Caro Prodi, non ci sono solo i potentati
Il malessere è diffuso, il solco profondo, il disaccordo palpabile. «Ci sono segnali di ripresina economica a livello mondiale, riusciremo un’altra volta a perdere il treno?». Paolo Galassi è da dicembre il presidente di Confapi, la confederazione che raggruppa oltre 50 mila piccole e medie imprese (pmi) italiane, di cui 37 mila nel manifatturiero. Una galassia imponente di imprese costretta da tempo a reggere l’urto della concorrenza di multinazionali agguerrite, e spesso guardata con sufficienza e sospetto dalla politica più arcaica come dalla grande industria.
Sul treno della ripresa Galassi vorrebbe salirci. «Ma mi pare che il nuovo esecutivo sia più preoccupato di trovare soluzioni che soddisfino gli interessi della grande impresa e della Cgil. Magari poi si dice anche che le pmi rappresentano una risorsa per il paese, ma nel nostro caso si fatica a trovare in concreto soluzioni apprezzabili. Insomma, quando va bene veniamo dopo. Eppure il settore manifatturiero è fatto per oltre il 98 per cento da pmi, che assicurano l’80 per cento dell’occupazione e il 70 per cento del pil. Numeri che dovrebbero far pensare. In positivo. Invece si parla di abolire la legge Biagi, per attaccare il concetto di flessibilità e fare un favore al sindacato più forte e alla sua anima più radicale, senza rendersi conto che quella legge ha permesso l’ingresso nel mondo del lavoro di tante persone, altrimenti disoccupate». Prende appena il respiro, Galassi. «Sa che cosa manca in questo benedetto paese? Un programma serio e credibile di rilancio dell’industria manifatturiera italiana. È necessario tornare al prodotto. Alla qualità del prodotto. Solo ripartendo da lì si può pensare di reggere l’urto della competizione internazionale».
Forte liberista e sostenitore di una forma di capitalismo diffuso e popolare, proprio non riesce ad accettare che l’istituzione non si accorga del valore economico e socialmente evoluto della pmi: «L’Italia e l’Europa sono in mano a potentati che hanno altri interessi: i loro. Le lobby pensano alla propria ricchezza fregandosene bellamente del bene comune», sentenzia il presidente. «Se in giro c’è qualche statista o aspirante tale deve incominciare a dire le cose come stanno e cioè che se si produce ricchezza il beneficio è per tutti».
Per chi tifano i nostri a Bruxelles?
Ma quel che a Galassi parrebbe normale e strategico evidentemente non lo è: «60 milioni di italiani non si mantengono senza produrre manufatti, questo è certo. A Bruxelles non contiamo nulla. Anche perché in Europa non sempre mandiamo gli uomini migliori. Allora come facciamo a parlare di specificità italiana in un contesto dove si tifa per un’altra idea di economia, molto centralizzata, molto attenta ai destini delle macroimprese?». Domandona che spedisce a Roma. E già che c’è, unisce un paio d’urgenze: «Il nostro mondo può farcela se sostenuto con interventi di riduzione dei costi energetici, facilitazioni per l’accesso al credito e norme per la detassazione degli utili reinvestiti. Poi ribadisco: non tocchiamo la legge Biagi. E per cortesia non chiamiamola legge 30, che suona davvero offensivo. E al governo dico: sì alla flessibilità, no alla precarietà».
Galassi, infine, lancia una sfida, dal sapore cultural-educativo. Prima di tutto ai lavoratori: «Lavorate di più, vi paghiamo di più. Lavorate di più, ma alla luce del sole. I dati che l’Italia presenta a Bruxelles non sono reali. In quelle tabelle manca del tutto il sommerso, purtroppo una fetta assai significativa. Ma il sommerso non lo combatti con la Guardia di Finanza. Propongo al governo un esperimento: proviamo a non tassare lo straordinario. Sono convinto che dal giorno dopo sparisce il nero del secondo lavoro».
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