CAMERA CAFE’

Di Doninelli Luca
03 Febbraio 2005
Abbiamo sempre parlato molto del potere (anche distruttivo) della Tv.

Abbiamo sempre parlato molto del potere (anche distruttivo) della Tv. Molto meno si parla di una questione umana che viene prima, e cioè che quando accendiamo la Tv tutti noi, in fondo, aspettiamo che succeda qualcosa.
Il potere della Tv è il potere dell’evento.
Ci penso guardando con i miei figli adolescenti un programma che amano molto (piace anche a me): Camera café, un format importato dalla Francia. Una sit-com dove l’occhio dello spettatore coincide con la macchinetta del caffè in un ufficio. Protagonisti dell’edizione italiana i plurigettonati Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu.
Non è che succeda molto a Camera café. Però una cosa succede. Sono gli sguardi e, soprattutto, i sorrisi degli attori. La situazione (la macchinetta del caffè, ossia un luogo nel posto di lavoro dove però non si lavora) facilita il telespettatore nell’individuazione del punto. Che è questo. Quegli sguardi e quei sorrisi sono quasi sempre un po’ colpevoli. Tutti stanno sempre tramando qualcosa che poi metteranno in atto, e se ne vergognano, però lo faranno lo stesso. Così noi ridiamo ma al tempo stesso avvertiamo che in tutta quella marea di follie inverosimili c’è qualcosa di tenacemente reale. Timidi e crudeli, impauriti e cinici: così sono quei volti. Sono i volti di chi sente di non essere nessuno, di non contare nulla, di non avere (quasi) nemmeno il diritto a esistere, e che la sopravvivenza è il frutto dell’espediente. C’è l’impronta di una servitù radicata. E la figura del servo appartiene da sempre al teatro comico. Con la novità che, qui, sono tutti servi. Qui i padroni sono già nel regno dell’Invisibile.
Siamo messi bene.

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