BUTTARSI A LOURDES, NON PER CORAGGIO MA PER FEDE

Lourdes, settembre. è un sacerdote di 76 anni, è nato in un paese della provincia di Caserta e viene da 55 anni, ogni anno, al santuario sui treni che lenti nella notte per la frontiera di Ventimiglia passano carichi di malati e di pellegrini – carichi di speranze. Reverendo, ne ha viste di grazie, a Lourdes? Lui sorride facendo cenno di sì. E racconta, a bassa voce, pare un rosario anche la sua cronaca di mezzo secolo verso la grotta di Massabielle, il prete del Sud coi capelli sempre più grigi al seguito di questo esercito immane di fedeli. Malfattori, ladri, prostitute che da un giorno all’altro, dice, hanno cambiato vita. Reverendo, c’è un segreto per non tornare da Lourdes a mani vuote? Annuisce ancora. «Il segreto, sta nel non venire a chiedere questo o quello – spiega – ma nell’affidarsi semplicemente alla Madonna. Lei lo sa, di cosa abbiamo bisogno, molto più di quanto lo sappiamo noi, che spesso ci sbagliamo. Quella stessa malattia da cui chiediamo d’essere guariti spesso è l’unica cosa che ci ricorda che abbiamo bisogno di un Dio, di cui vorremmo fare a meno. Affidarsi, bisogna: come un bambino che si lascia prendere per mano da sua madre, e non domanda dove si va, ma semplicemente la segue».
Semplicemente, affidarsi. Ma non è cosa tanto facile. Occorre essere semplici. I dotti, a Lourdes domandano, investigano, cavillano, sorridono con superiorità. Lourdes è il posto dei semplici che fanno la coda alle fontane, riempiendo taniche da portare a casa, lavandosi la faccia e bevendo avidamente l’acqua del Gave che scorre limpido e misterioso, ingarbugliandosi in mulinelli giocosi.
Semplicemente, affidarsi. Sia fatta la tua volontà. Ma ci vuole del coraggio per dirlo veramente, quando una madre porta con sé un bambino reso calvo dalla chemioterapia. Quella volontà, potrebbe essere insopportabile. Le madri in attesa alle piscine hanno più di tutte lo sguardo estenuato di mendicanti.
Semplicemente, affidarsi. Ma pare come buttarsi in un abisso. Bisognerebbe non ragionare. Bisognerebbe essere come bambini. Sulle pareti del santuario ogni mattone porta, infinitamente ripetuta, una parola: merci. Dal 1870 a oggi, merci, merci, merci, tante volte che non puoi leggerli tutti, lassù fino alle volte del soffitto. Come un muto coro che incoraggi al gran salto. Buttatevi: non troverete il nulla, ma delle braccia a sostenervi. Buttatevi, non c’è da aver paura.

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