Cari antiG8, razzisti sarete voi

Di Rodolfo Casadei
28 Giugno 2001
Nelle recenti puntate di questa rubrica ci siamo dedicati alla critica delle tesi antiglobaliste del cosiddetto “popolo di Seattle” soprattutto dal punto di vista dell’analisi dei dati statistici e del dibattito sulle scelte di politica economica

Nelle recenti puntate di questa rubrica ci siamo dedicati alla critica delle tesi antiglobaliste del cosiddetto “popolo di Seattle” soprattutto dal punto di vista dell’analisi dei dati statistici e del dibattito sulle scelte di politica economica. Ma è almeno altrettanto importante mettere a disposizione qualche elemento di critica culturale. Perché con tutta probabilità gli “antigiottini” sono destinati a ripercorrere la parabola dei sessantottini: l’incidenza del loro movimento sulle grandi questioni politiche ed economiche sarà scarsa o nulla, ma il loro successo dal punto di vista della mentalità comune e di qualche cambiamento del costume sembra sicuro. Gli antiglobalisti amano presentarsi come nemici del pregiudizio etnico e razziale, come avversari giurati del razzismo. Ma se analizziamo un po’ la loro visione del mondo vediamo che questa contraddice le loro affermazioni. Essi infatti partono dall’assioma secondo cui “noi” siamo ricchi perché “loro” sono poveri, ovvero la ricchezza dell’Occidente dipende direttamente dallo sfruttamento del Terzo mondo. Questa semplificazione è contraria a tutti i fatti storici ed economici accertabili (cfr. per esempio l’intervista a p. Piero Gheddo sul Tempi n. 33 del 2000), ma l’aspetto che qui interessa è un altro: sostenere che la povertà del Terzo mondo dipende da noi significa per riflesso affermare che il suo eventuale benessere dipenderebbe ugualmente da noi, dal nostro buon animo. Significa affermare che i popoli non bianchi sono eterni minorenni sottomessi alla tutela degli Occidentali: se i tutori saranno “buoni”, il Sud del mondo potrà prosperare, ma se continuano a fare i patrigni, non ci sarà scampo. Per terzomondisti e antigiottini i popoli poveri sono come bambini irresponsabili: se si fanno la guerra, se sono afflitti da carestie, se la loro economia non decolla, la colpa non è loro, ma degli “adulti cattivi”: multinazionali, governi occidentali, popoli consumisti del Nord del mondo. Il che equivale a dire che gli africani, gli asiatici, i latinoamericani non saranno mai soggetti della loro propria storia: i soggetti della loro storia siamo noi. Come ha scritto Jean-François Bayart a proposito della concezione che attribuisce tutti i mali dell’Africa al colonialismo: «Così si nega la storicità ai popoli africani». Si tratta evidentemente di un approccio al Terzo mondo vistosamente paternalistico. Ed è paradossale che proprio coloro che hanno sempre stigmatizzato l’ideologia coloniale della “missione dell’uomo bianco” facciano propria una delle caratteristiche principali di quell’ideologia: il paternalismo, appunto. Ma c’è dell’altro: è difficile trattenersi dal definire razzista questa visione. Non è razzista attribuire ai non bianchi una totale incapacità di difendersi, di accumulare meriti esclusivamente propri, di portare responsabilità e persino di fare il male? Lo è di sicuro.

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