Caro Conte, alle parole devono seguire i fatti
Il 20 marzo 2020 il nostro Presidente del Consiglio Giuseppe Conte affermava con risoluta fermezza che “lo stato c’è”. La fermezza e la decisione di un capo che guida il paese in una situazione di emergenza seconda solo alla tragedia in cui l’Italia e il mondo si sono venuti a trovare nella seconda guerra mondiale e nel periodo post bellico. Quelle parole pronunciate con il piglio di un leader sinceramente, con quello che sta accadendo in Italia, mi sono sembrate distoniche rispetto a quanto spesso trapela dagli organi di informazione per ciò che concerne la situazione sanitaria, economica sociale del nostro paese. Dico distoniche perché non ho percepito in quella occasione la sicurezza e la pace, tipica di una situazione di imminente pericolo, che improvvisamente finisce, facendo tirare come si suole dire un sospiro di sollievo.
Una persona, qualsiasi persona, che si assuma la responsabilità di essere una leader, di essere una guida per gli altri deve necessariamente, pronunciando quelle parole, essere consapevole che alle parole devono seguire i fatti, devono cioè crearsi le condizioni necessarie per poter concretamente sperare che il pericolo finisca dando a chi ascolta e segue un senso di sicurezza e protezione. Un generale, un manager, un dirigente che non abbia dato prova sul campo di saper affrontare i problemi e i pericoli non può godere della stima e della fiducia dei suoi soldati, dei suoi dipendenti delle persone che attendono da lui indicazioni necessarie per uscire da una situazione di difficoltà o di pericolo. L’esempio che mi sembra più attinente al rapporto di fiducia che si deve venire a creare tra chi “guida” e chi segue è quello che si crea durante l’ascesa di una montagna. Il capo cordata apre “la via” gli altri seguono con fiducia affidandosi all’esperienza e alla responsabilità del capo cordata. Il capo cordata è sicuro di quello che sta facendo ed è responsabile per l’incolumità e la vita dei suoi compagni. I compagni di cordata si fidano di lui e superano il timore di non poter compiere quella impresa perché hanno “paura” di non farcela, o di farsi male o peggio di morire.
Chi con risolutezza rassicura gli altri come deve essere sicuro di mantenere salda la guida dell’impresa che sta per compiere, deve essere sicuro di mantenere l’ordine, di mantenere le promesse che ha fatto, di fare tutto ciò che è necessario affinché lo scopo annunciato sia realmente conseguito. A maggior ragione deve essere disponibile a sacrificare anche se stesso per il bene di chi lo segue mettendo in conto che l’obbiettivo, una volta che si è assunta la responsabilità di guidare altri, va conseguito ad ogni costo. Se l’impresa che intende portare a termine non è alla sua portata deve rinunciare, evitando cosi di mettere a repentaglio la sopravvivenza del bene comune che gli è stato affidato e in ultima istanza la vita degli altri.
Indubbiamente il nostro Presidente del Consiglio e i ministri del nostro governo si sono presi una bella responsabilità, pronunciando le parole “lo stato c’è”. Il Premier e i suoi ministri hanno compiuto un atto di coraggio assumendosi un onere del genere. Essi però non deveno semplicemente guidare una cordata o comandare una brigata di soldati, ma salvare il paese da una delle più terribili tragedie di questo secolo. Salvare la vita delle persone, salvare l’economia di un paese, garantire un futuro al popolo italiano, Questo è indubbiamente un pesantissimo carico da portare sulle spalle, un carico che in pochi sono disponibili ad assumersi.
Come affermavo all’inizio le parole pronunciate dal nostro Presidente del Consiglio mi sono sembrate distoniche non per un pregiudizio ideologico o politico o per una questione di carattere personale ma per il semplice fatto che già 5 giorni fa non mi sembrava di vedere nell’azione delle persone che ci guidano quei fatti che necessariamente devono seguire alle parole. La mancanza degli strumenti indispensabili per affrontare una emergenza come quella che stiamo vivendo, strumenti e strutture indispensabili soprattutto a chi, nella retorica bellica di questi giorni vengono definiti soldati al fronte, i nostri medici e i nostri infermieri le nostre forze dell’ordine le persone che svolgono un servizio di pubblica utilità si trovano a combatte una battaglia con armi non appropriate o per meglio dire spuntate. In questi giorni cadono a decine questi “soldati” con spirito di sacrificio e attenzione ad un bene comune che a volte pretende il sacrificio della vita.
Dov’è lo stato quando i nostri ”soldati muoiono al “fronte” perché ad essi non è stato consegnato il minimo indispensabile per combatte?
Dov’è lo stato mentre le persone ammalate chiuse in casa chiedono di sapere se hanno contratto il virus e non hanno risposta salvo che la malattia si aggravi al punto tale di avere problemi respiratori?
Dov’è lo stato quando i feriti gravi non hanno l’assistenza minima per sopravvivere.
Dov’è lo stato quando le persone sono già costrette ad elemosinare 50 euro per procurarsi il cibo?
Dov’è lo stato nella confusione generalizzata di autocertificazioni che per ben 5 volte sono state cambiate e che prevedono gravi e pesanti sanzioni a carico di persone che sono già in affanno economico?
