Cav.centenario sulla Forza Italia del tabacco

Egregio direttore, ho letto con sorpresa su Tempi – gennaio 2006, l’articolo “Monopoli di Stato – Il Tabacco”. L’autore ne fa cronistoria da Cristoforo Colombo ai giorni nostri, complimenti! Però non so se per mancanza di dati obiettivi, non ha preso in considerazione ciò che hanno effettuato i responsabili dei Monopoli di Stato italiani in Tripolitania negli anni 1920-1936 e successivi. Sull’altipiano del Garian a 90 chilometri da Tripoli, all’altezza di 900 metri sul mare, i tecnici appassionati avevano fatto nascere una piantina di tabacco la cui particolare foglia, miscelata in piccola quantità per le sue singolari capacità, veniva venduta sui mercati internazionali a prezzo favoloso per la fabbrica delle migliori sigarette del mondo. La zona presa in esame era a seminativo nudo intramezzato da modeste piante di ulivo a bassa altezza. Sull’area svettava un gigantesco ulivo che gli aborigeni avevano battezzato “ulivo del Gula” (ulivo del diavolo); per circondarlo alla base occorrevano almeno tre persone. A noi operatori per l’esproprio, venne raccomandato di lasciarlo ai legittimi proprietari con l’obbligo di curarlo nell’avvenire. L’organizzazione per lo sfruttamento del prodotto agrario industriale fu affidata ai Monopoli di Tripoli, i quali beneficiavano della fattiva competenza dell’alto magistrato Domenico Cagno, piemontese; uomo inossidabile, di alto valore giuridico completato da un dinamismo singolare; fra l’altro era rabdomante ed era anche capo dell’Ufficio fondiario della Libia. Il settore tecnico era affidato al cavaliere Alcide Lavagna di Canneto pavese proveniente dal Catasto italiano. Egli aveva alle dipendenze i geometri Alessandro Bastianini, Paolino Onori, Guido Cerreti, Gianni Raimondi, Nino Migliorini, collaboravano G. Cutatia, e Mario del Rosso. Il rilevamento fu eseguito applicando le norme adottate dal Catasto austriaco che avevano carattere probatorio. Dato l’alto valore del terreno, le mappe venivano redatte applicando la scala di 1:1000. Si esigeva la massima precisione anche in considerazione dell’alto valore del terreno. Il terreno veniva espropriato e pagato a prezzo di mercato. La zona fu divisa in 300 lotti di terreno della superficie di due ettari ciascuno, di cui uno doveva essere destinato alla produzione delle foglie di tabacco. Ogni abitazione era costituita da quattro vani più servizi ed era completamente arredato. Il fabbricato era completato da una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana necessaria alle piantine in caso di emergenza. Le maestranze erano fatte arrivare dalle operose braccia abruzzesi. Il rimante ettaro era destinato agli usi familiari. Non mancò, purtroppo, un tragico incidente. Il governo della colonia aveva sostituito l’autista italiano con un militare arabo, non esperto della guida, specie in quella strada tortuosa. Il camion si rovesciò, e se non ci fosse stato il muretto di protezione laterale avremmo fatto un tonfo di 300 metri. Fummo tutti feriti; ne avemmo per una decina di giorni, Sandro invece, che a sua scelta viaggiava accanto all’autista, cominciò ad emettere sangue dalla bocca e con il primo mezzo di soccorso fu inviato a Tripoli, ove gli accertarono la lesione del polmone, e successivamente fu inviato in Italia per ulteriori cure. Il governatore della Libia era il maresciallo Badoglio, da buon contadino piemontese seguiva con personale interesse la realizzazione del complesso. Una mattina alle sette e trenta si presentò nel nostro accampamento ma tutti noi tecnici eravamo sul posto di lavoro. Egli aveva al seguito l’Ufficiale d’ordinanza ed il noto gigantesco Sciumbasci militare arabo, era senza scorta, la sicurezza era assoluta. In loco trovò solo il cuoco anziano arabo che appena parlottava l’italiano. Tramite lo Sciumbasci sottopose il semplice madj ad un interrogatorio di terzo grado, infine, soddisfatto lasciò i saluti e la promessa che sarebbe tornato in altra occasione. Per noi ex coloniali che abbiamo vissuto per decenni nei paesi arabi, abbiamo apportato civiltà e benessere, è deprimente non poter far leggere alle nuove generazioni quanto è stato realizzato nelle terre d’oltremare con sacrifici tecnici e finanziari del popolo italiano. Dopo l’espulsione degli Italiani dalla Libia ad opera del protervo Gheddafi, non abbiamo potuto apprendere la fine di quanto realizzato anche nel complesso agricolo industriale che allora era l’invidiabile modello rappresentante la ricchezza per tutti.
Cav. Paolo Onofri, Roma

Le primarie, quando vere, sono uno strumento democratico. Ma per quanto riguarda il caso di quelle dell’Unione, a Prodi e a Ferrante servivano per legittimarsi di fronte a chi? Resta il paradosso di un’unione (scusate il gioco di parole) che nell’Unione non esiste, come dimostrano le dichiarazioni di Dario Fo o le posizioni del Prc.
Maurizio Bernardo, assessore lombardo
e vicecoordinatore regionale FI

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