C’è un tempo per la pace. E uno no

Di Calò Livné Angelica
14 Febbraio 2002
Per gli americani il tempo dei negoziati è scaduto. L’Europa sostiene invece che zio Sam può e deve provarci ancora. Ma se l’Italia propone un piano Marshall per il Medioriente, dai paesi dell’integralismo islamico non si alzano altre voci se non quelle che incitano alla guerra santa contro Israele. E la solidarietà con la causa palestinese come si esprime? Con opere civili? No, in forma di propaganda del più odioso antisemitismo, carichi di armi, kamikaze imbottiti di esplosivo. Paradossalmente è solo nella democratica Israele che militari al fronte possono permettersi di firmare mozioni pacifiste ed esprimere liberamente punti di vista scomodi per la propaganda di guerra. Un esempio? Ecco un drammatico confronto a distanza tra due israeliani di Angelica Livnè Calò

Capisco gli israeliani pacifisti. Stanno vivendo un dramma veramente terribile nella loro esistenza: non c’è sensazione peggiore di guardarsi un giorno allo specchio e chiedersi con tristezza: «Come posso rimanere me stesso? Come posso continuare a credere in tutti i valori in cui ho sempre creduto? Come posso educare, esprimere le mie idee se tutti i principi sui quali ho fondato la mia esistenza, tutte le lotte che ho sempre intrapreso per la determinazione di un altro popolo, per l’uguaglianza tra gli esseri umani, per aiutare i più deboli e gli abbienti, per incitare alla pace… se tutto ciò, qui a casa mia, mi si sta sbriciolando tra le mani?».

Viviamo in una bomba a orologeria

I nostri soldati entrano a Ramallah, i nostri carri armati impauriscono i bambini a Jenin e il cuore sembra spezzarsi ad ogni notizia. Stiamo vivendo in prima persona gli orrori e le ingiustizie che causa ogni guerra, e questa situazione ci mortifica. Anch’io -come tutti coloro che come me da quando ricordano se stessi sanno di essersi sempre identificati con le idee dell’umanitarismo di sinistra- mi sento catapultare in un baratro senza fine. Mi sento delusa, tradita, impotente per 100mila differenti motivi: perché avevamo creduto dopo Oslo di essere già al traguardo e cominciavamo a gridare vittoriosamente che avevamo sempre avuto ragione: è dialogando che si ottiene tutto, perché eravamo d’accordo con Yishaiau Lebovich che «l’occupazione distrugge chi la perpetra», perché ci faceva male sentire che un ragazzino di 18 anni e mezzo colpito ripetutamente dalle sassate di bambini palestinesi era stato costretto a sparare, perché ci eravamo finalmente rilassati un attimo e credevamo di avere in pugno le verità più profonde. Ma ora siamo qui, nell’imbarazzo più totale, più doloroso e ognuno reagisce a modo suo. Il risveglio da tutti questi sogni è stato stravolgente: la seconda Intifada ha fatto crollare in poco tempo le sicurezze di anni. Ci siamo trovati a parlare da soli di pace, in un dolorosissimo monologo della sinistra di Israele con sé stessa, isolata dal resto del mondo che si identifica, si immedesima e prova empatia solo per la causa palestinese.

Manifesti pieni di profondo, viscerale dolore come quello degli ufficiali, come quello di questo Kimmerling, come nelle conferenze all’università di miei colleghi professori che si dilaniano macerandosi in sensi di colpa vengono strumentalizzati spietatamente dai giornali di tutto il mondo per denunciare le colpe del governo israeliano senza mai mettere in risalto che esse non sono che un grido di aiuto, di rabbia per ciò che sta succedendo, per una realtà che noi non abbiamo scelto, non abbiamo voluto, non avremmo mai fatto scaturire. Ed è come se fossimo noi stessi divisi tra noi, gente che aveva puntato tutto su questa pace… A volte mi confronto con amici israeliani, come me, profondamente umanisti, nell’anima, che vedono solo le colpe di Israele e questo ora mi appare come una sorta di masochismo. Anche io vedo le colpe di Israele, colpe di un paese in guerra o guerriglia perenne, ne soffro, deploro tanti atti, ma vedo ben chiari anche i disastri che hanno creato gli altri, quelli che hanno trascinato il M.O. in un vortice trasformandolo in una bomba ad orologeria che saltando porterà conseguenze catastrofiche non solo qui!

