
Bush dopo i talebani? Dovrà attrezzarsi per gli Esteri
Dopo il successo ottenuto dal presidente Bush nella Guerra del Golfo, era difficile immaginare come un qualsiasi Democratico avrebbe potuto mai sperare di vincere le elezioni presidenziali successive a quei fatti d’arme, candidandosi contro chi ne era uscito trionfalmente. Il consenso della popolazione per Bush era al tempo enormemente alto e Clinton, colui che si profilava come il suo avversario, era assai poco noto. Però sappiamo tutti com’è andata a finire. Non appena l’“urgenza” della guerra fu terminata, i cittadini statunitensi tornarono a mostrarsi disinteressati alla politica estera e, non percependo più l’area geografica in questione come foriera di pericoli, tornarono a rivolgersi alle questioni interne. Di queste, però, Bush apparve se non altro annoiato e sebbene alcuni commentatori affermassero che la sua politica economica avrebbe comportato dei miglioramenti all’economia nazionale che all’epoca boccheggiava, Clinton promosse e approfittò di quelle paure diffuse tra la gente stando alle quali Bush padre era assolutamente inadatto a gestire la nuova situazione. Coloro a cui “importava” della politica estera si preoccupavano invece per la mancanza di competenza e di palese interesse che l’avversario di Bush a sua volta mostrava in questo settore, ma Clinton riuscì a interpretare meglio l’umore della popolazione.
Presto o tardi, peraltro, Clinton avrebbe dovuto occuparsi anche di politica estera. Eppure egli aveva ben presente la tradizionale paura statunitense nei confronti dei «coinvolgimenti all’estero» (George Washington aveva consigliato ai suoi cittadini di tenersene alla larga) e così cercò di varare una politica tesa a ridurre ai minimi termini il coinvolgimento militare statunitense diretto, sempre tentando di operare attraverso le alleanze oppure la Nazioni Unite, e a gestire gl’impegni militari mediante l’uso di armi tecnologiche che evitavano le perdite di vite umane. Ebbe dunque buon gioco nel giustificare i propri interventi militari all’estero con l’idea dei diritti umani e di altre cause “etiche” e in questo fece appello all’idealismo del popolo nordamericano, cosa che gli riuscì particolarmente quando promise pubblicamente di voler fare di tutto al fine di proteggere la vita dei soldati statunitensi.
Avendo fatto tesoro degli errori commessi da suo padre, durante la propria campagna elettorale George Bush II ha ridotto ai minimi termini le tematiche di politica estera e ha promesso di dare priorità alle questioni interne. A elezione avvenuta, la nomina di Colin Powell alla Segreteria di Stato ha lanciato un chiaro segnale circa l’intenzione presidenziale di una politca estera il meno interventista possibile, disattendendo addirittura alcuni degl’impegni assunti da Clinton.
L’11 settembre, però, ha drammaticamente dimostrato al popolo statunitense come la politica estera sia inseparabile da quella interna. Fino a questo momento, Bush II è riuscito a conquistare il favore popolare in appoggio alla propria linea politica, ma — specialmente nel momento in cui la guerra in Afghanistan si avvia a conclusione — già si odono voci di critica relative alla politica interna, soprattutto al comparto economico. I cittadini sono ancora enormemente favorevoli alle sue politiche estera e militare, ma non appena le preoccupazioni per il terrorismo accenneranno a diminuire, si verificherà senz’altro un calo di popolarità. È questo il grande timore che nutre chi insiste sulla necessità di un forte attivismo in politica estera spalleggiato dal potere militare, specialmente chi s’interroga sul futuro d’Israele. Costoro, sia che siano conservatori oppure liberal in politica interna, mancano completamente di fiducia nella squadra presidenziale che si occupa degli esteri e si preoccupano per ciò che sarà della guerra contro il terrorismo dopo la caduta dei talebani.
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