Dov’è lo stato quando è necessario assistere al triste spettacolo delle trattative con l’unione europea che non portano a nulla o addirittura rischiano di danneggiare gravemente il nostro paese?
Dov’è lo stato quando per la mancanza di un accordo tra le nazioni europee si rimandano di ben 15 giorni le decisione gravi e necessarie che vanno prese subito?
Dov’è lo stato che non assiste i suoi anziani abbandonandoli al loro destino in case di riposo che sono diventati luoghi infetti e malsani anche per chi li assiste.
Dov’è lo stato che penalizza per l’ennesima volta la cultura stabilendo nel bel mezzo di questa crisi che il libro non può essere venduto con uno sconto superiore al 5%.
Dov’è lo stato che non riesce a sanare vecchie ferite che richiamano lo scontro di classe di antica memoria?.
Dov’è lo stato che non da garanzie ai suoi dipendenti, alle imprese, ai lavoratori di avere un futuro dopo che ha preteso per anni che essi contribuissero alla sua sopravvivenza, sperperando il denaro che ha ricevuto?
Dov’è lo stato che ha smantellato la sanità pubblica?
Dov’è lo stato che continua ad impartire ordini ad un popolo attraverso il linguaggio di decreti che esprimono un burocratese kafkiano che aggiunge confusione a scapito della certezza?
Dov’è Lo stato quando i provvedimenti decisi per tutelare la salute pubblica vengono prima annunciati e poi promulgati
Dov’è lo stato che chiude le porte delle chiese senza che sia possibile recitare da soli una preghiera o fare un voto per la salvezza di un proprio caro o del nostro paese.
Dov’è lo stato che sembra decidere le sorti del paese seguendo alla lettera l’ordine del giorno dettato di scienziati che candidamente ammetto di sapere poco mo nulla del Covid 19, non considerando esigenze di carattere economico e sociale.
Potrei continuare per molto a porre questa triste sequela di domande ma non voglio infierire oltre su un “capo” che si è assunto una tale responsabilità.
Per il bene della nostra Nazione e delle persone che in questi giorni hanno dimostrato un coraggio e una solidarietà che affondano le loro radici nella nostra antica cultura cristiana vorrei ricordare a chi ci guida che il popolo e le singole persone sono pronte e con coraggio combattono senza risparmiarsi. L’intelligenza, il cuore, la creatività della gens italica offre in questi giorni il meglio di se. In pochi si sottraggono alla sfida che viviamo. Se occorre seguire un modello e un esempio certamente è quello dei nostri medici dei nostri infermieri, dei nostri farmacisti, degli operai, delle nostre forze dell’ordine ed delle nostre forze armate dei nostri imprenditori e dei nostri professionisti. Tutta la nazione è pronta a seguire la sua guida in questa difficile sfida ed anzi in certi casi precede la guida nell’assalto non curante del pericolo con coraggio e onore. La guida non può tergiversare, dilazionare le azioni necessarie per vincere questa sfida. tutto il popolo ripone fiducia in lui. Se la guida non è certa di poter fare tutto quello che è necessario per conseguire l’obbiettivo, se non è in grado di assicurare fiducia a chi lo segue se non è in grado in poche parole di essere una guida allora si faccia da parte perché in questa sfida non è in gioco una posta politica o il prestigio personale, non è in gioco il giudizio positivo che il popolo può o meno riconoscere al suo capo, non è in gioco un giudizio storico perché tale giudizio potrebbe avere ad oggetto oltre che la morte di molte persone, la morte di un paese, non è in gioco il mantenimento del potere, sono in gioco il destino di una nazione e il destino di uomini donne e famiglie che in questo preciso momento si affannano a intravedere una speranza nell’immediato futuro e in gioco la sopravvivenza delle persone e di un paese.
Se la nostra guida affermando “lo stato c’è” è convinto di poter fare tutto quello che è necessario affinché lo stato protegga il suo popolo, Se la nostra guida è fermamente determinata a proteggere il bene comune della nostra nazione di fronte ad ogni minaccia e pericolo anteponendo la persona e la politica al conseguimento di quel bene, se non ha il timore, qualunque cosa accada, di non farcela, vada pure avanti nessuno nella ipotesi peggiore potrà accusarlo di aver abbandonato la nave e i suoi uomini e di aver fatto di tutto per salvare la vita di chi ha riposto fiducia in lui, se l’azione della guida invece considera anche altri interessi che poco hanno a che fare con questo alto e indispensabile compito si faccia da parte subito e lasci il timone a chi ha solo a cuore le sorti del nostro futuro.
Non è possibile più agire con incertezza o timore occorre essere risoluti soprattutto nei confronti dell’Europa, non possiamo aspettare qualche giorno, il popolo italiano non ha tempo di aspettare qualche giorno. Il trascorrere del tempo rischia di mettere a repentaglio oramai non solo la salute pubblica ma anche la stabilità dello stato.
Da ultimo mi auguro che: lo stato ci sia non solo nell’emergenza che stiamo vivendo, ma soprattutto dopo l’emergenza quando pazientemente e coraggiosamente gli eroi i soldati al fronte saranno coloro che dovranno ricostruire un paese in macerie.
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