Cantire Torino
La Fiat, dopo il divorzio consensuale con Gm ha chiesto agli italiani, ma soprattutto ai torinesi, un incoraggiamento da stadio: “Tifate per noi” ha scritto nelle inserzioni a tutta pagina sui principali giornali. Da una parte infatti c’è la Torino ormai ex capitale dell’auto. Lo dicono i fatti: l’anno scorso la Fiat, simbolo di questa città più ancora della celebre Mole, ha prodotto nello stabilimento polacco di Tychy, dove nascono le nuove Panda, un numero maggiore di vetture di quelle costruite nei reparti ancora attivi di Mirafiori (300 mila contro 280 mila). Non a caso, è il destino di Mirafiori, questo impianto industriale colossale ma vecchio (risale al 1939), che negli anni 60 dava lavoro a 60 mila persone e ora ne conta pressappoco 15 mila, il principale cruccio di maestranze, istituzioni e cittadini, soprattutto ora che Fiat, con la sua grave situazione debitoria, è sola con se stessa. Un cruccio che oggi si materializza per 6 mila lavoratori nella forma di una cassa integrazione a tappeto per Mirafiori: questa settimana (dal 21 al 27 febbraio) ma anche dal 14 al 20 marzo. E così era già stato dal 27 dicembre all’8 gennaio.
Dall’altra parte c’è la Torino “del 2006”, con i XX Giochi olimpici invernali. Evento che coinciderà con una trasformazione urbana impressionante. Il Palazzo a vela è rinato e ha già ospitato a gennaio, nei primi test event, 70 mila spettatori per gli europei di short-track e di pattinaggio di figura. E il vecchio stadio comunale, dopo l’abbandono delle squadre di calcio, ospiterà – ristrutturato e oggi lo è già per oltre il 40 per cento – le cerimonie di apertura dei Giochi. A settembre toccherà a Oval (il palazzetto del pattinaggio di velocità) e al Palahochey mostrarsi alla città con i test event.
Ma non c’entrano solo le Olimpiadi nel cambiamento strutturale di Torino. Da “AtriumCittà” e “Atrium2006”, le due costruzioni piramidali poste nella centralissima piazza Solferino, Torino si racconta: da qui prendono il via le visite ai cantieri aperti della città. Chi visita Torino può vedere il grande viale centrale che ricopre la ferrovia da nord a sud, dove, tra l’altro, dovrà sorgere il nuovo Palazzo della Regione. Oltre, più a nord, ci sarà la Chiesa del Santo voluto fortemente voluta dall’arcivescovo, Severino Poletto. Il campanile sarà l’ex ciminiera di una ex fabbrica. Stanno mutando faccia anche luoghi che hanno fatto l’immagine di Torino: Porta Nuova, Porta Susa, il quartiere di Porta Palazzo. E dovunque, case, case… case in costruzione. Non c’entrano solo le Olimpiadi. La Torino che si rifa il trucco sta coronando anche un sogno più che trentennale: la metropolitana sotterranea, da Collegno a Porta Nuova.
DA VALENTINA A VALERIA
La città che cambia trova un suo nuovo simbolo: è “Valeria”, la “talpa” meccanica che, al pari della sua gemella “Valentina” che ha compiuto la prima fase dei lavori, sta ultimando il tunnel sotterraneo della prima linea di metrò. Torino cambia upstair, cambierà il suo verde, con la potatura di diecimila piante in vista delle Olimpiadi, ma diventa persino più significativa la sua trasformazione underground. è la volontà di cambiamento che lotta contro le viscere della terra, in cammino verso un momento storico, lì a portata di mano: mancano 350 metri al capolinea della stazione ferroviaria di Porta Nuova. La corsa inaugurale sarà a fine 2005.
Di lì a poco il capoluogo piemontese sarà in sovraesposizione per oltre un anno: febbraio 2006, i Giochi invernali e, a seguire, le Paralimpiadi; aprile 2006-aprile 2007, città capitale mondiale del libro; settembre 2006, mondiali di scherma. E nel corso del 2005 il count-down per l’evento sportivo a cinque cerchi porterà a Torino numerose manifestazioni culturali (mostre, concerti, spettacoli, rassegne cinematografiche) subito battezzate con il nome di “Olimpiadi della cultura”. E torneranno la Fiera del Libro e poi il Salone del Gusto con la certezza di nuovi record di pubblico. Tutto coopera alla sovraesposizione della città proprio mentre è più vivo il dramma per il futuro della sua identità automobilistica.
OPERAI E PATTINATORI
A fare paura è il “dopo”. L’ex sindaco e oggi presidente del Toroc, il comitato organizzatore dei Giochi, Valentino Castellani, s’è lasciato scappare questa frase: «Le Olimpiadi non risolvono il problema del futuro di Torino». E l’attuale sindaco, Sergio Chiamparino, sta già pensando a rintuzzare i contraccolpi di una Mirafiori magari diversa e ridimensionata. Lo scorso settembre ha annunciato la nascita di un’Agenzia per attrarre investimenti nell’area dello stabilimento Fiat: oltre all’automotoristica, spazi per fornitura e subfornitura, per la ricerca dell’Università, persino aree per il futuro Parco della salute in alternativa alla scelta della Regione (nell’area ex Avio). è forse pericoloso suonare le campane a morto in anticipo? C’è il rischio di far pendere l’ago della bilancia verso quella scelta di ridimensionamento ulteriore che segnerebbe la fine della fabbrica, come ha detto un sindacalista Fiat.
