caro luca, e se in una pausa…
Caro Luca,
dall’imponenza del tuo monte Soratte imbiancato di neve ci solleciti a un’iniziativa strana per un giornale che non ha nemmeno un suo Cdr e che, di suo, ha solo l’arte di campare sulla cronaca ordinata secondo un certo fuoco di idee, più anarcoidi che cattoliche. Pure sentiamo la necessità di rispondere al tuo invito a fare del giudizio del Papa non il jolly che si cala in tavola quando fa più comodo o non si hanno carte della ragione da giocare, ma proprio il contrario, perché né ci fa comodo, né sul principio siamo propensi a credere che la nostra intelligenza non sia in grado di formulare un giudizio ragionevole sulla grave circostanza storica che, piaccia o no, siamo costretti ad affrontare. Tanto per intenderci: siccome noi non siamo di quelli che ragionano col cuore in mano, non ci scandalizza lo stilista italiano a New York che spiega alla corrispondente Rai «in Borsa è tutto fermo, il mercato è dominato dall’incertezza, se proprio dobbiamo fare questa guerra facciamola, e facciamola in fretta». Inutile inorridire. Ha ragione o no il nostro stilista? Ha ragione. E la sua osservazione non riguarda soltanto la Borsa di New York. è vera anche per l’operaio e si riverbera nel portafogli della massaia. Ha così ragione il nostro stilista che se prendiamo sul serio le sue conclusioni, scopriamo immediatamente che non possiamo esimerci dal fatto che un affare grave come è grave la guerra, ci sollecita nuove e altrettanto serie domande, tipo: esistono o non esistono altri fattori, importanti almeno quanto gli interessi delle nostre tasche, degni di essere presi in considerazione per decidere se e come andare o non andare in guerra? Tutti, compreso i politici e i militari, dicono di sì. E poi c’è qualcuno che, forse, lo dice con un di più di convinzione. Chi? Sicuramente il Papa. Sicuramente certe persone serie che, diversamente dal Papa, pensano che la guerra sia oggi “il male minore” che ci si prospetta per la salvaguardia del mondo comune. Detto questo: che fare per illustrare queste domande, oltre che facendo un giornale, oltre che cercando di fare decentemente il proprio mestiere? Bé, a noi qui è venuta una stramba idea. Ed è la seguente: visto che ci interessa questo affare che si chiama Occidente cristiano, ma non siamo gente che frequenta troppo le chiese – men che meno le parrocchie e le associazioni cattoliche – perché non trovarci con chi vuole (colleghi, lettori, amici e nemici politici eccetera) a discutere insieme di che cosa possa voler dire essere cristiani oggi, in questa bell’arietta da ennesima Grande Guerra? Io e te, caro Luca, che veniamo da quella scuola che si chiama movimento di don Luigi Giussani, la chiamiamo “Scuola di comunità” questo fare i conti con l’ideale cristiano e con la sua pretesa rispetto alle nostre persone e al mondo intero. Qui a Tempi la chiameranno forse diversamente, chissà, magari “pausa-pranzo”. Però, dopo rapido pensamento, ti rispondiamo così, caro Luca. E cioè che, oltre ai contenuti di questo giornale, la nostra risposta al tuo invito è la seguente: invece che per il Cdr, ci incontreremo qui in redazione, a Milano, Via Canova 19/A, terzo piano, tutti i venerdì, dalle ore 12,45 alle ore 13,45, per leggere e conversare di cristianesimo (in un tendenziale paragone con l’esperienza personale) a partire da un testo di Luigi Giussani, La pretesa cristiana Rizzoli. E visto che ci hai già dato il tuo ok, caro Luca, siamo lieti di annunciare ai lettori di Tempi che la conversazione in redazione sarà condotta dallo scrittore Luca Doninelli e che l’incontro sarà aperto a tutti. Si comincia venerdì 28 febbraio.
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