Il momento più difficile per Israele

Io capisco tutti: capisco i palestinesi che devono trovare la strada per autodeterminarsi come popolo, capisco tutti coloro che soffrono sentendosi parte di un popolo che deprime un altro, capisco tutti coloro che vivendo in un paese democratico come Israele possono permettersi di accusare il governo, di svegliarsi ogni mattina e fare un mea culpa, capisco tutti coloro che hanno il cuore spezzato perché combattono da soli una guerra per la pace voluta solo da un lato della barricata e cioè la nostra, quella di Israele perché con tutta la buona volontà di collaborare non ci sono partner sull’altro fronte, perché quel fronte è quello che iniziò in sordina con le Fatwe contro i Rushdie, con i dittatori che eliminavano i propri Curdi ribelli, che imponevano l’analfabetismo femminile per legge, quello di chi da 20 anni assolda e fa rapire scienziati di mezzo mondo per produrre in laboratorio peste, botulismo e antrace, il fronte degli attacchi efferati come quello che in un’ora ha lasciato 1000 orfani di modesti innocenti impiegati a New York, dell’importazione di navi stracariche di morte con una mano mentre con l’altra si sta trattando il cessate il fuoco. Soffro molto, moltissimo anch’io davanti al dolore e alle ingiustizie, ma ci sono delle cose che non potrò mai capire né accettare: prima di tutto il terrorismo come mezzo per ottenere qualunque cosa, e poi la forza, la prepotenza, lo sfruttamento dei deboli per raggiungere i propri scopi, le dittature fondamentaliste che inneggiano all’odio e alla distruzione e che con il loro denaro riescono a comprarsi titoli di nobiltà d’animo, in nome di chissà quale D-o, ben lungi dalla realtà alla quale ambiscono e cioè arrivare a dominare il resto del mondo. Israele, questa Israele che sembra a molti così minacciosa, che sulla carta geografica non è che un puntino appena visibile tra tutti i paesi arabi, sta vivendo la lotta più feroce per la sopravvivenza che la storia abbia mai conosciuto, sta rischiando di sparire per sempre dal suo puntino sulla carta geografica, sta lottando strenuamente, disperatamente e coraggiosamente per rimanere lucida, per poter continuare a guardarsi allo specchio, per non cedere alle mistificazioni, alle manipolazioni e alle demonizzazioni che il mondo intero, quella parte che si definisce “umanitaria” fa di lei. Quella parte umanitaria che non ha battuto ciglio quando il governo iraniano ha annunciato che si sta preparando alla distruzione di Israele.

Noi dobbiamo essere forti

L’ho già detto una volta e lo ripeterò: non mi farò cancellare dalla faccia della terra. Io qui, c’ero già tremila anni fa, e come me ci sono stati cristiani, drusi, cerkessi e anche musulmani non bellicosi e se qualcuno crede che costruendo moschee davanti a chiese, o inventando reliquie di vestigia mai esistite dove una volta sorgeva il nostro Grande Santuario si possa cancellare la verità, o se qualcuno crede che spedire navi cariche di armamenti, o costruire centri nucleari atti a causare un altro genocidio del popolo ebraico che non ha mai alzato un’arma se non per difendersi, se qualcuno crede che fare i mea culpa esortando all’embargo contro tutti i prodotti israeliani isolandola ancora di più, aiuti a qualcosa, beh, si sbaglia. Sbagliano tutti perché, purtroppo, siamo stati letteralmente trascinati in questa guerra. E non abbiamo altra soluzione se non quella di essere forti. Il solo pensiero di dover dire queste cose mi fa rabbia, ho lo stomaco in subbuglio, ma siamo in guerra, questa è una realtà. Avevamo porto una mano piena di ben di Dio e ce l’hanno tagliata senza pietà. Non possiamo parlare di pace, di razionalità, di speranza o di futuro con chi si rifiuta di considerarci esseri umani. A quanto pare le soluzioni per ora non ci sono. Continueremo a sentirci male ogni volta che un nostro carro armato varcherà le soglie di una cittadina palestinese, perché anche se siamo cresciuti secondo gli insegnamenti del Libro, «il best-seller più venduto e meno capito dall’umanità», non abbiamo alternativa, non possiamo e non dobbiamo permetterci di rimanere con le mani in mano se altro sangue in Israele verrà versato impunemente.

Ps: A proposito di mea culpa. Sul Maariv di lunedì 11 febbraio, l’articolo di Bambi Sheleg si conclude con queste parole: «l’islam deve farsi un esame di coscienza, non tanto per noi, ma per chi crede in esso. Come sono arrivati i suoi figli a rendersi colpevoli di tanti crimini? Come hanno potuto dimenticare l’immagine dell’altro che come lui è stato fatto a Sua immagine e somiglianza? Come fanno a non vedere una madre e la sua figlia disabile? E un bambino e un altro bambino? E una ragazza e un’altra ragazza? E una persona anziana? E una nonna di 79 anni? Come hanno fatto a trasformarsi in una religione senza rispetto? Dove è sparito lo splendore dell’Oriente? Come hanno fatto a trasformare la parola del Signore nella bocca di Maometto in sinonimo di morte?».

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