L’incognita Fiat del dopo divorzio con Gm e le Olimpiadi appaiono così come i limiti stessi del campo entro il quale sta giocando la partita del suo futuro, con poco meno di 900 mila abitanti e con un assetto urbano in grande trasformazione. Due fuochi materializzatisi a fine gennaio davanti al Palavela: un giorno, i cortei esasperati degli operai di Mirafiori per le notizie di una “licenza di costruire” vetture Fiat (leggasi Multipla) concessa all’iraniana Pidf; quello dopo, una fiumana di spettatori in uscita dal Palavela per le gare conclusive di pattinaggio. Insieme, apprensione e voglia di serenità. E la domanda che grava su tutto è: Torino ancora industriale – come dicono i commentatori entusiasti per l’epilogo con Gm – oppure città che «ha metabolizzato bene il passaggio al post-industriale» e che ora «si è conquistata la notte quando, invece, negli anni 60 si andava a dormire presto», come ha detto a Repubblica l’architetto Massimiliano Fuksas?
DI SETTORE IN SETTORE
«La città indubbiamente sta reagendo – dice a Tempi Giuseppe Calabrese, ricercatore del Ceris-Cnr – e questo accade anche per il sistema produttivo. I meccanismi di compensazione tra le diverse specializzazioni produttive testimoniano che di fronte all’esaurimento dei tradizionali motori di crescita sono state realizzate proficue strategie di diversificazione industriale. Basti pensare alla tenuta della componentistica auto e alla crescita dei servizi ad alto contenuto di conoscenza». Ricerca, qualità, innovazione, design, marketing territoriale, sono i campi attorno ai quali Torino sta costruendo il suo futuro. Itp, l’Agenzia che vuole attrarre imprese a Torino e in Piemonte ha portato il centro ricerche di Motorola. E altri, si sussurra, arriveranno a Torino grazie ad altri “intermediari”.
Il Politecnico è sempre più attivo. E Alenia aeronautica si sta riaffacciando sul panorama cittadino con un nuovo amministratore delegato, il torinese Giovanni Bertolone che promette «un forte sviluppo della ricerca e delle tecnologie d’avanguardia, in stretta collaborazione con il “Poli” e con le istituzioni locali, in un momento in cui occorre cogliere le opportunità strategiche che può offrire il settore aeronautico».
«La città si sta adeguando ai tempi – sottolinea per noi Alessandro Barberis, presidente della Camera di commercio di Torino – ciò significa che non è morta e cammina verso una positività. La stessa interazione con Milano, col rinato progetto Mi-To, e la ferrovia veloce che ne costituirà l’asse portante, è un’opportunità di evoluzione. Ogni attore della città deve dunque rimboccarsi le maniche perché lo richiede la situazione contingente: tutti si devono prendere le proprie responsabilità». A Torino e provincia ci si è già rimboccati le maniche: secondo fonti Unioncamere Piemonte, il Torinese ha fatto registrare nel 2004 il più alto tasso di crescita nel numero di imprese dell’intera regione (+1,66 per cento).
LA SCUOLA SPIEGATA AL CANE
Torino ha sempre bisogno di identificarsi in un monarca, come ipotizza Vittorio Messori nel suo libro Il mistero di Torino? O forse ha semplicemente bisogno di liberare le sue energie e di riconoscere la sua multipolarità? Giorgetto Giugiaro ha detto a Repubblica: «è fondamentale che ci sia anche la piena consapevolezza dei piemontesi: bisogna credere nelle nostre capacità». Ma occorre, perché questo accada, una risorsa che Giugiaro non individua: l’educazione. «Piangendosi addosso, ripensando alle sue grandi menti ormai passate, Torino si sta però dimenticando della sua risorsa più importante per una sua rinascita: i suoi giovani». A dirlo a Tempi sono due operatori privati del mondo della scuola torinese, Enzo Arnone e Vincenzo Silvano, rispettivamente preside dell’Istituto Sant’Anna e della scuola paritaria Santo Natale. Scuole che stanno registrando un boom di iscrizioni. «In questa città – dicono all’unisono – c’è un forte e urgente bisogno educativo. Noi vogliamo essere un punto propositivo di costruzione dell’umano». è lo stesso “cuore” che sta animando cinque amici – Dario Odifreddi, Cristiana Poggio, Gianni Bonfatti, Andrea Ferraris e Stefano Locatelli – i quali, l’anno scorso, indebitandosi fino all’osso, hanno comprato un’ex conceria e l’hanno trasformata nella “Piazza dei mestieri”, un luogo educativo dove ogni giorno 300 ragazzi, ritenuti ai margini della società, imparano a fare i parrucchieri, i tipografi, i pasticceri, i camerieri. Ragazzi introdotti al lavoro grazie anche al rapporto che Piazza dei mestieri ha con oltre 400 imprese: «Vogliamo offrire loro un punto di riferimento fermo, da cui poter ripartire anche dopo un fallimento». Il loro motto è: insegnare un lavoro, educare a vivere. Un compito, quello educativo, che per certi versi appare più difficile compiere nella scuola pubblica, con la sua pretesa neutralità. Lo dice bene la torinese Paola Mastrocola (Premio selezione Campiello 2004), insegnante di Lettere presso un liceo scientifico, che nel suo libro La scuola raccontata al mio cane scrive: «L’attuale nostra scuola non sembra avere alcuna idea di che cosa sia un maestro. L’idea stessa di maestro le è estranea. L’attuale scuola odia i ‘maestri’». Nasce da una volontà di corresponsabilità educativa una singolare forma associativa tra docenti (Diesse, Didattica e innovazione scolastica), coordinata da Renato Pistillo, che sta preparando l’evento forse più importante di Torino per ricordare il cinquantesimo anniversario della morte di Albert Einstein: una mostra, conferenze e spettacoli dall’1 al 21 marzo in combinata in tre diversi licei: l’Einstein, il Gioberti e l’Istituto paritario Edoardo Agnelli (salesiano).
