Cattivi maestri
L’abrogazione del padre a partire dalla Riforma protestante, la funzione della Tradizione disonorata dall’illuminismo, la deformazione del dato di realtà e la critica radicale della civiltà presente caratteristiche delle ideologie totalitarie del Novecento, il relativismo culturale che è anche relativismo morale dell’antropologia culturalista e della filosofia strutturalista dagli anni Cinquanta, la rottura del rapporto fra le generazioni con la ribellione del Sessantotto, infine l’odio di sé di cui sono impregnati il terzomondismo, il cattocomunismo, l’altermondialismo: la “scaletta” di quei fattori delle rivoluzioni culturali europee che hanno prima disarticolato e poi distrutto la possibilità stessa dell’educazione del singolo uomo e del popolo è presto fatta. È a causa di tale traiettoria storica che oggi l’Occidente, ma soprattutto l’Europa, si trova sull’orlo dell’estinzione per suicidio. Questa narrazione viene utile ogni volta che vogliamo fare il punto sulla genesi dei nostri mali, in particolare quelli “relazionali”: l’incapacità dell’Europa di definire se stessa nei rapporti con “gli altri”, la sua riluttanza a prendere decisioni e a farle valere se necessario col ricorso ad un uso legittimo della forza, l’inclinazione a scendere a patti coi nemici mortali (lo “spirito di Monaco”, l’appeasement con l’Urss, il pacifismo a senso unico).
Ma è importante avere presente che questa nostra malattia non è rimasta dentro i confini europei, bensì si è diffusa nel mondo grazie alla proiezione mondiale della nostra civiltà, e ha contagiato i popoli del cosiddetto Sud. Se oggi costoro hanno idee sbagliate sull’Occidente, su se stessi e sul rapporto fra le due entità, e proprio per questo motivo sono passati attraverso esperienze storiche terribili, in gran parte è per colpa delle generazioni di intellettuali europei che vanno da Rousseau, Marx e Nietzsche fino ai terzomondisti, cattocomunisti e altermondialisti odierni.
GENESI DELL’”OCCIDENTALISMO”
Nel loro libro Occidentalism: The West in the Eyes of Its Enemies (“Occidentalismo: l’Occidente negli occhi dei suoi nemici”) Ian Buruma e Avishai Margalit spiegano come l’odio e la volontà distruttiva nei confronti dell’Occidente visto come una malattia che intossica le altre civiltà, inclinazioni che si possono rintracciare in Asia e nel mondo arabo sin dagli anni Trenta del ventesimo secolo, sono mutuati in parte dal pensiero delle correnti antimoderne e anti-illuministe europee sfociate politicamente nel nazismo, in parte da quelle marxiste-leniniste. Gli intellettuali giapponesi che si riuniscono nel 1942 a Kyoto si interrogano su «come sconfiggere il moderno» e l’«americanismo» e lodano l’alleanza con le potenze dell’Asse, la Germania nazista e l’Italia fascista. Michel Aflaq e Salah Bitar, che nel 1940 gettano le basi del partito Baath in Siria e in Irak (dove Aflaq nomina Saddam Hussein nel direttivo del partito), sono avidi lettori di Marx, Nietzsche e altri autori del nazionalismo tedesco protonazista, e in politica ammiratori sia della Germania hitleriana che della rivoluzione di Lenin e dell’Urss di Stalin. La condanna dell’Occidente che risuona nei testi dell’egiziano Sayyid Qutb, l’ideologo di riferimento dei jihadisti contemporanei, riecheggia la critica della civiltà occidentale di Oswald Spengler e di Martin Heidegger. Buruma definisce questo atteggiamento “occidentalismo” per parallelismo con la definizione di “orientalismo” coniata da Edward Said, l’intellettuale americano di origine palestinese secondo il quale gli studiosi occidentali hanno prodotto l’immagine di un Oriente dispotico e arretrato per fornire una giustificazione ideologica all’imperialismo. «L’idea dell’Occidente come forza maligna – scrive Buruma – non è un’idea orientale o mediorientale, ma ha radici profonde nel suolo europeo. L’occidentalismo è parte dell’anti-illuminismo ma anche della reazione all’industrializzazione. Alcuni marxisti sono stati attirati da esso come pure i loro avversari di estrema destra. L’occidentalismo è una rivolta contro il razionalismo (il freddo, meccanico Occidente, la civiltà delle macchine) e la secolarizzazione, ma anche contro l’individualismo».
