Bush II, la vendetta

Di Rodolfo Casadei
25 Novembre 2004
Con la nomina di Condoleeza Rice al posto di segretario di Stato che fu di Colin Powell, G.W. Bush aumenta l’efficienza della sua amministrazione e toglie ogni alibi agli europei

Avete menato per il naso il buon soldato Colin Powell, moderato, realista e multilateralista? E allora beccatevi Condoleeza Rice. In un immaginario faccia a faccia sopra le righe fra il rieletto G.W. Bush e i leader della “vecchia Europa”, queste potrebbero essere le parole nel fumetto sopra la testa del presidente americano. Quelle di Jacques Chirac (o “ChIraq”, come lo chiamano negli Usa) non c’è bisogno di inventarle. Basta citare quel che il presidente francese ha detto la settimana scorsa. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva appena approvato all’unanimità la risoluzione che instaurava l’embargo sulla vendita di armi alle parti in conflitto in Costa D’Avorio, dove opera una forza di interposizione francese di 4.400 uomini, e la sua maniera di dimostrare gratitudine agli Stati Uniti (che anziché fare sabotaggio lo avevano appena aiutato ad ottenere il successo politico che gli stava particolarmente a cuore) è stata di dichiarare alla Bbc: la rimozione di Saddam Hussein dal potere è «in una certa misura una cosa positiva», ma ha causato reazioni che rendono «il mondo un luogo più pericoloso». Nelle interviste ai giornali apparse il giorno prima aveva espresso i suoi dubbi che Londra o altri governi europei potessero fare da mediatori fra la Francia e «l’America di questi tempi». Nella stessa intervista Donald Rumsfeld veniva definito «quel bel tipo, di cui non ricordo il nome, che ha parlato di Vecchia Europa».
La stizza di Chirac è, come sempre, poco elegante, ma molto comprensibile. L’annuncio della nomina della Rice al posto che fu di Colin Powell è il messaggio più forte che Bush ha lanciato alla comunità internazionale dopo le elezioni del 2 novembre. Il messaggio dice: se pensate che mi ammorbidirò vi sbagliate, la lotta continua, l’America non lascia a metà quello che ha iniziato, chi non l’ha ancora capita è ora che la capisca. Al momento della presentazione Bush è stato ancora più allusivo, piegando ai suoi scopi la biografia del suo ormai ex consigliere per la sicurezza nazionale: «Ha visto la negazione della libertà e la sua rinascita», ha detto riferendosi all’infanzia della Rice nell’Alabama insanguinata dagli attentati razzisti e al successivo successo del movimento per i diritti civili. Ma tutti hanno colto un’anticipazione del programma di politica estera della nuova amministrazione: gli Usa continueranno a puntare sull’“esportazione” della democrazia e sul regime change, e stavolta la coesione dell’équipe di governo sarà massima.
Coesione e accentramento saranno le parole chiave di Bush II, e non solo per quel che riguarda la squadra impegnata nella politica estera. Le sostituzioni del ministro dell’Educazione Rod Paige con Margaret Spellings, consigliere personale di Bush per le politiche nazionali e architetto del programma per studenti svantaggiati No child left behind, del ministro della Giustizia John Ashcroft con il consulente legale della Casa Bianca Alberto Gonzales, un texano ispanico, del dimissionario direttore della Cia George Tenet con Porter Gross, ex capo della Commissione sui servizi segreti della Camera, si basano tutte su di un unico assunto: nel corso del primo mandato Bush si è chiarito le idee circa quel che vuole e circa le forze che facevano resistenza ai suoi programmi all’interno delle istituzioni; nel secondo mandato è deciso a perseguire senza incertezze i suoi obiettivi rimuovendo tutti gli ostacoli e sbarazzandosi di tutte le zavorre di natura interna. I primi a fare le spese del nuovo corso sono stati la Cia e il Dipartimento di Stato. La Cia ha rappresentato una vera e propria spina nel fianco dell’amministrazione: incapace di prevenire gli attacchi terroristici all’America e di “incastrare” in maniera incontestabile Saddam Hussein, ha invece lasciato filtrare informazioni e documenti dannosi per