C’ERA UNA VOLTA IL MITO DI SINISTRA
Schroeder, poi Blair, Jospin, Lula e Zapatero. Fateci caso, da quando Baffone è diventato un ricordo da rimuovere, la sinistra italiana ha vissuto cercando miti da imitare e icone da issare su vecchie bandiere sbiadite dalla modernità. Provincialismo, sottocultura di governo, subalternità politica, incapacità di ricostruire un’identità. Sono queste le cause intrinseche che hanno costretto l’establishment ex comunista ad affidarsi, di volta in volta, a forestieri uomini politici. In tutti i frangenti si è trattato più che altro di un’affezione sentimentale, del tentativo di tranquillizzare un elettorato disperso nei rivoli della cruda quotidianità. Ogni volta, l’esperimento non ha avuto successo. O il mito eretto a modello è durato il lampo di un’elezione, o la distanza tra la cultura d’origine e la difficoltà a produrre svolte, ha rotto il giocattolo dell’emulazione.
Ancora oggi si parla dell’egemonia della sinistra, dell’intellettuale organico, ma se indagassimo in profondità ci accorgeremmo che di tutto ciò è rimasto poco. Per carità, la struttura sembra perdurare ma è rimasto solo un simulacro di quella cultura che era stata capace di coagulare politica e popolo. è in questo contesto che la tentazione di rincorrere il mito è diventata la prassi politica per eccellenza. Ogni volta con un nuovo modello, ed ogni volta a raccogliere i cocci di un esperimento fallito. Conquistare il potere può anche essere un’impresa possibile ma una politica epurata dall’identità produce solo una società priva di coscienza.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!