Caro Diego, ci mancava solo Ahmadinejad. È meglio morire nell’ombra che finire nel ridicolo
Caro Diego (Armando Maradona), l’ultima volta che ti ho scritto stavi per tirare le cuoia per un attacco di cuore. Ti ricordi cosa ti scrissi allora? Che ti capivo, che eri un grande che faceva del male solo a se stesso, ma prima di farlo agli altri ti saresti tagliato il tuo preziosissimo piede sinistro. Che eri un tossico e questo non è bene, ma ognuno ha le sue dipendenze e io ne sapevo e ne so qualcosa (se ti dicessi cosa ho mangiato e bevuto venerdì scorso.) e quindi non me la sentivo di condannarti. Che tra tanti campioni che avevo conosciuto, più o meno bene, eri umanamente uno dei più grandi. Una volta mi sono scapicollato fino a Buenos Aires per venire al tuo capezzale. C’era la gente che portava fiori e biglietti e la via dove si trovava la clinica era ostruita dagli esseri umani e dai furgoni delle tv. Sei stato il più grande, in tutto, anche negli eccessi. E hai pagato, come nessun altro, le tue colpe. Però si può morire in tanti modi e non solo nel corpo. Perciò, quando ho letto che dopo i tuoi baci e abbracci con gli inquietanti Fidel Castro e Chávez, ora flirti (gli hai regalato la maglia) anche con il presidente iraniano, quello che vuole cancellare Israele dalla terra, ho ripreso carta, penna e calamaio. Caro Diego, capisco che sia difficile vivere nella penombra della fama ma ti assicuro che morire di ridicolo è molto peggio. Molla la politica. Con affetto, F.P.
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