Bush e pubblicare libri anonimi di ex agenti quando non era d’accordo con le sue politiche. Salito sul ponte di comando fra mille contestazioni, Gross si è sentito in dovere di distribuire un memorandum interno in cui è scritto che il compito degli agenti della Cia è di «sostenere l’amministrazione e le sue politiche nel nostro lavoro», e che «come dipendenti dell’agenzia non ci identifichiamo, non sosteniamo o facciamo nostra l’opposizione all’amministrazione o alle sue politiche». Subito quattro alti funzionari – fra i quali l’ex vice del direttore Tenet, il capo delle operazioni clandestine e il suo vice – hanno presentato le dimissioni.
Il caso del Dipartimento di Stato è diverso. Il comportamento di Colin Powell è sempre stato irreprensibile: nei dibattiti interni all’amministrazione l’ex segretario di Stato faceva valere il suo punto di vista, improntato alla lezione del realismo e del multilateralismo possibile di Henry Kissinger, ma quando usciva battuto dall’ala “idealista” e unilateralista rappresentata da Cheney, Rumsfeld e Wolfowitz si impegnav a disciplinatamente ad attuare la linea decisa. Non così il resto del Dipartimento di Stato, vicino per cultura politica a Powell (a cominciare dal suo vice Richard Armitage) ma meno disciplinato di lui. Questa situazione rappresentava un alibi sia per i riottosi diplomatici del Dipartimento di Stato («perché dovremmo attuare una politica di cui il nostro capo non è intimamente convinto?») che per gli “alleati” europei («noi parliamo col ragionevole Powell, perché coi falchi dell’amministrazione non ci capiamo»). Ora questi alibi saranno spazzati via. La Rice imporrà l’esecuzione delle politiche del presidente al riottoso Dipartimento di Stato perché sarà la rappresentante del presidente dentro al Dipartimento di Stato e non viceversa, come di fatto accadeva nel caso di Powell, e soprattutto perché è intimamente convinta della bontà di queste politiche. A questo proposito va notato che la Rice è una “convertita”, che porterà nella sua missione tutta la passione del proselita. Come scrive Elisabeth Bumiller, esperta inviata dell’International Herald Tribune a Washington: «È stata trasformata dagli attacchi dell’11 settembre. Conservatrice fino a quel momento, si è convinta, dicono i suoi amici, di essere al servizio di una presidenza impegnata nientemeno che nella lotta fra la modernità e il fondamentalismo, e la sua posizione si è radicalizzata contemporaneamente a quella del presidente». Per quanto riguarda i nuovi rapporti con gli europei, c’è già qualcuno che non si limita a deplorare la dipartita del moderato Powell, ma coglie realisticamente l’opportunità rappresentata dal nuovo assetto dell’amministrazione Bush. Scrivono su Le Monde Philip Gordon, ex dell’amministrazione Clinton, e Justin Vaïsse, consulente del ministero degli Esteri francese: «La dipartita di Powell, lungi dall’essere la catastrofe che alcuni predicono, potrebbe al contrario segnare la salutare fine delle illusioni da parte europea: basta con le riunioni falsamente rassicuranti con il frequentabile Colin Powell, attento e moderato, ma privo di influenza su Bush. Tolta di mezzo questa ambiguità, gli alleati transatlantici potranno infine apprezzare una Condoleeza Rice certamente più allineata con Bush, ma proprio per questo in grado di prendere impegni che non si fondano solo sulla proiezione delle loro proprie speranze». Sulla natura di questi impegni gli europei non devono farsi illusioni: in un’intervista falsamente conciliante al mensile britannico Prospect Paul Wolfowitz ribadisce che «se si vogliono apportare quei cambiamenti che io ritengo siano necessari, non sarà possibile realizzarli se si è troppo rispettosi del minimo comune denominatore… ci sono stati europei che sono preparati a lavorare con noi più intimamente di altri. E non penso che dovremmo andare necessariamente con il minimo comune denominatore in Europa». Insomma, il principio della “coalizione dei volonterosi” varrà anche nei prossimi quattro anno.

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