Buongiorno Tolkien, buonanotte Eco

Di Respinti Marco
10 Gennaio 2002
RiECOlo. Rieccheggia. Il Terzo Millennio è iniziato da una manciata di giorni e Umberto Eco suggella il vademecum letterario del Novecento. di M.R.

RiECOlo. Rieccheggia. Il Terzo Millennio è iniziato da una manciata di giorni e Umberto Eco suggella il vademecum letterario del Novecento. Dal 16 gennaio, la Repubblica uscirà per un anno allegando i 50 classici del secolo appena concluso. Il primo è il Nome della rosa e subito una vocina — simile a quella che Tom Selleck sente dentro di sé nel vecchio serial “Magnum P.I.” — si chiede “Ma chi l’ha stilata ’sta lista?”, che peraltro brilla per gli assenti: uno per tutti, T.S. Eliot (Kerouac, Márquez, Siddharta, Isabel Allende, Lolita, Saramago e Sepúlveda ci sono invece tutti). La reprimo subito e subito però mi viene in mente una battuta di The Hell-La vera storia di Jack lo squartatore, dove il serial killer dice che un giorno gli uomini prenderanno a considerarlo come il precursore del Novecento. Proprio Il nome della rosa, che se fosse un romanzo sul secolo XX (fra sangue e incredulità) sarebbe un capolavoro, è un campionario di sgozzamenti, nefandezze e intrighi torbidi. Ma gli è, invece, che pretende di essere una rappresentazione della società medioevale, peraltro vergato da uno che un po’ di storia dei “secoli bui” e un po’ di filosofia scolastica se l’è sciroppate (l’understatement è tutto voluto). Possibile che l’aggiornato e progressista semiologo non sappia che la scienza storica ha da tempo smentito la “leggenda nera”? Consigliata è la lettura dell’opera omnia di Régine Pernoud, ma anche di Jean Gimpel e di Léo Moulin, e addirittura degli “illuminati” Jacques Le Goff e Georges Duby. Così, giusto per capire (come diceva la Pernoud nel 1984) «l’unica epoca di sottosviluppo che ci abbia lasciato delle cattedrali». Ma se ciò dovesse far venire il mal di capo, “basta” allora ricorrere a Tolkien. Sì, proprio e ancora a lui, l’uomo che di fronte alla tracotanza di questo secolo avrebbe voluto parlare solo l’inglese dialettale della Mercia medioevale, che davanti a certe facce (di bronzo) sussurrava «Mordor è fra noi», che dopo Geoffrey Chaucer ha letto ben poco. Fuggiva? Per nulla. Parlava solo (e con lui il suo grande amico Clive Staples Lewis) di un “Antico Occidente”, diverso non cronologicamente (quantitativamente), ma qualitativamente: il “Medioevo”, fantastico e fattuale, che Tolkien canta e descrive a partire dal capolavoro Beowulf — scritto da un cristiano anonimo (no, non quelli di Karl Rahner, solo uno di cui non è stato tramandato il nome) che immagina, da cristiano, il passato pagano —, peraltro recentemente (e magnificamente, e significativamente) ritradotto dal premio Nobel irlandese Seamus Heaney (un altro grande assente fra i campioni letterari del Novecento di la Repubblica). Un “Medioevo” che non è (solo) un nebuloso periodo storico, ma una condizione. «Definire la civiltà cristiana romano-germanica “Medioevo” è senz’altro malizioso — afferma del resto il saggista Giovanni Cantoni, riprendendo un concetto espresso al Meeting di Rimini del 2000 proprio in merito a Régine Pernoud —, giacché significa voler legare un’esperienza comunitaria a un tempo storico, così denunciandone implicitamente l’irripetibilità (“non si torna indietro”, si dice). Chi ha inventato questa “defnizione balistica” di “Medioevo” lo ha fatto contro la civiltà cristiana, ma ha dimenticato che accanto al kronos, esiste il kayros: il “tempo significativo”, non solo il panta rei. E ciò allora significa che davvero esiste un “tempo medio” — intermedio — fra l’incarnazione di Cristo e la Parusia; un vero “medio evo”, di cui tutte le realtà storiche che s’ispirano alla visione del mondo cattolica costituiscono incarnazione, ossia altrettanti “medi evi”». Per questo nel 2000 Thomas A. Shippey, succeduto alla cattedra oxoniense di Anglosassone che già fu del grande filologo, ha scritto un libro dal titolo J.R.R. Tolkien: Author of the Century. Ma la Repubblica non l’ha letto.

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