Casa Marinedda
Dal popolo di Marinedda alcune riflessioni su tempo, libero, occupato, giorni felici, vacanze, libertà e “Vergine madre”. In primis diciamo che il popolo di Marinedda non è stanziale, ma passa le vacanze nello stesso paesino sardo da anni e anni, tanto da essere stato “adottato” da amici del posto, da una cena fra amici è nata la prima edizione di Sandalion, la festa di Alghero. è composto da famiglie, tante e sempre di più, cui si aggregano, di volta in volta, nonni, sorelle, amici delle sorelle, amici da altre parti del mondo; alcuni hanno la spudorataggine di passare qui due o tre mesi, come si faceva una volta, dal primo giorno di chiusura della scuola fino all’ultimo, i figli grandi vanno e vengono, portano amici e cugini.
Alcuni se ne vanno dopo un anno, “Troppo Maestrale, troppo mosso il mare”, “è un mortorio, il prossimo anno costa romagnola”, alcuni vorrebbero viverci. L’immagine che meglio rappresenta questo popolo è la discesa in spiaggia: a fronte di gruppi di amici formati da dieci adulti e uno o due bambini, con loro la proporzione si inverte, per un adulto si arriva anche a sei o sette tra bambini, infanti e ragazzi. C’è chi, dopo aver lavorato per tutto l’anno 12 ore al giorno, vuole solo riposarsi, prendere il sole e leggere, e chi fa il giro dell’isola della Maddalena in bicicletta, arrivando poi, a piedi, dopo un’ora di cammino, alla spiaggia di Tahiti, fatica gratificata da uno dei più bei luoghi turchesi creati sulla Terra da Nostro Signore.
LETTURE DA SPIAGGIA
Le letture sono le più varie: c’è chi legge Il giardino. Storia e coltivazione del giardino inglese, e si aprono scommesse su come riuscirà a fare un tale giardino in Sardegna, c’è chi legge I promessi sposi, per “recupero da pessima lettura scolastica”, chi il più truce giallo estivo e chi Simenon, chi legge e rilegge la lettera di Giussani alla Fraternità e chi Chesterton The defendant. In quanto a bambini e ragazzi, si creano gruppi, per età, per sesso, amicizie fatte di giochi, discussioni, litigi, “prove libere” (libere perché nessuno ha organizzato loro la vita, tranne qualche torneo di calcio, e si mette in atto ciò che si è) di ciò cui saranno chiamati da grandi. La mamma ha più tempo per ognuno (quel tempo, dalle 2 ore, fino a raggiungere punte di 4 che, durante l’anno, passa in macchina per accompagnamenti vari), così i più piccoli imparano ad amare e temere il mare, perché la natura è bella, è segno di Dio, ma fa anche paura, ed anche questo è segno Suo, e T., 5 anni, impara quali onde può sfidare da sola e per quali deve tenere la mano della sorella grande. G., 11 anni, impara a pescare i polipi dall’amico più grande: ”Quello no è troppo piccolo, lo pescheremo il prossimo anno”, riassumendo in una frase discorsoni interi sulla natura e la sua conservazione. Le figlie grandi sono reduci chi da lavoro mensile di cameriera, “Non pensavo fosse così duro”, chi da viaggio negli States, e cucina pankakes e cookies da cuoca provetta. Sarà per tutte queste prove libere, sarà per lo maggior tempo che diamo loro, ma qui i figli si trasformano, crescono più in fretta, c’è chi impara a camminare, chi a parlare, chi a nuotare ed ad andare sott’acqua, a scalare, a fotografare, a immergersi, tutti diventano più belli.
E, a proposito di bellezza, scendendo a Marinedda dall’alto dei 350 metri del paese, scogli rossi a delimitare il mare, immenso, blu, il golfo proteso verso l’isola dell’Asinara, questo è il momento in cui le bambine pregano, recitando: «Vergine madre, figlia del tuo Figlio,/ umile ed alta più che creatura,/ termine fisso d’eterno consiglio». Qui noi siamo a casa.
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