INSIEME PER COSTRUIRE
Ma è possibile educare e favorire la crescita del capitale umano anche senza essere seduti alla scrivania di una scuola, badando al business o facendo della gratuità un proprio modo di essere pubblico, nella città.
Il primo caso. Franco Gai è titolare di un’azienda con sede nei pressi di Torino che, specializzata nella produzione di minuterie metalliche, ha saputo, negli anni, svincolarsi da un mercato prettamente domestico per lanciarsi sui mercati esteri. Il fatturato è in costante crescita, e l’80 per cento della produzione è legato all’automobile, che a Torino è sinonimo di difficoltà e crisi. La “Gai” sta per aprire, caso rarissimo in una piccola azienda, un ufficio di marketing per diversificare ulteriormente la produzione, e vede crescere costantemente l’occupazione: «Non faccio differenza tra colori di pelle», dice Franco Gai, scherzando con Tempi. Con lui, gente del Ghana, del Togo, dell’India, dell’Iran e di altri Paesi ancora. «Non c’è alternativa – dice – bisogna puntare su capitale umano ed educazione. Non propongo regole, ma un’educazione al lavoro. Spiego a tutti che non devono lavorare per fare ricco me, ma per loro stessi, per partecipare alla costruzione di qualcosa di importante. Ciò che non si fa, perché si lavora male o non si ha voglia di farlo, danneggia inevitabilmente i propri compagni. Se si diventa imprenditori di sé si torna a casa diversi».
Secondo caso. Clara Cairola Mellano ha una farmacia a Torino, nel quartiere Vanchiglia. Attorno a lei, insieme con altri amici, ruota l’iniziativa del Banco Farmaceutico che raccoglie ogni anno medicine non fornite dal servizio sanitario nazionale da affidare agli enti che si occupano di indigenti. Ci spiega: «Lo faccio per sostenere un bisogno, ma soprattutto per favorire nella nostra società la cultura della carità». Torino e provincia hanno risposto nei giorni scorsi donando oltre 14.000 farmaci (5.000 in più rispetto all’anno scorso) per un valore di 84.000 euro.
Terzo caso. E di educazione alla carità si tratta con il Banco alimentare: i molti amici del presidente del Banco, Enrico Carità (nel suo cognome quasi una vocazione) hanno raccolto lo scorso novembre nella provincia di Torino il 55 per cento di generi alimentari in più rispetto all’anno prima. Un miracolo accaduto in un periodo di incertezze economiche e segno che la carità è ancora parte della struttura del popolo.
Sono queste risorse da liberare, che possono essere sostenute dall’istituzione pubblica quando si propone di lasciar scegliere più che scegliere per gli altri. E allora diventano risorsa per la città anche personaggi politici come Giampiero Leo, assessore regionale uscente alla Cultura, che ha favorito l’introduzione dei buoni scuola per attribuire alle famiglie il potere di scegliere l’educazione dei propri figli senza aggravi economici aggiuntivi. Un uomo il cui slogan in campagna elettorale per le prossime regionali dice semplicemente: “Insieme per costruire”. Cioè, sono con voi per aiutarvi a costruire. Ed è giunta forse l’ora di una consapevolezza, quella che ha espresso il presidente della Fondazione Giovanni Agnelli, Marco Demarie, in un intervento sulla Stampa: «Non possiamo fare a meno di un “visione” positiva di Torino, che liberi le energie di tutti a ogni livello».
(Hanno collaborato: Alberto Filippini, Daniele Gigli, Andrea Pennini. Si ringraziano: Pietro Tosco, Piero Vietti, Francesco Violi, Donatella Cavallari, Giulia De Matteo, Sabrina Militello)
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