Bush. E la luce fu

Di Gaspari Antonio
07 Giugno 2001
Per evitare una grave crisi energetica che potrebbe compromettere la crescita economica degli Stati Uniti...

Per evitare una grave crisi energetica che potrebbe compromettere la crescita economica degli Stati Uniti e minacciare la qualità della vita degli americani, il presidente George W. Bush ha annunciato un “piano energia” che prevede la costruzione di 1.300 nuove centrali elettriche, 38.000 miglia di gasdotti, il rilancio dell’energia nucleare e l’eliminazione di alcune regole sull’inquinamento che limitano l’utilizzo delle risorse innovative. Misure ovvie e necessarie per ridurre i costi dell’energia e per far fronte ad una crescita demografica che negli ultimi 10 anni ha visto aumentare di 30 milioni di persone gli abitanti degli Usa, ma che agli occhi della cultura radical-socialista sono sembrate «bestemmie». Bush ha spiegato come il progetto di energia nucleare potrebbe «accendere la luce di un luminoso futuro» per gli Stati Uniti e mettere ordine in un decennio di inefficienza del settore energetico. Ma il responsabile del Forum delle Nazioni Unite per i Cambiamenti Climatici, Jan Pronk, ha definito il progetto uno «sviluppo catastrofico», in quanto fallirebbe nella diminuzione delle emissioni nocive. Come capita sempre più spesso, le critiche rivolte alla nuova amministrazione americana sembrano sempre dettate da dogmi ideologici piuttosto che da valutazioni effettive della realtà. Gli impianti nucleari per esempio sono l’unica fonte energetica che non produce emissioni di gas-serra, quindi non si capisce perché coloro che tanto hanno sostenuto il Trattato di Kyoto adesso si lamentano. In Europa occidentale il 31,9% dell’energia elettrica proviene da fonte nucleare. In Francia la percentuale è del 76,4%, del 56,7% in Belgio, del 59% in Svezia, del 30,6% in Svizzera, del 27,6% in Spagna, del 21,9% in Gran Bretagna. L’ipocrisia diventa tragica se si considera che l’Italia sopravvive alla scarsità di energia elettrica solo perché importa l’energia (almeno il 18%) che viene prodotta nuclearmente da Francia, Svizzera e Slovenia. La potente lobby ambientalista ha accusato il governo Bush di essere schiavo dei petrolieri. Accusa pesante e di grande effetto propagandistico, ma debole nella sostanza nonché fonte di enormi contraddizioni. Se si vanno a guardare le donazioni delle grandi compagnie petrolifere ai gruppi ambientalisti si scopre che nel solo 1994, Amoco, Atlantich Richfield, Chevron, Enro, Exxon, Mobil, Occidental Petroleum, Philips petroleum, Texaco, Union Carbide e Unocal hanno versato circa 2.500.000 dollari (oltre 5 miliardi di lire) nelle casse delle associazioni ambientaliste (Pattern of Corporate Philantrophy 1994, vedi www.greenwatch.it). Jonkheer Loudon già presidente della Shell Oil Co, è stato addirittura presidente internazionale del Wwf nel 1977. Quindi quando si parla di finanziamenti dei petrolieri, gli ecologisti dovrebbero essere un pò più precisi. Per quanto riguarda poi le esplorazioni petrolifere all’interno dell’Alaska Arctic Wildlife Refuge, che secondo le associazioni ambientaliste minaccerebbero la riproduzione dei caribù. Il fatto singolare è che la popolazione è d’accordo con Bush. Il sindaco di Anchorage, George Wuerch, ha scritto un lungo editoriale sul giornale Houston Chronicle per spiegare che a partire dal 1977, quando cominciarono le perforazioni nel North Slope, la popolazione dei caribù è cresciuta da 3.000 a più di 27.000 capi. E anche il Primo cittadino di Kaktovik, villaggio abitato dagli Inupiat Eskimos, ha scritto al senatore democratico Lieberman, per chiedergli di ritirare una legge che bloccherebbe le esplorazioni. In realtà il progetto energetico di Bush mette fine a 30 anni di politica energetica dominata dalla lobby ambientalista, tutta incentrata sul risparmio energetico piuttosto che sul miglioramento ed efficienza nella produzione. Una politica quella ambientalista che ha favorito solo i grandi speculatori, con il risultato che in Europa il consumo di energia è inferiore a quello statunitense ed il prezzo superiore.

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