C’è un riformismo in Lombardia. E Roma rischia di capirlo quando ormai sarà tardi

Di Tempi
02 Agosto 2007

Le solite riflessioni sulla politica che manca all’appello dal ’92. Le ennesime incursioni giustizialiste a sostegno dell’antipolitica che prepara il terreno ai Veltroni boys. Le prediche degli ottuagenari sui destini dell’umanità. Insomma, non si è visto niente, sulle prime pagine di giornali e tv, a commento dell’unico vero fatto politico nuovo in questa Italia da classi dirigenti al frappé ‘nuovista’: la legge su scuola e formazione professionale approvata dalla Regione Lombardia con l’astensione-assenso dell’opposizione (Ds e Margherita). Il ministro Giuseppe Fioroni e il suo seguito statalista sono serviti. Ma non è una novità. La legge lombarda arriva dopo una serie di altri atti bipartisan. Dunque è merito non soltanto del governatore lombardo Roberto Formigoni, ma di un ceto di amministratori responsabili che al di là degli orientamenti e delle appartenenze hanno smesso di farsi la guerra sulle chiacchiere e si sono concentrati sulle cose da fare insieme (esclusi verdi e ricomunisti, ovviamente, impegnati in una bella sfida tra chi è più reazionario e parassitario rispetto alla società) davanti a un governo che mai come oggi appare distante dalla realtà sociale ed economica del sistema Lombardia.
La Lombardia è la regione che paga più tasse. Quella che traina l’economia del paese. Dove sanità, istruzione e mercato del lavoro funzionano. E dove, no-nostante l’immigrazione sia raddoppiata negli ultimi cinque anni, gli immigrati sono generalmente trattati in modo più civile e dove l’integrazione degli stranieri funziona come da nessun’altra parte in Italia. Infine la Lombardia è la regione più solidale, visto che da sola versa alle regioni più svantaggiate l’equivalente del 54 per cento dell’intero fondo di solidarietà. Tutto ciò spiega perché Umberto Bossi non ha più bisogno di innalzare la bandiera della secessione: la secessione è ormai nei fatti. Manca solo una presa d’atto formale. Cosa per altro da non escludersi qualora il governo Prodi fosse tentato di incanaglirsi ulteriormente contro la Lombardia (come ha già fatto con una Finanziaria da rapina e con il recente parere negativo sulla costruzione della cosiddetta Brebemi). È chiaro che se fallisse il negoziato che da settembre vedrà Formigoni sedere al tavolo degli emissari di Prodi capitanati dal ministro Lanzillotta, neppure il meno leghista dei lombardi sarebbe sicuro di non abbracciare una campagna anche formalmente secessionista. Sebbene le ultime elezioni siano state chiare in proposito, sembra infatti che a Roma non l’abbiano ancora capito: la Lombardia ne ha le tasche piene di un centralismo divenuto insopportabile per il portafoglio e per i bisogni più elementari (come la sicurezza e l’educazione) della gente che risiede al Nord. Dove il costo della vita e le tasse hanno un’incidenza che non ha paragoni col Centro-Sud. E dove i controlli, l’efficienza burocratica, la giustizia amministrativa, civile e penale non lasciano spazio a tutte quelle zone di impunità che invece proliferano nel resto d’Italia.
Tanto per fare un esempio: se a Milano fosse accaduto un millesimo di quello che è accaduto a Napoli coi rifiuti, state sicuri che a quest’ora la giunta comunale di Milano e quella della Lombardia non sarebbero lì a drenare altre decine di milioni di euro dalle casse dello Stato come stanno facendo quelle di Napoli e della Campania. Sarebbero tutti a San Vittore. Dunque si svegliassero a Roma. O non si lamentino, poi, se un domani anche le forze più moderate del Nord si schierassero per una svolta ‘nuovista’ sì, ma a colpi di strappi e di secessione sul modello leghista.

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