Calcio addio. Non morirò incastrato in un tornello

Di Fred Perri
15 Novembre 2007

Non ho la sindrome della pagina bianca, ma quasi. Il fatto è che vorrei dire qualcosa di indimenticabile, di fondamentale o almeno di non cretino sul calcio, ma non mi viene in mente niente. Da domenica pomeriggio ho sentito e visto le stesse cose, le stesse facce (perfino la mia), dire sempre le stesse cose. Il calcio non ci appartiene più, come molti altri aspetti della nostra vita. Noi non ne siamo più i protagonisti. Ne siamo vittime, al massimo testimoni. Chi ama il calcio e lo va a vedere senza tombini, spranghe, cori razzisti, cori stupidi o altro ciarpame creato dalla retorica da curva, è una maggioranza-minoranza. Paga, ma non conta nulla. Non prende decisioni, subisce. Da febbraio gli unici che hanno sopportato il peso delle nuove norme sono stati quelli che non avevano fatto nulla se non avere questa insana passione per il football. Ogni settimana sono lì sospesi in attesa che il prefetto di turno dica loro se andare o non andare allo stadio. I famosi provvedimenti contro la violenza non hanno risolto nulla. L’ho detto allora e mi spiace aver ragione. Nei miei sogni più neri ogni tanto mi vedo incastrato a vita dentro uno dei famigerati tornelli. Non voglio finire così. Per cui, compagni e amici, l’unica cosa giusta da fare è abbandonare il calcio al suo destino. Chi può, chi non deve iscrivere una figlia al Sacro Cuore, si dia al giardinaggio o al pizzo al tombolo.

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