Caso Lottomatica, riepilogando…
Ricapitolando: nella Roma dei girotondi e del solito generoso chiacchiericcio politichese via etere e via grande stampa nazionale, tra coloro che incalzano il governo sulla “scandalosa gestione della giustizia e delle casse dei contribuenti”, non si è ancora trovata un’anima indignatamente pia, che ci offrisse dei chiarimenti su una tipica azienda cresciuta all’ombra del ministero del Tesoro e delle Finanze negli anni di abbacinante sole giustizialista e ulivista.
Gli interrogativi del Corriere (e quelli del Foglio)
Stiamo parlando del caso Lottomatica, che da queste pagine raccontiamo da almeno due mesi, senza che nessuno degli illustri personaggi e istituzioni (fatta eccezione per il gentile sottosegretario dell’Economia e Finanze Manlio Contento, al quale vanno i nostri più sentiti rigraziamenti) da noi qui chiamati in causa abbiano sentito il bisogno di chiarire e/o smentire comportamenti che, così come da noi descritti, dovrebbero incuriosire anche i grandi media (a dire il vero primo su tutti se ne occupò Il Foglio, qualcosa prendendo spunto da Tempi ha poi scritto Il Sole 24 Ore, (vedi box a pag. 13) e un po’se ne sta occupando, ma su un versante strettamente finaziario, il settimanale Borsa&Finanza) e fors’anche una Procura della Repubblica (a Milano per esempio, taluni magistrati aprono fascicoli di inchiesta anche solo per certe notizie lette su La Repubblica). Vedete, noi non siamo come L’Unità, che utilizza a fini politici anche le tragedie (come quella dei clandestini annegati in Sicilia) e che testuale ha titolato a caratteri cubitali sulla sua prima pagina del 16 settembre: “Bossi-Fini, un’altra strage”. No, noi non dirigiamo il nostro settimanale come dirige il suo giornale il miliardario ed ex manager di multinazionale a New York, il quale sembra interpretare la sinistra come una tribù di selvaggi creduloni che si aspettano dall’Unità l’elargizione del motivo d’odio quotidiano contro gli avversari politici. No, noi qui, nel caso (anche politico) in questione (si tratta di un neanche piccolo esempio di manipulitissima imprenditoria ulivista nel decennio che va da Amato ad Amato, 1992-2001) ci stiamo limitando, sulla scorta dei fatti, a cominciare a rispondere agli interrogativi avanzati da Ernesto Galli della Loggia dalle colonne del Corriere della Sera (del 9 settembre 2002). Interrogativi del tipo: «è consentito chiedersi e chiedere: quante altre aziende (oltre a quelle di Berlusconi ndr) sono state sottoposte a indagini del genere e di analoga vastità, oggi assommanti (per quelle di Berlusconi, ndr) a poco meno di un centinaio di inchieste e processi? Ripeto: non a indagini per corruzione politica, non nel ‘92-’93, ma dopo, riguardanti, per esempio, il rapporto con il Fisco, con la magistratura, con tutto quanto ha interesse nell’attività di un’impresa?». Bene, noi qui, nel nostro piccolo, abbiamo iniziato a rispondere a queste domande cominciando da un’impresa che non è poi un’impresa né piccola, né qualsiasi. Si tratta infatti di un’impresa che ha lavorato per quasi un decennio anche grazie ai soldi dei contribuenti e a stretto contatto con il ministero del Tesoro. E che essendo stata oggetto, dal ‘93 ad oggi, di attenzioni particolari in alcuni decreti legge, il cittadino penserebbe che, anche per via di quanto ha visto e vissuto del repulisti giudiziario negli anni ‘90, sia un modello di trasparenza. E che invece, alla luce della nostra inchiesta, sembra si sia caratterizzata, almeno fino allo scorso anno, per il suo guazzabuglio di opacità e per le migliaia di miliardi di provenienza statale che non abbiamo ancora capito bene dove siano finiti. Ma restiamo al riepilogo dei fatti. E dei chiarimenti che qui spieghiamo ai lettori perché insistiamo a richiedere. A chi? Ai protagonisti di questo splendido e, noi crediamo, emblematico affaire di cosiddetta Seconda Repubblica: a certi illuminati imprenditori, ai vertici dei Monopoli di Stato e al ministero del Tesoro, ufficio documentazione atti dei precedenti governi.
