Carissima Silvana

Di Tempi
03 Novembre 2005

Tu sei stata per me qualcosa di speciale e di diverso da tutto il resto: così eccezionale che non vi trovo nessuna spiegazione, neanche una di quelle spiegazioni larvali e così concrete che noi afferriamo nel nostro monologo interiore: nelle nostre astute manovre del pensiero.
Da quando mi hai aperto la porta a Bologna, pochi giorni dopo che io avevo conosciuto Fabio, e mi sei apparsa sotto la figura di «madonna del duecento» (credo di avertelo detto), alla Malga Troi, a Milano, dopo la guerra, da Bompiani, a Versuta, a Roma, tu sei stata sempre per me la donna che avrei potuto amare, l’unica che mi ha fatto capire che cosa sia la donna, e l’unica che fino a un certo limite ho amato. Tu capisci cos’è quel limite: ma ora devo dirti che qualche volta, non so né come né quando l’ho varcato, timidamente, pazzescamente, ma l’ho varcato. Se vuoi pensare a una situazione simile, pensa alla «Porta stretta»: ma io non ti ho mai detto della mia tenerezza, perché non mi fidavo di te. Non farmi aggiungere altro, capiscimi. Nel mio ultimo biglietto ti ho scritto che tu eri l’unica, fra tutti i miei amici, con cui mi riusciva di confidarmi: e questo semplicemente perché sei l’unica che io ami veramente, fino al sacrificio. Per te, per esserti d’aiuto o di conforto, farei qualsiasi cosa senza la minima ombra d’indecisione o di egoismo. Ora qui la tua lettera, se la guardo, mi commuove ferocemente, mi sento le lacrime agli occhi: penso a quello che ho perduto, allo spreco della mia vita nella quale non ho saputo accogliere te.
Non posso più continuare questa lettera: le altre cose che dovevo dirti te le scriverò domani. Potrei continuare se potessi abbandonarmi, ma non posso, deve sciogliersi in me ancora tanto gelo. Perdonami se ti ho scritto un’altra lettera odiosa, ma se potessi scrivere con bontà, con tutta la bontà di una volta, allora questa lettera non sarebbe stata necessaria. Sono furioso contro di me e la mia impotenza, mentre vorrei dirti tutta la mia tenerezza e il mio affetto.
Ti abbraccio, Pier Paolo
Lettera a Silvana Mauri,
Roma, 10 febbraio 1950

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