Archivio

Zottarelli Maurizio
19 Aprile 2000
Mentre governo e carabinieri discutono delle telefonate tra il presidente del Consiglio e il colonnello del Cocer, la complicata vita italiana continua. E prosegue anche la nostra inchiesta su immigrazione e criminalità. Parla il capo della sezione criminalità straniera del Servizio centrale operativo di Polizia
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Luigi Amicone
05 Aprile 2000
Il Papa non dimentica i palestinesi. E lo storico accordo bilaterale tra Santa Sede e Arafat che ha preceduto la visita del Pontefice in Israele è un fatto superiore a ogni illazione. Ma è indubbio che la novità straordinaria del pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Terrasanta è stato l'abbraccio a Israele. Che, dal politico alle gente comune, è rimasto colpito dalla libertà di un uomo fragile eppure potente. Il Papa, cioé come il bambino ebreo di cui Giovanni Paolo II ha parlato a Betlemme, “indifeso e totalmente dipendente da Maria e da Giuseppe, affidato al loro amore, è l’intera richezza del mondo. Egli è il nostro tutto!” Una volta l’interrogativo rieccheggiò sulle sponde del lago di Tiberiade e riguardava un ragazzo che veniva da Nazaret. Duemila anni dopo, alla vigilia del viaggio di un anziano Pontefice, era Gerusalemme e Tel Aviv a pullulare di israeliti sinceri: “Da Roma può mai venire qualcosa di buono?”. Al Natanaele che vive da libero cittadino nel libero stato di Israele di oggi, un qualche Filippo deve pur aver risposto: “Vieni e vedi”. Ecco dunque cosa hanno visto due ebrei, il laico Mario Szanyer, politologo, docente all’Università ebraica di Gerusalemme e il sacerdote cattolico israeliano David Jaeger, esperto di diritto, docente alla Pontificia Università dell’Antonianum di Roma e membro della Comissione permanente di lavoro Israele-Vaticano
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