Caro Blair, per quattro matrimoni gay ci hai fatto un funerale

Di Bottarelli Mauro
15 Dicembre 2005
PER L'EX MAGISTRATO ELIZABETH BUTLER-SLOSS «IL GOVERNO LABURISTA, DOPO TANTE PROMESSE, NON STA FACENDO NULLA PER LE COPPIE SPOSATE». ANZI, CON LE CIVIL PARTNERSHIP, STA DEGRADANDO IL MATRIMONIO E MINANDO IL FUTURO DELLA SOCIETà BRITANNICA

«Mi dispiace dirlo, perché a livello di proposte e di programmi il governo era avanzato nella giusta direzione per quanto riguarda l’aiuto alla famiglia e soprattutto ai genitori divorziati per far crescere serenamente i loro figli, ma da mesi a questa parte non sta facendo nulla di pratico e concreto per aiutare le coppie sposate e anzi sta degradando l’istituzione del matrimonio. La scelta del Civil Partnership Act, da questo punto di vista, è l’ultimo atto di un errore madornale». è durissima nei suoi giudizi Elizabeth Butler-Sloss, per 35 anni giudice specializzato in diritto di famiglia e da qualche giorno prima oppositrice della legge che permette i matrimoni gay nel Regno Unito. La sua è una scelta chiara, ponderata, nulla che nasca dal caso o peggio dal pregiudizio: per Mrs. Butler-Sloss quanto sta accadendo minerà alle fondamenta la società britannica.
«Oggi come oggi non esistono incentivi economici per il matrimonio, né tantomeno per restare insieme quando si incontrano le prime difficoltà e subito si pensa a dividersi. In compenso ci sono aiuti per chi convive, piuttosto che per chi si sposa. è inaccettabile e molto, molto pericoloso. Soprattutto alla luce delle statistiche che continuano a ritenere il matrimonio la forma più stabile e duratura di rapporto tra un uomo e una donna. Le coppie che convivono, sono sempre i dati a parlare, si dividono dopo circa tre anni: e a fronte di questo cosa fa il governo? Apre alle unioni gay! è assurdo, dopo 35 anni di lavoro nel campo del diritto di famiglia posso dire senza timore di essere smentita che i benefici economici di lungo termine che la società otterrebbe da un giusto riconoscimento e supporto del ruolo del matrimonio sarebbero enormi».

«CONVIVERE è COSA DIVERSA»
Ma il governo, le faccio notare, proprio per incoraggiare le coppie eterosessuali al matrimonio, ha escluso le stesse dalla possibilità di contrarre unione civile attraverso il Civil Partnership Act. «Pensa che questo spingerà più gente a sposarsi? Io no, non vedo possibilità di effetti benefici da questa scelta. Guardi, la società britannica è cresciuta – soprattutto negli anni Novanta – con il mito della convivenza, quasi un totem da contrapporre a quella vecchia e desueta tradizione che è il matrimonio. Beh, sa a cosa ha portato questo? Al fatto che praticamente tutti credano che la convivenza, una relazione stabile non legittimata dal vincolo matrimoniale, sia comunque un matrimonio per la common law. Non è così e basta vedere a quali drammi vanno incontro le persone non sposate che si dividono dopo aver convissuto: in tanti anni di lavoro ho visto litigi spaventosi, diatribe legali che devastano non solo finanziariamente ma anche psicologicamente le persone, ricorso a meschinità indicibili per ottenere ciò che il non essere vincolati – di fatto – lascia all’arbitrio dei giudici senza una norma precisa. Sembra folle parlare di queste cose nel 2005, ma non lo è affatto: mi creda, la società si indebolisce e diviene più fragile proprio per questo, per il logoramento lento e continuo delle sue fondamenta». Sembra che lei voglia quasi vietare per legge la convivenza. «Non scherziamo. Al contrario, io come ex giudice chiedo chiaramente che il governo intervenga ponendo delle basi legali che normino il processo post-separazione per i conviventi, non si può vivere nella giungla. Contemporaneamente, però, voglio anche un’azione di supporto reale e concreto del matrimonio, questo senza dubbio. Inoltre c’è un altro punto sul quale si sta facendo poco, pochissimo: la questione dei divorzi e la tutela dei bambini. Il dolore per la separazione dei genitori, soprattutto se accompagnata da litigi e altre violenze come spesso accade, è devastante per il ragazzino e questa non è solo una questione strettamente personale e affettiva, è una questione sociale. Con grossa probabilità, quel bambino crescerà male, studierà male o non studierà del tutto, patirà l’assenza di una figura genitoriale e questa si riverbererà sulla società attraverso i suoi comportamenti che, sono ancora le statistiche a parlare, rischiano di essere anti-sociali o peggio delinquenziali in misura quasi doppia rispetto a un bambino con genitori sposati e condizioni familiari stabili».

TUTTI IN CODA, GAIAMENTE
L’allarme di Mrs. Butler-Sloss, in effetti, è giustificato dai dati: con l’entrata in vigore in Gran Bretagna della nuova normativa sulle unioni gay, sono centinaia le coppie che si sono già messe in fila per prenotare la cerimonia. Secondo dati ufficiali, citati dalla Bbc, sarebbero già 1.200 quelle che hanno provveduto a registrarsi per celebrare il matrimonio secondo il Civil Partnership Act. Le cerimonie saranno possibili dal 19 dicembre in Irlanda del Nord e a seguire dal 20 in Scozia e dal 21 in Inghilterra e Galles. La città dove si registra un vero e proprio boom di iscrizioni è Brighton, con 198 cerimonie previste entro la fine dell’anno e 510 da celebrare nei prossimi mesi. Tengono il passo anche Londra, Manchester, Birmingham e Edinburgo. Secondo le stime del governo, entro il primo anno saranno circa 4.500 le coppie che si uniranno secondo il rito civile. L’annuncio di grandi star della musica come Elton John e George Michael di volersi sposare con i loro partner in base al Civil Partnership Act (Cpa), poi, rischia di divenire un traino mediatico spaventoso. Il 5 dicembre scorso, giorno dell’entrata in vigore del Cpa, il Times pubblicava i primi tre ‘annunci matrimoniali’ gay: in una nota il più autorevole quotidiano britannico affermava di pubblicare questi annunci «con orgoglio poiché il Times riconosce i matrimoni gay».
«Qui non si tratta di questioni discriminatorie o peggio di omofobia, per carità – prosegue la Butler-Sloss -. Come giudice e quindi donna di diritto non concepisco nemmeno l’idea di una discriminazione basata su razza o tendenza sessuale, la questione sta alla base: non ritengo accettabile, come donna sposata da 47 anni e madre di tre figli, che lo Stato investa risorse ed energie in questo tipo di iniziativa e lasci completamente allo sbaraglio le famiglie e l’istituzione cardine su cui è cresciuta e prosperata questa nazione, ovvero il matrimonio. Ripeto, non prendersi cura oggi delle famiglie significa doversi prendere cura domani, con costi sociali enormi, di soggetti colpiti dalla fine di una relazione, siano essi l’uomo e la donna ma soprattutto i figli».

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