L’affaire L. I protagonisti
La vicenda di cui ci stiamo occupando dal 18 luglio scorso (Tempi n° 29 e ss.) è quella di una società di nome Lottomatica che, tra il 1993 e il 2001, dunque nemmeno in un decennio, è riuscita a conquistare dal nulla l’80% del mercato dei giochi. In che modo? Come abbiamo documentato nei servizi precedenti, a colpi di decreti legge i cui contenuti – con sofisticatissimi rinvii ad altri decreti, integrazioni, commi, aggiustamenti progressivi – sono noti solo a una ristrettissima cerchia di addetti ai lavori (che sono poi gli stessi che da questa storia hanno portato a casa un’impresa a rischio zero e dagli utili strabilianti). I principali protagonisti di questa avventura a paracadute statale sono due ottimi imprenditori, un ex ministro e quello che il linguaggio rude di un Umberto Bossi (ma prima di lui usato da un Eugenio Scalfari), definirebbe un “boiardo di Stato”, per il quale l’alternativa tra Prima e Seconda Repubblica potrebbe forse essere resa dalla proverbiale risposta alla questione che il manzoniano popolo milanese dava all’alternativa “tra Franza e Spagna”: l’Ingegnere Carlo De Benedetti (tra i fondatori, azionisti e maggiori beneficiati di Lottomatica fino al recente acquisto da parte di De Agostini), patron del gruppo editoriale Espresso e La Repubblica; l’ex numero uno di Confindustria, all’epoca dell’Ulivo, Luigi Abete (che di Lottomatica fu presidente fino allo scorso anno e che da presidente della Bnl non fece mancare finanziamenti all’ottimo comitato elettorale di Francesco Rutelli); l’amico dell’Ingegnere ed ex ministro delle finanze diessino Vincenzo Visco (che firmò i decreti più interessanti per l’acquisizione da parte di Lottomatica di fette sempre più cospicue di mercato); Marco Staderini, lo storico manager (e attuale Presidente) di Lottomatica, grande amico del Presidente della Camera Pierferdinando Casini e da questi nominato consigliere dell’attuale Cda Rai.
L’affaire L. Sintesi dell’inchiesta Tempi
Bene. La storia è quella di una società che è nata a Roma il 6 dicembre 1990 (curiosamente, quattro giorni prima del termine ultimo per presentare la domanda di partecipazione alla gara di appalto del nuovo Lotto, che vincerà naturalmente, sebbene la società fosse l’ultima arrivata in questo settore), a cui in un decennio lo Stato ha concesso migliaia di miliardi e che grazie a certi favori ministeriali ha ottenuto una posizione dominante di quasi-monopolio nel mercato italiano dei giochi. Possibile che, mentre la Guardia di Finanza passava per la centesima volta al setaccio le aziende non politicamente corrette e il travaglio giornalistico affrescava il razzismo dei veneti, la mafiosità dei siciliani, l’arretratezza politico-culturale dei lombardi, la rozzezza dei Bossi, ci fossero aziende para-statali che avevano mano libera per far fuori la concorrenza e conquistare il mercato a colpi di decreto legge? Non è impossibile, tant’è che certi miracoli da Padre Pio li scrivono addirittura sui loro bilanci. Conoscete un’azienda che anche quando vende meno, incassa di più? Noi no, ma sono fronzoli, gli imprenditori di Lottomatica hanno incrementato il loro utili anche quando le vendite calavano. Non ci credete? Bilancio Lottomatica 2001: a un incremento di raccolta gioco del Lotto pari a uno striminzito +0,14%, nello stesso periodo fa da pendant una crescita di ricavi relativi del + 9,14%, passando da 740 miliardi di lire a 807 miliardi! Direte: è la solita storia di scaricare i debiti sullo Stato e di privatizzare gli utili. Esatto. Ma c’è di più. Qui non siamo nella Prima Repubblica, il sistema che un tempo usavano solo certe grandi industrie è stato un po’ raffinato. Non solo si scaricano i costi sulle spalle dei contribuenti (per esempio la pubblicità, poiché se il decreto legge impone al gestore dei giochi di fare pubblicità ma non esplicita se tale onere sia a carico dello stesso, cosa che buon senso indicherebbe come ovvia, trova invece l’incredibile interpretazione, avvallata da un governo amico, che spetta allo Stato sobbarcarsi l’onere, in decine di miliardi, di reclamizzare l’impresa), ma con un meccanismo statistico complicato e bizzarro si trova il modo (sempre per decreto) di aumentare l’aggio – quindi gli utili – di Lottomatica, anche a fronte di un decremento delle entrate. Incredibile. Ma vero.
