga ribadito il diritto dell’università che ha bandito il concorso di non chiamare in ruolo quei vincitori che non ritiene in linea con le proprie impostazioni di ricerca».

Imperialismo aziendale
Quando poi si passa ai rapporti tra aziende, soggetti privati e università, ecco che ricominciano a sventolare immediatamente migliaia di bandiere ‘no global’. ‘L’università sta per essere colonizzata dalle imprese!’ (e dalle burocrazie statali no?). Polemiche a parte, possibile che l’idea di aprire a imprese e fondazioni sia vista come uno scandalo intollerabile? «E un paradosso» sottolinea Antonino Liberatore. «Ci lamentiamo sempre che la ricerca non sia finanziata. Ma bisogna tener conto delle possibilità del Paese. E queste possibilità vengono espresse ogni anno nella legge Finanziaria. Ma la Finanziaria, e quindi lo Stato, non può provvedere a tutto. Ragione per cui perché non aprire al mondo esterno? Naturalmente con tutte le verifiche del caso, in modo che non ci siano incompatibilità o invasioni di campo riguardo all’autonomia degli atenei. Comunque sia, questa è la strada che viene seguita in tutti i paesi occidentali ed è un modo per portare benefici all’università, ma soprattutto alla società in cui ciascuno di noi vive».
E la presunta colonizzazione? «Ma stiamo scherzando? L’università costa un patrimonio. Se le imprese si mettessero in coda per proporre corsi universitari significherebbe avere a disposizione finanziamenti per tanti posti di ruolo e nuovi insegnamenti. Tutti ne avrebbero vantaggi: la ricerca applicata, gli studenti, i docenti, la società, il sistema Paese». «Il centro non può governare tutto – conclude Landucci – se non a prezzo di una sostanziale paralisi, che come paese non possiamo più permetterci».

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