Camicie di forza
L’ottantunenne Hans Peter Range vive oggi nei dintorni di Freiburg im Breisgau e sebbene abbia lavorato fino alla pensione nell’ambito della produzione e distribuzione di prodotti farmaceutici, è stato sempre un grande appassionato di musica, tanto da pubblicare diversi saggi sulla storia della musica e una serie di biografie di famosi pianisti. Quando i nazionalsocialisti arrivarono a Neustrelitz, dove lui stesso viveva, non trovarono molti amici tra la popolazione della moderna cittadina.
Quale fu il suo atteggiamento rispetto al nazismo e alla gioventù hitleriana?
Poiché preferivo andare a lezione di piano piuttosto che prestare il servizio settimanale per la Hitler-Jugend, iniziarono a mandare uno di loro a prendermi. Spesso si trattava di Harry Tisch, un figlio di operai che dopo la guerra sarebbe diventato membro del Politburo della Sed, il Partito comunista tedesco orientale. I miei amici ed io rifiutavamo non solo la Hitler-Jugend, ma sempre più, coram populi e con rigore, anche i metodi propagandistici adottati dalle Waffen-SS nella scuola.
In che misura riuscivate ad esprimere pubblicamente il vostro rifiuto?
Nel 1942 eravamo considerati renitenti. Per esempio quando Hitler annunciò nel 1942, alla radio, che Leningrado era ormai nelle mani tedesche, un nostro amico, Buzzi Lang, figlio di un generale di corpo d’armata che stava combattendo proprio lì, ci lesse una lettera di suo padre che diceva il contrario. In quell’occasione non esitai ad annunciare ad alta voce: “Il nostro Führer Adolf Hitler ci ha mentito ancora una volta!”.
E quali furono le conseguenze?
Alcuni giorni dopo vennero a prenderci due della Gestapo a scuola, durante l’ora di matematica. “Range, Lang e Reinhard”, ci dissero una volta arrivati nei loro uffici, “siete in arresto perché avete usato espressioni disfattistiche e per aver offeso il nostro Führer”. Per settimane fummo sottoposti a interrogatori e definiti “traditori” e “nemici dello Stato”. Tra quei tre venni individuato come capo e mi venne impedito di tornare a scuola, con il seguente giudizio: “Range è un soggetto nemico dello Stato che non ha bisogno di alcuna indulgenza e che va tolto di mezzo”. Dopo due mesi mi venne fatta tuttavia la concessione di poter stare presso amici, in campagna.
Successivamente però ha potuto continuare gli studi, mi pare.
Sì, dal dicembre 1942 potei frequentare il ginnasio a Neubrandemburg e questo per aver incontrato Erich Gritzbach, il biografo di Hermann Göring, che volle una revisione del giudizio espresso su di me dalla Gestapo. Con quella classe del Ginnasio ci ritrovammo a combattere nel 1944 per la Wehrmacht, in Lituania. Lì facemmo l’esperienza terrificante di trovarci, dopo un combattimento, davanti ad alcuni dei nostri amici decapitati, con la terribile domanda: “Che cosa diciamo ai loro genitori?”
Come e quando finì l’esperienza al fronte?
Nel febbraio ’45, eravamo nei pressi della fortezza di Thorn, quando mi ritrovai tra le nostre linee e quelle nemiche. La mattina successiva venni catturato dai sovietici. E di quei momenti conservo ancora alcune immagini terribili: a non più di tre metri da me vennero fucilati un capitano e altri due soldati tedeschi.
Quanto tempo rimase prigioniero e quando poté far ritorno a casa?
Rimasi in una prigione russa in Polonia fino al dicembre 1945. Quando tornai dai miei in Meclemburgo mi raccontarono quanto di terribile era accaduto alla fine di aprile con l’arrivo dei russi: circa 740 abitanti della mia città, Neustrelitz, dopo aver salutato i sovietici come “liberatori” vennero uccisi dagli stessi russi. Molte donne erano state violentate e la maggior parte tra i commercianti, gli insegnanti e i nobili, se sopravvissuti, erano stati costretti alla fuga. La dittatura delle camicie brune era decaduta, ma subito si presentò quella rossa.
Come avvenne quel rapido “rimpiazzo”?
Iniziarono a circolare “rappresentanti del proletariato” annuncianti, pieni d’odio, che il Partito comunista (Kdp) e il Partito socialdemocratico (Spd) si sarebbero consociati in un partito unitario, la Sed, più forte e vincente.
Entrò dunque anche lei nella Sed?
Qualcuno mi fece notare che potevo essere riconosciuto come “vittima del fascismo” e quindi entrare nel Partito come membro con quella qualifica, ma non l’ho fatto, perché aspiravo piuttosto ad entrare all’università di Greifswald. Purtroppo però i sovietici vietarono una facoltà di giurisprudenza e dunque mi venne concesso il permesso di proseguire gli studi, ma presso la facoltà di filosofia. In realtà quel permesso durò un solo giorno, era il 21 agosto 1946. Il giorno dopo finii già arrestato dai sovietici, grazie al segretario criminale comunista Richard Finger, già a capo di una truppa delle SS naziste a Naugard: l’accusa, senza prove, era di aver attaccato manifesti a Neustrelitz con la scritta “Sed: Sicheres Ende Deutschlands” (fine sicura della Germania, ndr).
E allora cominciò dunque per lei l’esperienza della dittatura rossa.
Sì, mi ritrovai in una cella singola piena d’escrementi, sangue e pus, della prigione sovietica della mia città prima che fosse pronunciato qualsiasi giudizio di condanna davanti ad un tribunale. Durante la prima notte mi fecero chiedere da un’interprete se preferivo stare seduto o in piedi: risposi “seduto”. Mi portarono in un’altra cella dove a terra erano state sistemate alcune bottiglie con il collo rotto: “Allora, siediti!”. Mi rifiutai e venni riportato nell’altra cella, che mi costrinsero a pulire strofinando.
Quanto durò quella prigionia e come ne venne fuori?
Dopo alcuni giorni, e senza essere mai stato davanti a un tribunale, venni portato con un camion russo nel Lager speciale sovietico n. IX, distante circa 27 chilometri, dove c’erano almeno 12 mila prigionieri. Ancora una volta senza alcun giudizio, il 22 agosto 1948 venni rilasciato e allora decisi di scappare a Berlino Ovest, da dove gli inglesi mi permisero di raggiungere in aereo Lubecca.
Dopo aver vissuto in pochissimi anni due terrificanti esperienze di dittatura, come guarda e giudica i nostri tempi, la sua attuale Germania?
Da sessant’anni rifuggo la politica dei partiti e inorridisco quando mi sembra di percepire i segnali di una nuova, incipiente dittatura. La intravidi, per esempio, nella retorica e nell’ideologia dei sessantottini.
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