Cattolici nel segreto dell’urna
«Non riesco a capire dove sia lo scandalo. Così come i partiti danno le loro indicazioni, così come lo fanno i sindacati, anche la Chiesa ha il diritto di ricordare ai propri fedeli che si è cattolici anche nel segreto dell’urna quindi è necessario comportarsi con coerenza. Dirò di più: è proprio in un momento di scelta così importante come il voto, un atto che porterà alla formazione di un governo chiamato a legiferare su materie importanti riguardo la vita della comunità, che bisogna maggiormente far affidamento alla fede e ai propri principi».
Joseph Devine è vescovo della contea scozzese di Motherwell e, quando Tempi gli chiede se l’appello lanciato a metà aprile affinché i cattolici punissero le scelte del Labour di Tony Blair in fatto di famiglia e manipolazione della vita umana voltandogli le spalle alle elezioni del 3 maggio scorso abbia scatenato proteste per ingerenza religiosa, rimane basito. «La Chiesa, qui come altrove, è una componente fondamentale del corpo sociale, è naturale che dica la sua su temi fondamentali per il futuro come l’aborto, la deriva scientista e le coppie gay». Come sia andata a finire è noto. Dopo un dominio ininterrotto, il Labour non è più il primo partito della Scozia, scalzato dai nazionalisti dello Scottish National Party capaci di ottenere 47 seggi contro i 46 del partito di governo: «Mai più il Labour penserà di avere un diritto divino a governare», ha tuonato il sanguigno leader Alex Salmond. Voglia di dire basta al Regno Unito? Non proprio. Analizzando la composizione del dato elettorale aggregato si nota che il Labour ha perso soltanto quattro seggi mentre le formazioni minori ben quattordici. Uniamo il dato e i 18 seggi in più ottenuti dai nipotini di Braveheart sono serviti. La Chiesa ha quindi scelta l’opzione nazionalista? «La Chiesa cattolica scozzese non ha dato indicazioni dirette di voto. Io stesso ho detto chiaramente che il Labour non doveva contare sui voti cattolici, ma non mi sono permesso di indicare questa o quella opzione. Abbiamo chiesto ai nostri fedeli di votare secondo coscienza per qualcuno che difenda i valori della vita e della famiglia. Non è stata una scelta facile e, anzi, è proprio questa la vera notizia emersa dalle ultime elezioni. Per intere generazioni i cattolici di questo paese, io per primo, hanno votato il Labour riconoscendovi valori di difesa dei più bisognosi, dei lavoratori, delle famiglie disagiate. Usando un brutto termine, il “partito del popolo”. C’era una sorta di patto non scritto tra la componente cattolica e il partito laburista. Le scelte politiche degli ultimi mesi hanno portato inevitabilmente alla rottura di quel patto. Non so se i partiti minori, tra cui la Christian People’s Alliance, si siano accordati segretamente e abbiano comunicato ai loro elettori di far convergere il voto sullo Scottish National Party: certamente so che molti degli 860 mila cattolici di Scozia hanno seguito le indicazioni della Chiesa».
Un dato, quello scozzese, che rappresenta soltanto la punta dell’iceberg del declino laburista e di Tony Blair in prima persona. Nelle amministrative in Inghilterra i Conservatori hanno fatto il pieno di consiglieri (898 in più rispetto al dato precedente) mentre in Galles, pur restando primo partito con 26 eletti, il Labour ha perso il controllo del parlamento di Cardiff non avendo raggiunto i 30 seggi necessari per la maggioranza di governo. Insomma, un mezzo tracollo seguito all’annuncio di Tony Blair delle proprie dimissioni. E forse proprio la “minaccia” dell’arrivo dello scozzese e burbero Gordon Brown al numero 10 di Downing Street ha ulteriormente caricato di significati questo voto di medio termine, una sorta di referendum sull’azione di governo terminato con un pesante ko.
La lettera coi nove punti
Per Nick Assinder, analista politico della Bbc, raggiunto da Tempi nel quartier generale di Portland Place, «è molto pericoloso per Gordon Brown basare il suo primo anno da premier sul mantra della rottura con il passato in chiave anti-blairiana. Per farcela nel 2009 dovrà portare risultati politici, già dal prossimo anno. Va dato merito a Blair di aver gettato fuoco sulle polveri del voto di protesta annunciando le proprie dimissioni prima del voto: molti hanno deciso di non votare o di votare Labour nella consapevolezza che l’era Blair era finita».
I Conservatori, dal canto loro, hanno conquistato consiglieri in seggi chiave nel Nord come Sunderland, Bolton, Bury, Wigan e Salford ma l’annunciata vittoria nei consigli, ottenendo cioè la maggioranza, non è giunta: solo due giorni prima del voto David Cameron aveva detto che «solo la loro conquista ci consentirà di dire che stiamo sfondando nelle aree settentrionali del paese, le roccheforti del Labour». Certo, aver conquistato Birmingham, Plymouth, Chester e Blackpool non è risultato da poco, ma a livello generale gli 898 consiglieri in più nel paese vanno letti con la lente d’ingrandimento del pregresso: i Tories partivano già con un più che discreto margine di vantaggio avendo 21.892 consiglieri eletti nel paese per un totale del 39 per cento contro il 28 per cento del Labour, al livello più basso dal 1973 e il 22 per cento dei LibDem. Il “fattore Cameron” ha inciso, ma meno del previsto. E questo nel momento di peggior salute politica del Labour.
Alla fine l’unica vincitrice è la Chiesa cattolica? Non esageriamo. Però fa riflettere che un paese formalmente laico, di fatto parte di un regno in cui la Regina è anche capo della Chiesa anglicana, sia così libero da non trovare nulla di strano che il 14 e 15 aprile in 500 parrocchie di Scozia il prete, subito dopo la predica, abbia letto una lettera in nove punti con cui si invitava a votare secondo coscienza cristiana. E cioè, contro il Labour. Altro che le “ingerenze” di Bagnasco.
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