C’era una volta il popolo di sinistra. Una elité illuminata ma cieca

Di Manes Enzo
24 Maggio 2007
Il Ds storico Paolo Corsini dichiara guerra preventiva al club dei liberal "ottimati": «Se sarà affidato a loro, il Partito democratico sarà lontano dalla gente normale»

Mille miglia. Come la corsa d’epoca di cui ha salutato la partenza dalla sua Brescia e come la distanza che lo separa dalla mentalità Dolce & Gabbana, così in voga pure nella sinistra alla quale tiene assai. Per uno che viene dal glorioso partito di Enrico Berlinguer e, perché no, anche di Peppone non sono certo giorni facili. Diessino, cattolico praticante, in procinto di passare con assoluta convinzione nel Partito democratico, Paolo Corsini fa il sindaco della Leonessa d’Italia ed è quel che si dice un politico piuttosto ascoltato. Per nulla accomodante. Anche a costo di prendere decisioni urticanti, come astenersi al referendum sulla procreazione assistita e votare contro a un documento a favore dei Pacs presentato dalla maggioranza che lo sostiene in Consiglio comunale. «Trovavo improprio l’istituto del referendum per esprimersi su questioni così delicate. E sul mio voto contrario in Consiglio, bè, il documento era un azzardo, lo vedevo lontano da me sia culturalmente sia politicamente, assai distante dal programma di Prodi», precisa Corsini, che nel 1996 viene eletto al Parlamento, dove assume l’incarico di membro della commissione Stragi in qualità di capogruppo dei Democratici di sinistra, come pure della commissione Affari costituzionali.
Sindaco, il dopo Family day ha prodotto reazioni forti nei Ds. Il giorno successivo l’evento in piazza San Giovanni il presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso si è schierata perché il partito sostenesse con entusiasmo il Gay pride del 16 giugno e il segretario, Piero Fassino, qualche giorno più tardi, ha confermato l’adesione convinta della Quercia alla kermesse dell’orgoglio omosessuale. Per lei nessun imbarazzo?
Detto che io non ci andrò al Gay pride e ovviamente nel pieno rispetto di legittimi diritti, ritengo però che una cosa vada detta con chiarezza: è sempre dannoso ragionare in termini di rivincita o, peggio, di una mortificazione del proprio avversario. Ammesso che sia un avversario. Io per esempio non avverto assolutamente come avversario il popolo del Family day. E sottolineo la parola popolo. Quella del 12 maggio era una bella piazza, festosa e mite, piena di colori, di vivacità, di domande e di persone normali. Uomini, donne e bambini. Insomma, proprio un popolo. Chi ha preso sottogamba quanto avveniva lì ha sbagliato di grosso, così come chi ha ironizzato sulla semplicità che trasmettevano quelle facce. Quel che sconcerta è ormai l’abitudine a leggere attraverso una categoria pregiudiziale. Professionisti che riservano a sé una sorta di intelligenza superiore che li abiliterebbe a comprendere e a giudicare. Questo per dire che lo spirito di rivalsa non porta mai consigli positivi. Perciò puntare sul Gay pride come l’occasione di una clamorosa rivincita è profondamente sbagliato.
Quindi?
Il punto vero è riattivare il canale del dialogo e del confronto. Guai ad arrendersi alla logica del piazza contro piazza. Così non si sta dalla parte del popolo, ci si allontana dal popolo. Il che, se questo passaggio si compisse in modo definitivo, per la tradizione di sinistra rappresenterebbe un fatto grave, un errore di proporzioni enormi.
Non è che questo allontanarsi dal popolo sia l’effetto di una graduale affermazione di un pensiero radicaleggiante, libertario all’eccesso, in fondo elitario, anche in territori della politica dove storicamente si dovrebbe scegliere la parte del popolo?
Sicuramente oggi la dimensione del popolo è insidiata da tre elementi. Primo, la progressiva trasformazione del demos in ethnos, con il prevalere del concetto di rifugio, di un chiudersi a riccio per significare una sorta di particolarismo esclusivo; secondo, l’avvento del fenomeno dell’audience, cioè di un virtuale che gioca a sostituirsi al popolo in carne e ossa; mentre il terzo rischio di sedimentazione attiene alla dimensione degli “ottimati”, ovvero un ceto politico composto da persone illuminate che dall’alto della loro saggezza tendono a giudicare tutto chiudendo gli occhi o facendo finta di non vedere. Non vedere, per esempio, nel Family day il luogo bello di una scelta spontanea fatta da semplici famiglie. Ecco, tutte e tre queste categorie sono fuorvianti, allontanano dalla realtà, non producono senso e valore. Io al contrario continuo a credere ai valori del personalismo comunitario dove la persona cresce nella sua soggettività partecipando a una comunità aperta e inclusiva. Penso al popolo cattolico nell’accezione otto-novecentesca, che è poi il popolo di piazza San Giovanni, e a quel che resta del popolo della sinistra.
Quel che resta. Fa male?
Già. Perché a sinistra permane, anzi va sedimentandosi, un vizio di tipo illuministico. Cioè la superiorità delle élite, il primato degli intelligenti e dei colti. Se un soggetto politico che chiamiamo genericamente sinistra va dietro a questo tipo di pensiero, perde di vista la sua vocazione popolare, smarrisce l’orientamento nel senso del proprio destino. Che poi si traduce anche in una sconfitta politica oltre che nella resa culturale.
Da convinto sostenitore del Partito democratico l’attende una dura battaglia di idee.
Il Partito democratico al quale io penso e lavoro è un partito di popolo e non di “ottimati”. Che sia presente sul territorio, che sappia fornire proposte e programmi che non siano il risultato di un arroccamento su presupposti non verificati, ma l’esito di una profonda capacità di interpretare la dimensione popolare. Credo che il partito non possa nascere affidandosi alla supponenza di un ceto politico che si ritiene illuminato e che, per seguire tendenze alla moda, volta le spalle a una storia e a una tradizione che invece sarebbe un guaio cancellare. L’aspirazione riformista è esattamente questo. Appunto non “revolutio”, ma un’altra cosa. Perciò in questa battaglia dovrà prevalere l’anima riformista e insieme popolare.

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