C’ERA UNA VOLTA IL MEDICO
In tempi come questi, in cui oncologi di grido dichiarano che chi condanna la manipolazione degli embrioni umani dovrebbe condannare anche quella degli embrioni animali, perché il genoma dello scimpanzé è identico a quello umano al 98 per cento; in cui avvocatesse di grido affette da celiachia (intolleranza da glutine: non si possono mangiare pasta e pizza) dichiarano che la legge 40 è da abrogare perché permette ai celiachi di venire al mondo, mentre loro vorrebbero risparmiare ai loro figli questo tormento; in cui il masochismo e l’incoerenza la fanno da padroni, se risponde al vero quel titolo del Corriere della Sera che recita: “Le femministe: la scienza ci fa paura ma votiamo 4 sì”; in cui lo scopritore del Dna può dichiarare a Repubblica e ad El Pais senza essere esecrato in pagina: «Credo che l’eugenetica sia condannata a tornare legata al desiderio di tutti di avere figli i più sani possibili»; in cui un appello bipartisan contro la pratica eugenetica e i figli à la carte viene firmato anche da persone intenzionate ad abrogare paragrafi della legge 40 che sono esattamente presìdi contro la tentazione del figlio su misura.
In tempi come questi, si sente il bisogno di porti tranquilli dove si possa fare il punto sulle ragioni di questo impazzimento diffuso e ascoltare parole sulla salute, la società e il destino umano che non abbiano il timbro falso del martellamento propagandistico.
Il III convegno nazionale dell’associazione Medicina e Persona “Medico cura te stesso – Quale domani per le professioni? Soggetti, sistema e tecnologie in sanità”, che si è tenuto a Milano il 26-28 maggio u.s., è esattamente uno di questi porti. Un raro esempio di convegno su materie sanitarie che riesce a tenere insieme la lectio magistralis filosofico-teologica sul rapporto fra medicina e destino ultimo dell’uomo e la relazione scientifica inappuntabile sulla terapia medica dei tumori ossei, l’approfondimento brillante sulle idee che stanno dietro i diversi modelli di sistema sanitario e il resoconto rigoroso di un’esperienza con grafici, tabelle e powerpoint. E che ci ha aiutato a far luce sulla deriva eugenista dei contemporanei.
Il senso del limite
Tutto comincia, hanno spiegato Giancarlo Cesana (vedi anche il box alla pagina seguente), Lodovico Balducci e mons. Luigi Negri, con la crisi del modello ippocratico-cristiano di medicina, quello che si riassumeva nel motto «curare qualche volta, alleviare spesso, confortare sempre».
Una visione dunque consapevole del potere benefico della ragione umana, ma anche della finitezza creaturale. Ad esso si sostituisce il modello illuminista-scientista, che privilegia l’aspetto della guarigione su quello, umanistico, dell’aver cura. Ciò avviene per una mutazione culturale: «Dopo secoli in cui la persona umana era concepita all’interno del rapporto col Mistero si ha un’inversione: il soggetto è definito semplicemente dal potere di conoscere e manipolare. Il punto centrale non è più il senso della vita, ma l’esercizio del potere. La conoscenza è riduzione dell’oggettività a soggettività attraverso la manipolazione». (mons. Negri).
La guarigione diventa l’imperativo categorico della medicina, e la si ottiene più spesso che in passato, ma ad un prezzo molto alto. Anzitutto va persa la «concezione semeiotica della malattia, che è sempre segno di altro: la sofferenza e il desiderio di salute manifestano la domanda di salvezza personale dell’uomo. L’esperienza insegna che la domanda del malato va oltre la richiesta di guarire dalla patologia: vuole un aiuto per affrontare il mistero della vita e della morte» (Roberto Colombo).
Poi va perso anche il rispetto per il paziente, con il quale il rapporto diventa impersonale. «La tecnologia non si autogiustifica – ammonisce Felice Achilli – ha bisogno di criteri, il primo dei quali è che scopo della medicina è curare il soggetto, non estirpare la malattia».
«Una medicina preoccupata più di se stessa che dell’uomo esercita di fatto una violenza. Dove non c’è la libertà di accogliere e amare la vita così com’è, c’è violenza» (R. Colombo).
«Tutto il problema dell’attuale dibattito sulla fecondazione artificiale sta in questo: che si pensa che per accedere all’infinito bisogna togliere il limite. Ma questa è l’illusione più grande che l’uomo possa avere, perché egli stesso è limite, cioè creatura» (G. Cesana).
«Siamo al servizio della guarigione, ma essa non completa il rapporto con l’altro. Il senso ultimo della vita non è la guarigione, ma l’incontro con Dio. Per questo è così importante il senso del limite» (L. Negri).
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