«C’è chi cerca la Ségolène italiana», scrive la Rodotà. Sinora si sono trovate solo molte ségaiolène

´ «Si è trattato di una definizione di quote, quella stessa quota che la Margherita chiederà al Partito democratico», dice Arturo Parisi alla Repubblica (24 aprile) .
Dopo le quote rosa, quelle bianche (bianco grigio-sporco).
´ «In Italia in campo economico vige un immobilismo su cui vigilano coloro che per posizione e autorevolezza dovrebbero promuovere riforme», dice Antonio Di Pietro al Corriere della Sera (24 aprile).
No, non è un’autocritica.
´ «Assedio al New York Times. Le banche vogliono il potere», dice un titolo del Corriere della Sera (24 aprile).
Il modello italiano vince in tutto il mondo.
´ «Il progetto è di tale portata che dobbiamo avere l’ambizione che sia l’Europa riformista a seguirci», dice Romano Prodi alla Repubblica (22 aprile).
Con tutte quelle che ne combina Prodi, magari qulcuno si metterà a inseguirci. Speriamo che non ci prenda.
´ «Non è corretto dire che vi sia stato l’intervento del governo nel caso Telecom Italia», dice Romano Prodi al Sole 24 Ore (19 aprile).
Anche il vecchio Breznev sosteneva che a Praga non era intervenuta l’Unione Sovietica, bensì solo il Patto di Varsavia.
´ «Saremo all’altezza delle aspettative», dice Piero Fassino alla Repubblica (22 aprile).
All’altezza, forse. Ma alla larghezza, mai e poi mai.
´ «L’egemonia culturale di Veltroni sul nuovo partito è più solida di quella di Antonio Gramsci nel nascente Pci», dice Curzio Maltese sulla Repubblica (23 aprile).
L’egemonia di Veltroni sul prossimo Pd è innegabile. Definirla culturale ci pare un’esagerazione.
´ «Condividiamo gli stessi orizzonti», dice Francesco Rutelli all’Unità, rivolgendosi a Piero Fassino (23 aprile).
Presto lui e Piero condivideranno anche gli stessi tramonti.
´ «Mi chiedo se la Germania abbia agito saggiamente – per dirla in termini molto diplomatici – nel rifiutare il proprio sostegno ai canadesi nelle zone pericolose del sud dell’Afghanistan», dice Joschka Fischer sul Corriere della Sera (23 aprile).
Perché dobbiamo essere così sfigati? Perché i verdi tedeschi devono avere uno come Fischer e a noi tocca Pecoraro Scanio?
´ «Clinton ammoniva: non dimenticate che Eltsin ubriaco è meglio di quasi tutti gli altri», dice Strobe Talbott al Corriere della Sera (24 aprile).
Ecco una frase che ci piacerebbe pronunciare su qualche grande vecchio del giornalismo italiano. Ma, ahimé, i grandi vecchi che ci vengono in mente, neanche l’ubriachezza riesce a migliorarli.
´ «Il referendum rende un cattivo servizio alla democrazia», dice Fausto Bertinotti alla Repubblica (26 aprile).
Ancora affascinato dalle regole dei monaci di Monte Athos, Bertinotti si mostra sempre più infastidito per i rozzi metodi della democrazia politica.
´ «Non so perché alcuni al congresso Ds hanno voluto dire a Silvio Berlusconi che tutto è “perdonato”», dice Furio Colombo sull’Unità (22 aprile).
Per Colombo-Madame Verdurin l’odio non cade mai in prescrizione.
´ «C’è chi cerca la Ségolène italiana», dice Maria Laura Rodotà sul Corriere della Sera (24 aprile).
Sinora si sono trovate solo molte ségaiolène.
´ «Manca solo che si ammanettino a vicenda questi giudici di pari grado: “la dichiaro in arresto”, “no, sono io che dichiaro in arresto lei!», dice Francesco Merlo sulla Repubblica (22 aprile).
Sì, manca proprio soltanto questo alla giustizia italiana.
´ «Ci sono le condizioni, ormai, anche in tempi rapidi, per un soggetto antiliberista e pacifista», dice Franco Giordano a Liberazione (22 aprile).
Questi neocomunisti da anticapitalisti e rivoluzionari ad antiliberisti e pacifisti: senza dubbio è meglio così. Ma fa un po’ ridere.
´ «Esistono le leggi», dice Romano Prodi al Corriere della Sera, riferendosi al caso Telecom Italia (23 aprile)
E se arrivano gli americani, si possono sempre cambiare.

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