Domande da 10mila miliardi di vecchie lire
Sapete cosa incasserà dallo Stato, entro il 2003, questa aziendina che giustamente al saggio De Agostini non è sembrato vero di rilevare? 1.021 miliardi, anzi 1.900, a detta della stessa Lottomatica (cfr. “Informazioni concernenti l’attività di Lottomatica”, p.59, Roma, 2001) per la copertura delle spese di estensione della rete del Lotto. Quasi una “manovrina”. In effetti, non si dovrebbe dire che Lottomatica “incassa dallo Stato”, ma che – ci dicono fonti dell’amministrazione dei Monopoli – «Lottomatica ha potuto ottenere dallo Stato un aggio di gestione per la concessione del Lotto decisamente più alto rispetto a tutti gli altri operatori del settore in virtù degli investimenti dichiarati per l’informatizzazione della rete del Lotto». Evviva i dottor Azzeccagarbugli! Però, insistiamo, qui c’è qualcosa che non quadra. Cosa significa che Lottomatica “non incassa dallo Stato, ma ha solo ottenuto un aggio particolarmente favorevole in virtù degli investimenti dichiarati”? Significa che allo scadere della prima concessione di 9 anni (partita nel ‘93 e rinnovata poi con 3 anni di anticipo nel 2000) e nonostante ci risulti che i terminali installati da Lottomatica (15.000 circa) fossero già stati ampiamente “ripagati” nel corso degli anni di gestione del Lotto da quanto incassato dalla società attraverso l’aggio “particolarmente favorevole” (tant’è che Lottomatica ha potuto offrire dividendi altissimi ai soci e ha comprato società in tutta Europa), ancora oggi, sembra che non vi sia traccia agli atti (almeno così ad oggi ci risulta) che qualcuno, da parte dello Stato, abbia verificato la congruità degli ulteriori “investimenti dichiarati” per gli anni 2000-2003 (1.900 miliardi di vecchie lire per l’estensione della rete Lottomatica a 20mila punti), tali per cui si giustificherebbe l’aggio “particolarmente favorevole” che lo Stato continua a riconoscere a Lottomatica. Ma c’è di più: se, come è scritto nei decreti legge, allo scadere della prima concessione i terminali di Lottomatica sono diventati di proprietà dello Stato, come è possibile che con la nuova (seconda) concessione (di altri 9 anni e in anticipo di 3 sulla scadenza!) lo Stato abbia permesso a questa società di continuare ad utilizzare tali terminali di proprietà dello Stato (il cui costo abbiamo detto era stato già abbondantemente ripagato) pur lasciando invariato l’aggio di gestione? Come è possibile che, non solo non risultino agli atti verifiche sulla economicità dei costi di gestione richiesti da Lottomatica, ma non è stata neanche considerata l’ipotesi di una riduzione dell’aggio, cosa che risulterebbe palesemente logica in virtù di una rete di 15.000 terminali già ripagata e “prestata” dallo Stato a Lottomatica? Conclusione: ammettiamo pure che si sia ritenuto congruo (quel che a noi pare invece già una vergogna, anche a fronte della denuncia, pubblicata qui settimana scorsa, del Vicepresidente del Comitato nazionale ricevitori, il quale ci ha scritto del «malfunzionamento della rete Lottomatica») offrire lo stesso aggio sulla rete Lottomatica in fase di ampliamento, ma vi pare possibile che non si sia tenuto conto, da parte dei tutori degli interessi statali, che i primi 15.000 terminali erano divenuti di proprietà dello Stato e, dunque, lo Stato avrebbe dovuto guadagnarci qualcosa dalla loro gestione per generare utili che finiscono nelle casse di un’impresa privata, per di più quotata in Borsa? Vi sembra normale che, come recita l’interrogazione dei 51 parlamentari del 17 luglio scorso, una società che ha costi pubblici e utili privatizzati, ottenga per decreto legge «un rinnovo del contratto di concessione governativa per altri 9 anni, non supportata da nessun tipo di gara o concorso, con ben tre anni di anticipo sulla scandenza»?
Domande ai Monopoli, a Moretti (e al patron di Olivetti)
L’11 giugno scorso Lottomatica si è aggiudicata anche la gestione dei giochi Coni, sostenendo, tra l’altro, che per coprire la rete di 10mila punti vendita spenderà complessivamente 100miliardi. Ma come: 20mila punti vendita del Lotto costano a Lottomatica (nella gestione Abete-Staderini-De Benedetti) 1.021/1.900 miliardi di vecchie lire e invece 10mila analoghi punti vendita per i giochi Coni (con la nuova gestione di De Agostini) costano solo 100miliardi? Non è mica una differenza da poco: se 20mila costavano 1.021/1.900 miliardi di vecchie lire, 10mila dovrebbero costare la metà. O no? No. Adesso i costi sarebbero bruscamente discesi, attestandosi in un rapporto di 1 a 10, dieci volte inferiore a quello richiesto dalla rete del Lotto. Per concludere, in attesa di un gentile e documentato chiarimento da parte degli interessati, resta un bell’interrogativo che sottoponiamo alla riflessione e, ci auguriamo, anche alle inchieste, dei nostri colleghi di Repubblica: cari Nanni Moretti, vogliamo parlare di queste cose? Ne vogliamo parlare con la Margherita di Luigi Abete? Ne vogliamo parlare con l’Ingegnere Carlo De Benedetti, finalmente riapparso sulla scena pubblica in veste di critico contabile della politica economica del governo dopo un silenzio durato quasi un lustro? Ne vogliamo parlare con il patron di Olivetti che, notizia di questi giorni, vede aziende del suo gruppo – la Eurocomputer, la (fallita) Olivetti personal computer, la Sistra, la Euroservitia – coinvolte nello scandalo di un colossale appalto per 3mila miliardi di vecchie lire, ottenuto nell’anno ulivista mirabilis 1999 (“appalto truccato” sostiene l’inchiesta della Procura romana che ha chiesto il rinvio a giudizio per quattro manager e quattro funzionari dell’ex ministero delle Finanze) per la gestione informatica dei veicoli confiscati in tutta Italia?
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