E L’EUROPA DEPOSE IL “FARDELLO DELL’UOMO BIANCO”
Non solo gli orrori del nazional-socialismo arabo alla Saddam Hussein ed il terrore jihadista di Osama Bin Laden hanno radici nella critica radicale della civiltà occidentale da parte dei pensatori imparentati coi totalitarismi europei di destra e di sinistra. Anche il fallimento delle indipendenze africane ha un’origine simile. All’indomani della Seconda guerra mondiale l’ideologia della “missione civilizzatrice dell’uomo bianco” va in crisi: gli europei, prostrati materialmente e moralmente dalle distruzioni della guerra, rinunciano a svolgere il ruolo universale che era loro dal tempo dei greci e dei romani. E producono le scienze-ideologie utili a giustificare le loro dimissioni: l’antropologia culturalista di Claude Levi-Strauss, la sociologia marxista di Pierre Bourdieu, la filosofia strutturalista di Michel Foucault. Che dicono tutte la stessa cosa: tutto è culturale e particolare, niente è universalmente valido, ci sono tanti tipi di razionalità quante sono le società umane, i concetti di progredito e primitivo non hanno alcun valore oggettivo, come pure quelli di bello e brutto, di buono e cattivo, ecc. Tutte le culture sono equivalenti, e tutte si giustificano all’interno del loro contesto storico. In queste teorie i popoli del Terzo mondo hanno visto una preziosa arma da utilizzare nella lotta anticoloniale, e le hanno trasposte a livello politico nell’ideologia terzomondista di Frantz Fanon e di Aimé Cesaire. Ma la fortuna si è presto trasformata in iattura. Il culturalismo terzomondista ha aiutato i popoli del Sud a conquistare l’indipendenza politica, ma solo per passare da una schiavitù temporanea ad un’altra permanente. Spiega Alain Finkielkraut nel suo La défaite de la pensée (“La sconfitta del pensiero”): «Il tema dell’identità culturale permetteva dunque ai colonizzati di sostituire alla degradante parodia dell’invasore l’affermazione della loro differenza, e di rovesciare in soggetto di fierezza i modi di essere di cui li si voleva far vergognare. Questa stessa idea, tuttavia, li privava di ogni potere di fronte alla loro comunità di appartenenza… Accedere all’indipendenza significava per loro anzitutto ritrovare la propria cultura. È logico che la maggioranza degli stati nati sotto tali auspici si sia data per obiettivo di concretizzare questo ritrovarsi. Cioè di collocare saldamente gli individui nel collettivo. Di cementare l’unità nazionale. Di vigilare, in nome della cultura, su ogni critica intempestiva che avrebbe turbato il culto dei pregiudizi secolari. In poche parole, di assicurare il trionfo definitivo dello spirito gregario sulle altre manifestazioni dello spirito… Non c’era posto per il soggetto collettivo nella logica coloniale, non c’è posto per l’individuo nella logica identitaria. Il governo del partito unico è la traduzione politica più adeguata del concetto di identità culturale. Se l’indipendenza delle colonie non ha trascinato nella sua scia lo sviluppo del diritto ma l’uniformazione delle coscienze, l’ipertrofia di un apparato e di un partito, è ai valori stessi della lotta anticoloniale che lo si deve, e non al loro tradimento da parte della borghesia autoctona o alla loro confisca a vantaggio delle potenze europee… Una nazione la cui vocazione principale è di annichilire l’individualità dei suoi cittadini non può sfociare su di uno Stato di diritto».
L’uso strumentale della differenza culturale a fini di egemonia politica ha conosciuto in Africa vertici grotteschi, sia sotto la forma dell’ideologia dell’autenticità africana che sotto quella del cosiddetto socialismo africano. A un giornalista francese che lo intervistava a proposito di 12 deputati che aveva fatto arrestare senza rispettare le procedure dell’immunità parlamentare Mobutu Sese Seko, allora presidente dello Zaire, rispondeva: «Come ho detto ieri, abbiamo diritto alla differenza. Tale diritto significa che la costituzione dello Zaire non può essere paragonata alla costituzione francese. È stato uno dei vostri pensatori a dire: “Quel che è verità di qua dei Pirenei, è errore dall’altra parte”».
IL MITO DEL BUON SELVAGGIO NON VUOL MORIRE
La diseducazione del Terzo mondo da parte dell’Europa è continuata poi dai ruggenti anni Settanta fino ai giorni nostri nel nome dell’indigenismo, dell’ecologismo, del “piccolo è bello” e di tutte le altre riedizioni del mito del buon selvaggio, se è vero che un Savino Pezzotta, alla vigilia di “Italia Africa 2004”, la manifestazione pro Africa del 17 aprile u.s. voluta dal sindaco di Roma Walter Veltroni, ha trovato il modo di esibirsi nei panni del demagogo imbecille nel corso della trasmissione televisiva “Porta a Porta”: «Finiamola di pensare che i nostri metodi sono migliori di quelli africani – ha tuonato dagli schermi della tivù di Stato – prima che noi mettessimo piede sul continente gli africani stavano bene, ognuno aveva la sua scodella di riso». A questo primitivismo idiota che porta gravi responsabilità nelle attuali sciagure africane ha già risposto dal Camerun più di dieci anni fa Axelle Kabou (che lo ha ribattezzato “venerdismo” a partire dal personaggio di Venerdì di Daniel Defoe), in un libro che terzomondisti e altermondialisti hanno ignorato: «È probabilmente negli anni Settanta che il tam tam di Venerdì – ironizza l’autrice di E se l’Africa rifiutasse lo sviluppo? – ha toccato il culmine del delirio in materia di sviluppo, riattivando nel modo più irresponsabile il mito ancora vivace del negro portatore di un supplemento d’anima. Nel momento in cui l’ecologismo di sinistra era di moda in Occidente… gli intellettuali africani hanno creduto di trovare nel ritorno alla natura la strada ideale dello sviluppo adatto all’Africa. Moltiplicando gli appelli al rigetto dell’industrializzazione, hanno esortato un’Africa che non mangiava a sufficienza ad allontanarsi dal consumismo! L’Occidente aveva dichiarato – che fortuna! – che questo tipo di società era assolutamente pericoloso per l’umanità intera e soprattutto per gli africani, che avevano la grande fortuna di essere ancora sottosviluppati… Questi pochi esempi di “venerdismo” delirante basteranno a mostrare che, anziché aprirsi al mondo esterno, dagli anni Settanta l’Africa cammina all’indietro, riappropriandosi di miti degli anni Trenta… L’avvento di un vero spirito critico nell’Africa nera passa anzitutto per l’assassinio di Venerdì». Che coincide con quello, ovviamente simbolico, dei cattivi maestri occidentali antioccidentali.
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